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Maslax, il mio amico somalo poco più che ventenne, si è impiccato nei giardinetti vicino al C.A.S. a Santa Palomba, Pomezia.

Conobbi Maslax la scorsa estate, quando Baobab era una distesa di tende lungo Via Cupa: sempre sorridente, pronto a una partita a basket, a una corsa o a una gita al mare, disponibile a dare una mano per la pulizia della via e dei bagni chimici o ad aiutare i volontari a far rispettare la fila per i pasti. Maslax, pur dormendo in strada, allora era felice, con la gioia che deriva dall’intrecciare la propria vita a quella degli altri e a partecipare ad un’impresa.

Maslax riuscì a raggiungere il Belgio passando per la Francia, qualche settimana dopo lo sgombero di Via Cupa. A dicembre mi scrisse di essere stato trasferito, dopo dieci giorni a Bruxelles, nel centro di accoglienza Jodoigne a Fedasil (http://fedasil.be/fr/center/jodoigne) e in questi termini mi confidò la sua solitudine e la sua frustrazione: “Sister, Yes In the Camp Put Idon have Any Frends This camp No moral” e un’altra volta: “No friends, no school, no job”.
Il 5 febbraio mi diede la notizia del suo ‘dublinamento’, contento di tornare a Roma dai fratelli e dalle sorelle di Baobab. Da allora non sono mai riuscita a vederlo, perché era stato assegnato al CAS a Santa Palomba, un luogo che non sapeva neanche nominare (“Ok dowrry i well came i call you one day just i am center i dont have teket I well came one meybe i dont now”) quando lo reclamavo per un incontro al presidio alla Stazione Tiburtina o quando mi offrivo di andarlo a trovare. Maslax parlava male l’inglese e ignorava l’italiano, quindi non avrebbe potuto esprimere via chat la sua sofferenza, che però avrei comunque dovuto immaginare, ricordando la sua giovialità a Via Cupa. Avrei dovuto riconoscere, nell’assenza di visite da parte sua a Piazzale Spadolini, il sintomo di una grave impossibilità (fisica o psicologica) che andava indagata: non è difficile immaginare la prostrazione di un uomo in un paese straniero di cui ignora la lingua e nel quale non gli è davvero concessa, in un centro di accoglienza con una scarsa o nulla mediazione culturale, alcuna prospettiva di studio e formazione professionale e nella totale ignoranza riguardo alla durata di tale purgatorio.

La prigionia non coincide necessariamente con la privazione della libertà di movimento, ma anche con la privazione della possibilità di sognare e progettare il proprio futuro: Maslax si è trovato in uno stato di detenzione dal quale ha creduto di poter uscire solo privandosi della vita.

Non passarci sopra ovvero Qualche metro in più, solo qualche metro in più e potrai passarci sopra davvero

 

Letta un paio di giorni fa la notizia su La Repubblica che, dal 20 ottobre al 4 novembre, alla Stazione Tiburtina ci sarebbe stata una mostra allestita sul pavimento della Galleria di vetro con l’intento di attirare l’attenzione di viaggiatori e passanti su 100 storie di disagi, tra cui il dramma dei migranti, ho deciso di visitarla proprio il giorno dell’inaugurazione. Purtroppo non ve n’è stata alcuna e la mostra in sé, organizzata da Censis, BNL e Roma Tiburtina con la collaborazione di numerose associazioni, sarebbe stata ipocrita e ridicola se non fosse stato per il coraggioso allestimento curato da Giulio De Rita, figlio del presidente del Censis: a un primo sguardo stupisce la sproporzione delle dimensioni tra la segnaletica orizzontale che indica i 4 percorsi e le foto drammatiche, a svantaggio di queste ultime, ma prestando più attenzione, e qui si dimostra la raffinatezza del curatore della mostra e la meritocrazia della scelta, si noteranno dei rettangoli neri sui quali compare la scritta “Qualche metro ancora, solo qualche metro ancora, e potrai passarci sopra DAVVERO”. Seguendo gli adesivi che proseguono oltre ai 4 percorsi si arriverà a passeggiare, se non sopra, sicuramente accanto a un centinaio di migranti che non hanno trovato riparo e cibo presso i centri istituzionali e che sono accolti e accuditi da cittadinanza e attivisti del Baobab.

Speriamo che qualcuno al Campidoglio si spinga fino alla Stazione Tiburtina per una visita!”

giornalismo spazzatura

Oggi Il Messaggero tocca il fondo pubblicando il pezzo di Laura Bogliolo, che decide di raccontare l’esperienza del Baobab di Via Cupa (seguita e variamente sostenuta da oltre 16000 persone) dalla prospettiva di un meccanico e dell’Associazione Rinascita Tiburtina (seguita da 115 persone)…
Se il Baobab è riuscito, col sostegno di parte della cittadinanza, a soddisfare in un anno le esigenze alimentari e sanitarie di 35000 persone, la prospettiva dei volontari è per me più rilevante dell’opinione di un mazzetto di bottegai.