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Lundby 1975

In una di quelle fiere di piazza dove la prostituzione e la miseria si drappeggiano di sete e di meraviglioso; dentro un baraccone dove i mestieri erano rappresentati da fantocci meccanici, m’accadde di assistere al più terrificante spettacolo.

C’era là dentro il sarto che tagliava con forbici di piombo; la lavandaia che sciacquava i panni in un’invisibile acqua; il cuoco che ammaniva vivande di cartone…

Come un alveare mi viveva intorno quel popolo d’automi; e, divertito, io passavo da un personaggio all’altro, godendomi quelle facce convinte, quei gesti risoluti; quando, avendo fatto due o tre volte il giro del baraccone, il sospetto mi nacque che nella creazione dei suoi fantocci l’artista avesse messo un’intenzione beffarda.

E poiché il sarto non avrebbe finito mai di tagliare la sua pezza sempre intera né il cuoco di compiere i suoi gesti da epilettico, da tutta quella inutile attività una specie di nausea mi venne, un malessere…

Finché m’accorsi d’aver sottocchio l’immagine della vita.

da Scampoli I, L’opera in versi e in prosa, Camillo Sbarbaro, Garzanti/Scheiwiller, 1985, a cura di Gina Lagorio e Vanni Scheiwiller

Talor, mentre cammino per le strade
della città tumultuosa solo,
mi dimentico il mio destino d’essere
uomo tra gli altri, e, come smemorato,
anzi tratto fuor di me stesso, guardo
la gente con aperti estranei occhi.

M’occupa allora un puerile, un vago
senso di sofferenza e d’ansietà
come per mano che mi opprime il cuore.
Fronti calve di vecchi, inconsapevoli
occhi di bimbi, facce consuete
di nati a faticare e a riprodursi,
facce volpine stupide beate,
facce ambigue di preti, pitturate
facce di meretrici, entro il cervello
mi s’imprimono dolorosamente.
E conosco l’inganno pel qual vivono,
il dolore che mise quella piega
sul loro labbro, le speranze sempre
deluse,
e l’inutilità della lor vita
amara e il lor destino ultimo, il buio.

Ché ciascuno di loro porta seco
la condanna d’esistere: ma vanno
dimentichi di ciò e di tutto, ognuno
occupato dall’attimo che passa,
distratto dal suo vizio prediletto.

Provo un disagio simile a chi veda
inseguire farfalle lungo l’orlo
d’un precipizio, od una compagnia
di strani condannati sorridenti.
E se poco ciò dura, io veramente
in quell’attimo dentro m’impauro
a vedere che gli uomini son tanti.

da L’opera in versi e in prosaPianissimo (1914), Camillo Sbarbaro, Garzanti /  Scheiwiller, 1985

 

Un bambino veniva avanti traballando sulle gambine discoste e cogliendo ad ogni passo un po’ di fango come un fiore.

Non s’accorse della mia carezza.

Aveva gli occhi pieni di sì chiaro stupore che, dopo, credevo d’aver accarezzato una margherita.

n.25 da Trucioli di Liguria, Camillo Sbarbaro, De Ferrari

brevimiranza n.1

I vari Betocchi, Vigorelli, Villa si sono dati ad un singolarissimo culto del nome Montale (dico singolarissimo, perché si sta perdendo il senso delle proporzioni. Nessuno sa meglio di me che ci sono -con un non lieve residuo intellettualistico- cose molto belle negli Ossi di seppia. ma è altrettanto vero che, da quando scrisse Arsenio, Montale, come poeta è finito. La sua seconda raccolta, La casa dei doganieri, è totalmente negativa, e peggio che mai le cose posteriori!). Ungaretti vien ridotto ad annunziatore di una poesia, che in Montale è totalmente matura!
Io sono ignorato, e Betti attaccato. Ciò che Montale deve alle “petrosità” di Sbarbaro, e anche di Rebora, è taciuto. Di Saba non si parla più,è in fondo ignorato anche lui. Moscardelli, la cui ascesa è continua, è ignorato del pari. Onofri? Ignorato anche lui. La poesia moderna si chiama Montale!

da una lettera di Aldo Capasso a Luigi Fallacara del 1937

 

poiché mi ci costringi…

camillo sbarbaro

30 marzo 1962

Caro,
delle poesie che m’hai mandato quella che mi piace di più, forse anche perché la capisco meglio, è Madre, oggi ricorre una memoria dura. Lampi scorgo qua e là nelle altre (che tu certo preferisci), ma che mi paiono ancora…in ebollizione, una materia di canto tumultuosa che (ai miei occhi) ha ancora bisogno di decantarsi. Per un giovane come te questa è una lode, è l’incoraggiamento che mi chiedi; quel che ti urge dentro ha bisogno d’illimpidirsi di un distacco, difficile per te fino ad ora. Io sono il meno adatto a darti consigli perché non ho mai, neppure da adolescente, avuto problemi; ho sempre fatto quello che in quel momento non potevo fare a meno di fare, senza illusioni o miraggi; obbedendo, insomma. Il consiglio che posso darti, fondato sulla mia ristretta esperienza personale, è di lasciarti guidare per mano dalla vita, che da sé senza nostro intervento scioglie i nodi, semplifica tutto e ci fa approdare in porti che neppure prevedevamo. Il consiglio è dunque di non avere fretta e, poiché mi ci costringi, te lo do sebbene sappia che per un giovane sia il più ingrato. Aggiungi che potrei benissimo sbagliarmi e che il tuo avvenire potrebbe benissimo essere già tracciato nelle poesie che mi paiono immature. Quanto a pubblicare, non posso darti che il suggerimento dettato dalla mia esperienza; prima di stampare un libro saggia le tue possibilità mandando le tue poesie a riviste; così ho fatto io e solo quando ho trovato consenso (in quelli della Voce) mi sono arrischiato a pubblicare.
Le tue poesie le tengo e le ho rilette e le rileggerò in momenti propizi (non lo sono molto quelli che attraverso ed anche questo mi acquisti presso di te indulgenza). è un’eccezione perché non leggo quasi niente e soprattutto non do mai giudizi sapendo di non poterne dare.
Vorrei che mi credessi alla lettera e in questa speranza ti abbraccio.

Tuo Sbarbaro

Grazie della fogliolina cumana

da Il paradiso dei licheni. Lettere a Elio Fiore 1960-66, Camillo Sbarbaro, All’Insegna del Pesce d’Oro, 1991

il cipresso

Cede anche lui, il cipresso, alla frivolezza di metter fiori, ma chi li vede? come una sconvenienza li dissimula nell’asciutto aspetto di asceta. Immutato nel mutar delle stagioni, illeso dal tempo, s’erge, incrollabilmente ritto, sulla minutaglia che folleggia intorno; dall’alto della statura le rimprovera il breve tripudio; e quando il sopravvenir dell’inverno avvera il previsto repulisti, superstite sulla terra desolata, predica con l’impassibile contegno la caducità la vanità di tutto – il quaresimalista. Ah ipocrita! Par sì, a distanza, fuso di bronzo; ma accostato, scrutato dentro…lucertole, vespe, scorpioni, ragnatele, detriti…Che cosa nasconde nell’abbottonatissimo abito di prete, il moralista della coscienza sporca?

Camillo Sbarbaro in Elsinore, febbraio 1965