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Ti vuole il Pascoli

Giovanni Pascoli di Bruno Cordati

Il Pascoli arrivava con il suo passo lento, entrava nel piccolo caffè sotto la loggia con gli archi di pietra, il marzocco da lato, a guardia. Il padrone del caffè era onorato di averlo fra i suoi clienti, aveva persino inventato un liquore verde in suo onore: “Giovanni Pascoli”, diceva l’etichetta stampata; e, sotto, il nome dell’inventore. Quando gli fece vedere l’etichetta, il Pascoli lesse, sorrise, poi prese il lapis, cancellò la prima delle due enne, mutò in minuscola la pi maiuscola: “Così va meglio”, disse, “Giovani pascoli è un bel nome per questo bel verde”. Sorrideva tra sé e sé. Il padrone—il Pascoli ogni volta che lo vedeva si congratulava per il suo nome, Italiano, “è una grande responsabilità”, gli diceva, ma lui non aveva mai capito perché—lì per lì non intese, poi si meravigliò che un così breve tratto di lapis avesse operato un così grande cambiamento di senso, “Ma come gli verranno in mente!”, diceva con ammirazione; però contento non era.

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“Ti vuole il Pascoli”, gli disse un muratore che tornava da lavorare alle cappelle del cimitero, “ha detto che ti aspetta domani”.Gli batteva il cuore la mattina dopo mentre scendeva il viottolo precipitoso verso il torrente, l’attraversava sul ponticello di tavole, risaliva dall’altro lato verso la casa ben nota, spesso contemplata, le logge, l’edera a coprire il muro. Tirò il campanello, il Pascoli stesso era nell’orto e apriva la porta di legno verde. Si presentò. L’altro lo guardava in silenzio, il ragazzo si meravigliava delle profondità di quegli occhi. Appoggiata a una conca di terracotta vuota c’era una camerina da bambola, tutta ammobiliata con specchi e tappeti; il Pascoli vide lo sguardo interrogativo e borbottò: “Se dovesse venire il D’Annunzio a trovarmi…”.

Da Il Paese di pietra di Bruna Cordati, Jaca Book, collana Il Grandevetro /I Vagabondi

è il volersi misurare che inganna

Altana di Casa Cordati

Irrigidirsi? Perché? Guardo le morte farfalle di settembre posate sui bordi delle finestre. Le ali distese mantengono i meravigliosi colori; in altana ne ho trovata una tutta corallo; sulla finestra di cucina una piccola, candida, la divisione tra le ali lasciava in vista il piccolo corpo di raso bianco lucido, attillato.
È il volersi misurare che inganna. Come ciechi, ci misuriamo tra noi e noi, tra quello che ci pare essere e quello che vorremmo essere: differenze da poco. Il nostro lavoro risente di questo isolamento; ci gonfiamo come la rana che voleva diventare grossa come il bove. Ancora Flaubert, parlando dei suoi stati di allucinazione, ma paragonandoli allo stato di ispirazione poetica:  …qui ne peut se comparer qu’à celui d’un fouteur sentant la sperme qui monte et la charge che s’apprête.Flaubert aggiunge: Me fais-je comprendre? Direi di sì. Capisco, non mi piace: questo sforzo nell’attacco, questo alzarsi su di sé.

da Il passo della lucciola, Bruna Cordati, Tipografia Editrice Pisana, 1990