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andare al nòcciolo, al centro

Una penombra come quella del mondo esterno gli oscurava la mente, mentre ascoltava gli zoccoli della cavalla strepitare sulle rotaie della Rock Road e il gran recipiente dietro scuotersi e sbatacchiare.
Ritornava a Mercedes e, mentre rimuginava sulla sua immagine, gli entrava nel sangue un’inquietudine strana. Talvolta una febbre si impadroniva di lui e lo portava a vagabondare nella sera per il viale tranquillo. La pace dei giardini e le luci benevole alle finestre gli versavano un tenero influsso sul cuore irrequieto. Il rumore dei ragazzi che giocavano lo disturbava e le loro voci sciocche gli facevano sentire, anche più acutamente che non avesse sentito a Clongowes, che lui era differente dagli altri. Non aveva desiderio di giocare. Aveva desiderio d’incontrare nel mondo reale l’immagine incorporea che la sua anima contemplava tanto costantemente. Non sapeva dove cercarla o come, ma un preannuncio che lo guidava gli diceva che questa immagine, senza nessun atto aperto da parte sua, gli sarebbe venuta incontro. Si sarebbero incontrati tranquillamente come se si fossero conosciuti e avessero già fissato il loro convegno, forse a uno di quei cancelli o in qualche luogo più segreto. Sarebbero stati soli, circondati dall’oscurità e dal silenzio: e in quell’attimo di tenerezza suprema Stephen sarebbe svanito, sotto quegli occhi, in qualcosa di impalpabile e poi, in un attimo, si sarebbe trasfigurato. In quel magico istante la debolezza, la timidezza e l’inesperienza sarebbero cadute da lui.

da Dedalus. Ritratto dell’artista da giovane, James Joyce, Adelphi, trad.di Cesare Pavese

più salivo in alto


da Sangue di un poeta, Jean Cocteau

 

Più salivo in alto
più il mio sguardo s’offuscava,
e la più aspra conquista
fu un’opera di buio;
ma nella furia amorosa
ciecamente m’avventai
così in alto, così in alto
che raggiunsi la preda.

da Poesie, Juan de la Cruz, Einaudi

del perché ci si deve sedere sul bordo del letto

Leo Ferré racconta:

“Una porta si muoveva, un caro Padre scivolava attraverso uno spiraglio che restringeva il più possibile quasi temesse per le nostre facce l’alito pungente delle latrine. Camminava sulle piastrelle come Mosè sulle acque. Una silfide! I Cari Padri! Avevano tutti le suole di gomma, non di para, la para era stata inventata da poco e faceva troppo profano. Erano il silenzio che cammina e ci arrivavano addosso con la schicchera sulla punta delle dita pronta a picchiar duro.
– ancora non dormite, bambino mio! – diceva a me che ero nel grembo della notte, nel grembo fisiologico, come al bordello.
E mi palpava un po’ di grasso che avevo sulla guancia. Per lui era un ventre, un ventre liscio come quello delle fanciulle più tenere. Quella mano infarcita di sesso a fior di pelle si eccitava sulla mia faccia e si inumidiva pian piano. Gli usciva da tutti i pori della pelle, parola mia, il suo sporco voto di castità! Avevo voglia di mordergliene un pezzo. Quale piacere avrei così operato in quella carne malata? Per fortuna l’innocenza mi assolve da quel che mi appare oggi, da uomo, una goffaggine o un’acquiescenza. Sotto la mano di quel cercatore ero in vacazione semi-cosciente. Facevo come se non dormivo ma giacevo inerte, più di un morto, e così lui credeva di toccare una pelle senza vita, molle, ed ero salvo-a parte quel contatto, beninteso. Evitavo insomma che andasse oltre, alla scoperta di piaceri più redditizi. Se mi fossi mosso, mi avrebbe fatto secco. Non mi sono mai mosso. Quel palpatore si è accontentato per un po’ della mia faccia facile e cedevole, una guancetta comoda ma insignificante. La psicologia della violenza carnale non funziona senza i rifiuti, le grida, lo spavento: è questo ad armare la parola e il moto del sesso. Il violentatore pensa suo malgrado a una complicità latente del suo “interlocutore”. I rifiuti, le grida, lo spavento, non ne conosce mai il senso preciso, riconduce tutto alla propria follia e crede perentoriamente al piacere della vittima. Sapevo fin dalla più tenera infanzia che neppure i cani più feroci se la prendono con i corpi inerti. Il mio cane feroce si stancò e io, ancora inerte, accarezzavo la Notte e mi ripulivo la faccia.”

Luigi Ramella legge e risponde:

“Definire violentatore quel pretino mi sembra esagerato: più che la psicologia della violenza carnale, credo si tratti della psicologia della vita. Se il piccolo Benoit Misère si fosse seduto improvvisamente sul letto fissando negli occhi il Caro padre, custode del suo tempo e del suo tempio, questi avrebbe sicuramente cessato le molestie, spaventato dallo sguardo cosciente, dal rifiuto, senza necessità di giungere al grido.”

Carmela Aiace Moscatiello commenta:

“Forse il signor Luigi Ramella ha ragione: la ragione dell’esperienza del vile. Un adulto riconosce nel bambino il rattenuto respiro del finto sonno e, nel ranicchiarsi teso, la sottrazione di superficie di corpo, ma preferisce attribuire l’evidente disagio a complicità e accettazione.”

 

San Giorgio sconfigge il drago

Il caso Saronio e la manipolazione della realtà

Il sequestro del giovane ingegnere Carlo Saronio avvenuto a Milano nell’aprile del 1975 rappresenta un evento sottovalutato ma molto importante di quello che fu il decennio più turbolento dell’allora giovane Repubblica Italiana, gli anni settanta.
La vicenda resta sconosciuta al grande pubblico: si colloca a metà strada tra la cronaca nera e quella politica, non appartenendo ne all’una ne all’altra in maniera netta e non potendo quindi godere del fascino oscuro delle vicende della Banda della Magliana o dell’onda emotiva delle tragedie dei Cuori Neri, che tanto successo hanno riscosso in libreria in questi ultimi anni.
Fortunatamente il prezioso lavoro di Antonella Beccaria viene in nostro soccorso: in “Pentiti di niente” (Stampa Alternativa 2008) la giornalista ci racconta la cronaca del sequestro e il successivo iter giudiziario in maniera puntuale e lucida, proponendo interessanti chiavi di lettura di quella che fu la sanguinosa realtà della lotta politica violenta in Italia e degli interminabili e complessi dibattimenti giudiziari che da essa scaturirono.
Il rapimento di Carlo Saronio è un punto di non ritorno del modo in cui forze di polizia e magistratura iniziarono ad affrontare e gestire l’esistenza di alcuni movimenti rivoluzionari organizzati in assetti violenti e para-militari.
La presenza di formazioni armate con finalità insurrezionali era ampiamente conosciuta dagli apparati di sicurezza e dai vertici politici fin dai primi anni settanta; movimenti quali Potere Operaio e Lavoro Illegale, il gruppo XXII Ottobre e gli stessi GAP di Feltrinelli erano noti alle forze dell’ordine. Basti pensare in proposito che la riunione alla Stella Maris di Chiavari del novembre del 1969 in cui il Collettivo Politico Metropolitano di Milano accolse la lotta armata nel suo programma dando vita di fatto alle Brigate Rosse fu monitorata e seguita attentamente da uomini della Digos e dei carabinieri.
Ma queste sacche di rivoluzionari armati non furono smantellate in maniera decisa per una duplice ragione: in primis perché numericamente esigue non vennero considerate un reale pericolo per l’ordine pubblico; in secondo luogo perché si ritenne sostanzialmente conveniente la presenza di gruppi eversivi da reprimere per soddisfare le richieste dell’opinione pubblica in tal senso.
Con il sequestro del giudice Sossi da parte delle BR nell’aprile del 1974 le cose diventano serie e preoccupanti e lo stato inizia a studiare efficaci contromisure per fronteggiare la lotta armata. La gestione del rapimento Saronio e i processi che ne seguirono rappresentano un passaggio essenziale in questo senso.

Carlo Saronio apparteneva ad una delle più ricche famiglie milanesi; era un ragazzo malinconico e molto generoso soprannominato dagli amici-compagni “salice piangente” per l’altezza e la tendenza ad incupirsi; in maniera non dissimile dal sentimento che molti notarono in Giangiacomo Feltrinelli, anche lui probabilmente viveva in maniera travagliata la sua condizione di milionario.
Forse anche a causa di ciò finì per bazzicare Potere Operaio e allacciare amicizia con alcuni suoi militanti, in particolare Carlo Fioroni, Cecco Bellosi e Oreste Scalzone.
La sera del 14 aprile 1975 l’ingegnere venne prelevato di forza sotto la propria abitazione e, al contrario di quanto arbitrariamente affermato sia da Giorgio Galli che da Sergio Zavoli, contro la propria volontà.
L’idea del sequestro nasce nella Milano criminale di quegli anni dall’incontro tra un militante di POT OP, Carlo Fioroni, e un bandito comune dedito a rapine e altri reati, Carlo Casirati.
Personalità fragile e disturbata il primo, malavitoso desideroso di mettere a segno il grande colpo della sua vita il secondo, questo connubio si rivelerà letale per tutti quelli coinvolti nell’azione, a cominciare dalla vittima. La sua morte avvenne quasi certamente la sera stessa del sequestro a causa dell’eccessiva pressione sulla bocca di un tampone che avrebbe dovuto stordirlo e che conteneva una sostanza tossica, il tuololo, che si risulterà fatale.
I rapitori riuscirono nelle settimane successive ad estorcere alla famiglia della vittima circa 500 milioni di lire prima di essere identificati uno dopo l’altro. La sgangherata banda commise infatti una serie impressionante di ingenuità che resero particolarmente facile agli inquirenti la ricostruzione dell’accaduto: Casirati si recò all’appuntamento per il riscatto con un auto riconducibile alla sua compagna, Fioroni venne fermato in Svizzera mentre contava i soldi appena cambiati con una valigetta sulle gambe mentre altri complici furono individuati sulle coste della Sardegna intenti a far baldoria con un fiammante motoscafo appena acquistato.

Ma la tragica storia di questa armata Brancaleone del crimine merita di essere approfondita in almeno due aspetti che influenzeranno fortemente le vicende della lotta politica negli anni successivi.

Il primo è la nascita di una tacita collaborazione tra delinquenti comuni con frequentazioni nel mondo dell’eversione e gli apparati di sicurezza. Questi ultimi si convincono che disporre del pieno controllo di criminali che, per affari o finte simpatie, gravitano intorno alle organizzazioni terroristiche è molto più funzionale ai loro interessi che assicurarli alla giustizia.
Giustino De Vuono è probabilmente tra i primi ad usufruire di una “particolare” protezione:calabrese affiliato alla ‘ndrangheta ed ex membro della legione straniera, lo “scotennato” (soprannome dovuto alla calvizie) nella Milano nei primi anni settanta si muove agilmente .Ha una notevole disponibilità di armi e altrettanta disinvoltura nell’utilizzarle visto che nel gennaio del 75 prende a pistolettate due malavitosi rivali. Casirati lo coopta immediatamente nella banda del sequestro e De Vuono ne diventa uno degli organizzatori arrivando a mettere le mani su una quota cospicua del riscatto. Arrestato nelle indagini successive e riconosciuto dalla famiglia come il telefonista che impartiva le direttive per la consegna del denaro il calabrese viene arrestato. Ma in carcere non resta a lungo perché già nel 1977 fugge dal penitenziario di Mantova e inizia una serena latitanza nonostante la condanna a trenta anni al processo di primo grado per il sequestro (condanna confermata in appello).
Con il falso nome di Antonio Chiodo attraversa indisturbato la frontiera tra Brasile e Paraguay, stringe amicizie, si innamora. Ai giudici che lo cercano per sbatterlo in galera e chiedono sue notizie la questura di Roma risponde brillantemente: “il soggetto in questione è irreperibile” (e non facciamo più di tanto per assicurarlo alla giustizia verrebbe da aggiungere).
Ma qualcuno in grado di rintracciare De Vuono dall’Italia sembrerebbe esserci: venti giorni dopo il terribile eccidio di Via Fani la foto dello Scotennato viene infatti diramata, insieme a quelle di altri, come potenziale componente del commando che ha massacrato Aldo Moro. Ad insospettire gli inquirenti ci sono due indizi fondamentali: il riconoscimento di un testimone che ha assistito all’assalto delle due auto e la perizia balistica. Quest’ultima accerta infatti che 49 dei 91 colpi sparati contro gli uomini della scorta del presidente della D.C. sono stati esplosi da un’unica arma, uno Sten o un FNA43, e sono proprio quelli andati a segno. Una precisione e un’accuratezza che risulterà di fatto incompatibile con le capacità balistiche e la padronanza della armi dei vari Gallinari, Bonisoli e Fiore (Morucci era l’unico terrorista del gruppo a poter vantare una certa esperienza in tal senso).
Insomma la presenza di De Vuono a Via Fani in qualità di super killer è un ipotesi che circola insistentemente nei giorni successivi al massacro. Ma ne le indagini della magistratura ne le ricostruzioni degli effettivi membri del commando forniranno elementi certi in merito.
Nell’agosto del 78 comunque De Vuono si gode il sole di Assuncion ed è talmente tranquillo da far richiesta della cittadinanza parguayana attraverso alcuni amici poliziotti. E ancora negli anni successivi continuerà a far la spola con il Brasile e a falsificare documenti; le autorità italiane allertate dai colleghi sudamericani non esiteranno a rassicurarli: “trattasi di individuo senza significativi precedenti penali”.
La sua figura e il suo spessore criminale spariranno di li a poco: nessuno si affannerà per fargli scontare la pena a cui l’aveva condannato il tribunale di Milano.
Con De Vuono si consolida quella sinistra tradizione dei nostri servizi segreti di proteggere e garantire l’impunità a individui protagonisti delle pagine più oscure della storia Repubblicana:lo scotennato trova posto vicino ai vari Carminati, Giannettini, Pisetta, Pozzan e tanti altri che anziché pagare i loro crimini dietro le sbarre hanno avuto brillanti carriere all’estero (dall’apertura di locali esclusivi all’assunzione di ruoli di primo piano in qualche giunta militare).

Il secondo aspetto inquietante del sequestro Saronio è l’utilizzo strumentale e distorto che inquirenti e magistrati fecero di Carlo Fioroni. Quest’ultimo aveva militato in Potere Operaio fino alla sua scissione allorché aveva seguito Toni Negri in Autonomia Operaia. Già nel gruppo di Piperno e Scalzone si era reso protagonista di gravi leggerezze operative che avevano causato non pochi problemi a lui ed altri compagni;rifugiatosi in Svizzera era sempre stato aiutato dall’organizzazione, convinta della sua buona fede. Con il pasticcio successivo al rapimento, Fioroni che ne era stato l’ideatore, si trovò completamente isolato e rinnegato dai compagni e incarcerato. La sua fragilità lo indusse rapidamente a collaborare con gli inquirenti nonostante le rivelazioni fornite si mostrarono fin da subito lacunose e parziali e nel soggetto non fosse riscontrabile alcun pentimento, ma solo opportunismo.
La Corte di primo grado del processo per il rapimento Saronio lo condanna infatti a 27 anni di carcere.
Convintosi evidentemente dell’inefficacia della strategia adottata Fioroni rilancia, e dal penitenziario di Matera scrive un memoriale con cui afferma di voler far luce sul rapimento Saronio e sugli avvenimenti da lui conosciuti durante la militanza politica, prima in POT OP e poi nell’Autonomia.
Nonostante gran parte delle affermazioni fossero da verificare e non evidenziassero significative novità rispetto a quanto già emerso nel corso dei vari accertamenti, le stesse finirono per essere utilizzate come prove decisive in un’altra indagine, nata a Padova e successivamente trasferita a Roma, quella chiamata “7 Aprile” che indagava sulle responsabilità dell’Autonomia Operaia e in procinto di approdare ad un Maxi-processo.
Anche sulla base di queste ricostruzioni furono rinviate a giudizio circa 160 persone per lo più insegnanti,studiosi e giornalisti ; di fatto questo enorme e spettacolare carrozzone giudiziario, che mirava a dimostrare come dietro a tutti gli episodi di terrorismo dal 1970 in avanti, Brigate Rosse comprese, ci fosse un’unica regia ad opera di Toni Negri, si sgonfierà con il passare degli anni. I tremendi capi di accusa saranno ridimensionati nel corso dei vari gradi per molti imputati mentre altri saranno completamente prosciolti.
Altrettanto credito alle parziali verità di Fioroni fu dato dai giudici del processo d’appello per il caso Saronio che gli diminuirono la pena da 27 a 10 anni di reclusione. Di fatto il “professorino” sconterà appena 7 anni di carcere per poi essere trasferito all’estero con molti benefici e scomparire silenziosamente dalla scena.
Attraverso l’esperienza di Fioroni lo Stato perfezionò quella strategia dell’utilizzo strumentale di collaboratori di giustizia e dissociati vari, strategia che partendo da Patrizio Peci e con il lavoro del generale Della Chiesa e di Giancarlo Caselli porterà alla legge sui pentiti. Questa legge si rivelerà fondamentale per le procure perché permetterà loro di istruire processi mediatici (che verranno nel corso degli anni puntualmente smontati dalle varie Corti di Appello del nostro paese) e svelare finti teoremi politici con cui rassicurare la spaventata opinione pubblica.

Anche per questo la triste vicenda di questo sfortunato ragazzo milanese non va dimenticata, non fosse altro perché è ancora oggi un tassello fondamentale per comprendere molti dei tragici avvenimenti della “notte della repubblica”.

Lorenzo Gramaccioni

 

 

“Il dovere di parola” di Pierre Clastres

 

Parlare presuppone anzitutto il potere di parlare, o meglio, l’esercizio del potere assicura il dominio della parola: soltanto i signori possono parlare; ai sudditi il silenzio del rispetto, della venerazione o del terrore. Parola e potere intrattengono rapporti tali che il desiderio dell’una si realizza nella conquista dell’altro. Principe, despota o capo di Stato, l’uomo di potere è sempre non solo l’uomo che parla, ma la sola fonte di parola legittima: parola immiserita, parola povera, certamente, ma ricca d’efficacia, perché si chiama COMANDO e non vuole che l’OBBEDIENZA dell’esecutore. Potere e parola, estremi, ciascuno per sé, inerti, non sussistono che l’uno nell’altro, ciascuno è sostanza dell’altro e se il perdurare della coppia sembra trascendere la Storia, ne alimenta tuttavia il movimento: si dà evento storico quando, abolito ciò che li separa e li condanna, quindi, all’inesistenza, potere e parola si instaurano nell’atto stesso del loro incontro. Ogni presa di potere è anche presa di parola. S’intende che tutto ciò concerne in primo luogo le società fondate sulla divisione: padroni-servi, signori-sudditi, dirigenti-cittadini, ecc. Il segno primordiale di questa divisione, il suo luogo privilegiato di manifestazione, è il fatto massivo, irriducibile, forse irreversibile, di un potere avulso dalla società nel suo insieme, poiché soltanto alcuni dei suoi membri lo posseggono, di un potere che separato dalla società si esercita su di essa e, all’occorrenza, contro di essa. Ciò a cui ci riferiamo è l’insieme delle società statuali, dai dispotismi più arcaici ai più moderni Stati totalitari, passando attraverso le società democratiche il cui apparato statale, per quanto liberale, riamane nondimeno il lontano possessore della VIOLENZA LEGALE.
Vicinato, buon vicinato, della parola e del potere: suona chiaro ai nostri orecchi da gran tempo avvezzi a intendere quella parola. Né si può disconoscere questo insegnamento decisivo dell’etnologia: il mondo selvaggio delle tribù, l’universo delle società primitive, o anche -è la stessa cosa- delle società senza Stato, offre stranamente alla nostra riflessione questa alleanza già individuata, ma nelle società statuali, fra il potere e la parola. Sulla tribù regna il Capo. Il quale regna altresì sulle parole della tribù. In altre parole, e particolarmente nel caso delle società primitive amerindiane, gli Indiani, il capo –l’uomo di potere-detiene anche il monopolio della parola. Fra i selvaggi non si deve domandare: chi è il vostro capo? Bensì: chi fra voi è colui che parla? Signore delle parole: così molti gruppi chiamano il loro capo.
Sembra dunque impossibile concepire separatamente il potere e la parola poiché il legame, chiaramente metastorico, non è il meno indissolubile nelle società primitive che nelle formazioni statuali. Sarebbe tuttavia poco rigoroso fermarsi a una determinazione strutturale di questo rapporto. Infatti la divisione radicale che attraversa le società, reali o possibili, secondo che siano con o senza Stato, non può non interessare il modo in cui potere e parola risultano connessi. Come si presenti questa connessione nelle società senza Stato, ce lo mostra l’esempio delle tribù amerindiane.
Qui si manifesta una differenza, la più evidente e, nello stesso tempo, la più profonda, nella coniugazione della parola e del potere: ché se nelle società statualila parola è il DIRITTO del potere, nelle società senza Stato, essa è il DOVERE del potere. O, in altri termini, le società amerindiane non riconoscono al capo il diritto di parola perché egli è il capo, ma esigono dall’uomo destinato ad essere capo che egli dia prova del suo dominio sulle parole. Parlare è, per il capo, un obbligo assoluto: la tribù vuole ascoltarlo: un capo silenzioso non è più un capo.
Ma non ci si inganni: non si tratta del gusto, pur così vivo fra i selvaggi,per i bei discorsi, per il talento oratorio, per la magniloquenza. Non è questione di estetica ma di politica. Nell’obbligo imposto al capo di essere uomo di parola, traspare infatti tutta la filosofia politica della società primitiva, si manifesta il vero spazio che occupa il potere –spazio che non è quello che si potrebbe credere. Ed è la natura di questo discorso, alla ripetizione del quale vigila scrupolosamente la tribù, è la natura di questa parola autorevole, che ci indica il luogo reale del potere.
Che cosa dice il capo? Che cos’è una parola di capo? È anzitutto un atto ritualizzato. Quasi sempre il leader si rivolge al gruppo quotidianamente, all’alba o al crepuscolo. Disteso nella sua amaca o seduto vicino al fuoco, egli pronuncia ad alta voce l’atteso discorso. E la sua voce ha certo bisogno di potenza, per riuscire a farsi intendere. Nessun raccoglimento infatti, quando parla il capo, né silenzio, ma ciascuno continua tranquillamente, come se niente fosse, ad attendere alle sue occupazioni. LA PAROLA DEL CAPO NON è DETTA PER ESSERE ASCOLTATA. Paradossalmente, nessuno presta attenzione al discorso del capo; o meglio, si finge la disattenzione. Se il capo, come tale, deve sottostare all’obbligo di parlare, le persone cui egli si riferisce non sono invece tenute che a far mostra di non ascoltarlo. E, in certo senso, non vi perdono, se così si può dire, nulla. Perché? Perché il capo, nella sua prolissità, non dice letteralmente nulla. Il suo discorso consiste, quanto all’essenziale, in una celebrazione, ripetuta più volte, delle norme di vita tradizionali: “I nostri avi si trovarono bene vivendo come vivevano. Seguiamo il loro esempio e , in questo modo, condurremo insieme un’esistenza pacifica”. Ecco pressappoco a che cosa si riduce un discorso di capo. Si comprende allora come esso non susciti alcun interesse in coloro a cui è rivolto.
Che cosa significa, in questo caso, parlare? Perché il capo della tribù deve parlare proprio per non dire nulla? A quale domanda della società primitiva risponde questa parola vuota, che emana dal luogo del potere visibile? Vuoto è il discorso del capo appunto perché non è discorso di potere: il capo è separato dalla parola, perché è separato dal potere. Nella società primitiva, nella società senza Stato, il potere non si trova presso il capo: perciò la sua parola non può essere parola di potere, d’autorità, di comando. Un ordine è proprio ciò che un capo non può impartire, il tipo di pienezza rifiutato alla sua parola. Di là dal rifiuto d’obbedienza, che seguirebbe immancabilmente a un tale tentativo da parte di un capo dimentico del proprio dovere, non tarderebbe a porsi il rifiuto di riconoscimento. Il capo così folle da pensare, non tanto ad abusare di un potere che non possiede, quanto all’uso stesso del potere, il capo che vuol fare il capo, viene abbandonato: la società primitiva è il luogo del rifiuto di un potere separato, perché essa stessa, e non il capo, è il luogo reale del potere.
La società primitiva sa, naturalmente, che la violenza è l’essenza del potere. E in questo suo sapere è radicata la preoccupazione di mantenere costantemente separati il potere e l’istitutzione, il comando e il capo. Il campo stesso della parola assicura la demarcazione e traccia la linea di confine. Costringendo il capo a muoversi soltanto nell’elemento della parola, cioè all’estremo opposto della violenza, la tribù si assicura che tutte le cose restino al loro posto, che l’asse del potere si colga sul corpo esclusivo della società, e che nessuno spostamento delle forze possa mai sconvolgere l’ordine sociale.
Il dovere di parola del capo, quel flusso costante di parola vuota che egli deve alla tribù, è il suo debito infinito, la garanzia che impedisce all’uomo di diventare uomo di potere.
(Saggio apparso inizialmente in “Nouvelle revue de Psychanayse”,8, autunno 1973)

da “Società contro lo Stato. Ricerche di antropologia politica”, Pierre Clastres, Ombre Corte 2003

giornata internazionale allattamento materno

sabato 6 ottobre 2007 ore 10.00-14.00
Casa Internazionale delle Donne
Via della Lungara, 19
Roma

Giornata dell’allattamento materno promossa dal Collegio delle Ostetriche di Roma e dal Coordinamento dei Collegi delle Ostetriche del Lazio in collaborazione con La Leche League Italia-Lega per l’Allattamento Materno

Provincia di Roma
Assessorato alle Politiche Sociali
e per la Famiglia

Regione Lazio – Presidenza
Assessorato alla Sanità

E con la gentile partecipazione di
Claudia Pandolfi


10.00 – 14.00Incontro-dibattito
Saluto della Presidente del Collegio delle Ostetriche di Roma
e delle autorità presenti (20’)

 

Promuovere la cultura dell’allattamento:
esperienza nella scuola media “De Sanctis”
di Genzano di Roma (10’)

La separazione del neonato dalla madre-una realtà ospedaliera
(strumenti per evitarla)
Marina Baldocci (10’)

Insegnamenti di J. Newman
Sheri Parpia Khan (10’)

L’importanza della 1ª ora biologica – immunologica

M. Ersilia Armeni (10’)
La salute del bambino: curare la malattia,
non medicalizzare la fisiologia

Franco De Luca (10’)

I risultati del monitoraggio dell’Attaccamento precoce
Simona Asole (ASP Lazio) (10’)

Esperienza di non separazione dopo taglio cesareo
Serena (mamma-ostetrica) (10’)

La mia esperienza nella 1ª ora di vita del mio bambino
Le mamme raccontano (10’)

Se partorisco un’altra volta….
Le mamme raccontano (10’)

Un papà e la prima ora di vita della sua bambina (10’)
Francesco (10’)

Discussione (40’)

Cineteca: proiezione di filmati e diapositive

Nel corso dell’iniziativa saranno attivi gli stands
per la distribuzione di gadgets e di materiale informativo
sull’allattamento al seno prodotto dal
Ministero della salute in collaborazione con
l’Istituto Superiore di Sanità e dall’Agenzia di
Sanità Pubblica della Regione Lazio.

Sono previste attività ludiche di intrattenimento
per i bambini più grandicelli negli spazi della CID

 

 

esitazione o della densità del vuoto

“esitazione o della densità del vuoto”

da venerdì 15 giugno 2007 alle ore 17.00, quasi ogni pomeriggio,
sulla soglia della libreria un’installazione del precariato resistente.

Produzione lontano da casa

esitazione
o della densità del vuoto
una roba zen

camminare avanti e indietro di fronte ad una porta
senza decidersi ad entrare
poggiare a lungo la mano sulla maniglia e non girarla
stare sulla soglia insomma, né dentro né fuori
né dentro né fuori: esitare
l’esitazione dà luogo ad un punto intenso labile e prezioso
esatto e incalcolabile
felicemente carico di possibilità
esatto ma in-calco-labile
ripetibile come un punto-sensazione
astratto come una soglia
un buco aperto nel continuo pieno del muro
un confine un fosso

fa un salto che tutto cambia
oppure aspetta che il demone guardiano ti dia il permesso, kafka

esito: esco ed aderisco al risultato
esitazione: rimango sospeso
anzi non un punto ma un intorno d’indistinto
l’esitazione rarefà o addensa un intorno sulla linea di soglia
esito prima del salto di stato

sulla porta
linea geometrica astratta, densa, vuota, intensa
cui aderisco
né dentro né fuori
né dentro né fuori, esperienza dell’intorno
mai provata?

esito all’incrocio
su un piano piatto e privo d’indicazioni, prato o distesa di neve
davanti ai mille e mille dentifrici del supermercato
e meravigliosamente
prima di baciare per la prima volta una persona
la bacio o non la bacio?
esito nei passaggi da adolescente a giovane uomo
poi ancora nel diventare adulto
esito nella definizione di me
che i tanti contratti di lavoro rinnovabili e rinnovati danno
e nel mio sesso

è-sito utopico?
varco la soglia, linea geometrica astratta carica d’intensità
varco la soglia senza smettere di stare né dentro né fuori
rimanendo all’interno del né dentro né fuori
lavorando sulle dimensioni
estendendo le dimensioni di soglia
rendendole reali e passibili d’esperienza
con una figura poeticamente corretta

una sala grande, possibilmente alta. dal soffitto calano, fino a riempirla, tantissimi fili di plastica… chi ricorda le “tende antimosca”, quelle che d’estate si mettevano alle porte per tenerle aperte, ma chiuse agli insetti volanti, per far circolare l’aria ma non le mosche? riempire lo spazio di tende da macellaio, soglia continua a densità variabile: qui giungla là radura. magari ogni tanto lasciare un vuoto, giusto per una persona o due, o per una sorpresa; una sala grande che ci si possano fare almeno dieci passi, e convincere le persone ad entrarci.
estendere le dimensioni della soglia facendole passare da lineari e simboliche a percorribili, reali ma fantastiche. permettere l’esperienza di un attraversamento lungo e lento della soglia; estenderla anche in altezza, cinque metri, sei. un volume fatto di niente dentro un volume vuoto. appenderle a densità variabile, qua giungla là radura quelle che d’estate si applicavano alle porte, prima dell’aria condizionata e delle porte sigillate. ricordo di averle fatte scorrere tante volte sul mio viso e sul mio corpo, lentamente, anello dopo anello, ad occhi chiusi e braccia aperte chi ci riesce troverà un proprio percorso esitante tutto interno al né dentro né fuori, unico orientamento le variazioni di densità di quel niente che sono i fili di plastica. tutto interno alla soglia, all’interno del né dentro né fuori per dieci passi, e senza lasciare traccia né sentiero, ché le corde tornano al loro posto una volta passati

il buco e i puntini

“Mamma, ho sognato che non riuscivo a uscire da un buco ed ero molto triste” (Marta, 3 anni, nata dopo un lungo travaglio, parto con ventosa al quale seguono sei giorni di incubatrice).

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“Cos’è allora nascere, se non una sorta di fine del mondo, una cacciata dall’Eden, e vissuta da un essere già in qualche modo cosciente? Certamente un momento traumatico, quel tunnel da traversare per uscire dal buio. Ma è un male per un bene più grande.” (Dr. Carlo V. Bellieni, neonatologo dell’Ospedale Le scotte di siena)

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L’incubo ricorrente di quando ero bambina: puntini luminosi che mi vengono incontro velocemente e la sensazione è quella di caduta irreparabile, terrificante.

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“Ogni sensazione si fa infinita; sembra loro che davanti ai loro occhi dei puntini si allontanino infinitamente, che cose piccole diventino infinitamente grandi e che l’infinito li beva; cercano angosciati una tavola di salvezza, un punto saldo, tutto si scompone, tutto cede, fugge, s’allontana”

da La persuasione e la rettorica, Carlo Michelstaedter, Adelphi

Davanti ai tuoi occhi (…), una miriade di puntini bianchi si organizzano disegnando, a lungo andare, qualcosa di felino, una testa di pantera vista di profilo, che viene avanti, cresce, mettendo in mostra due zanne acute, poi sparisce lasciando il posto ad un puntino luminoso che si allarga, diventa rombo, stella e ti balza addosso, evitandoti all’ultimo momento e passando alla tua destra. (…) Poi nulla, per molto tempo, oppure più tardi, talvolta, da qualche parte, qualcosa come un astro bianco che esplode.

da Un uomo che dorme, Georges Perec, Quodlibet

hello to the new, most important person in you life

“Che cosa ricordano i bambini di quando erano nella pancia della mamma? “Dentro il pancione c’erano i pesciolini e io giocavo con loro. Da lì le nuvole erano arancioni.”. O ancora, dice Ryunsei di 2 anni e 7 mesi: “Dalla pancia della mamma vedevo fuori. C’erano alberi, case, luci. Era come una tenda e io giocavo. Dentro c’erano anche i pesciolini e giocavo con loro.” Mentre Shinnosuke di 1 anno e 8 mesi dice: “Buio nel pancione, caldo, ciac ciac, tap tap. Tanta luce brucia gli occhi.”
Colori, musica, voci e luce. In queste pagine i bambini dagli uno ai sei anni raccontano i lunghi mesi trascorsi nella pancia della mamma e lo straordinario momento della nascita. Le loro parole, raccolte da un medico che studia le memoria prenatale, hanno tutta la poesia e il candore che solo il linguaggio dei piccoli può trasmettere.
Questo libro nasce da uno studio condotto sui bambini da 1 anno a 6 anni ed il risultato è stato stupefacente: il 41 % dei bambini interpellato ha detto di ricordare la propria nascita e il 53 % momenti della vita nell’utero materno.
“Di questi ricordi – scrive Akira Ikegawa – si conosce l’esistenza da almeno un secolo, ma i primi studi scientifici risalgono agli anni Sessanta da cui si evince chiaramente che il futuro bambino sviluppa consapevolezza di sé già nell’utero.
Gran parte dei ricordi dei bambini ha a che fare con i colori, la luminosità e la temperatura nell’utero e con i movimenti del liquido amniotico. Inoltre, risulta spesso che i bambini venuti al mondo con un parto complicato tendono a parlare più diffusamente della loro nascita rispetto a quelli che sono nati senza difficoltà.”

da Quando ero nella pancia della mamma, Akira Ikegawa , Cairo Editore

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Febbraio 1965, un pomeriggio avanzato

Sono stanco, sfinito e abbattuto. Quindici anni di studio e di ricerca sulla “saggezza, pazzia e follia”, non mi hanno reso affatto più saggio, così pare. Vanità delle vanità.  Mi metto sdraiato sul pavimento del mio studio al 21 di Wimpole Street, disteso sulla schiena nell’ asana di “morte”.

Chiudo gli occhi. Mi lascio andare e in quel mentre chiedo, con tutto il mio cuore, se esiste un potere di guarigione, di darmi qualche indicazione della sua natura.

Mi trovo in una piacevole casa di campagna inglese. Un’ampia stanza con porta-finestra; è un delizioso pomeriggio d’estate avanzata. Un uomo più anziano, forse sulla sessantina, entra nella stanza. Rassomiglia abbastanza a uno di quegli studiosi inglesi che forse un tempo era colonnello o qualcosa di simile.

Non ci eravamo mai incontrati prima, ma non sembra un estraneo. Propone che si vada a fare una passeggiata insieme.

Mentre camminiamo, mi rendo conto del sole. Sembra farsi più vicino: più largo, più caldo. Diventa un’infocata fornace che tutto avvolge. Finché non ne sono del tutto assorbito, ridotto a un tizzone.

Ho fatto di nuovo ritorno a quel punto. Bindu? Mi rendo conto di poterlo oltrepassare. Se lo facessi, potrebbe significare la morte fisica. Mi trovo tra la vita e la morte.

Mi trovo steso sull’impiantito del mio studio. Non posso muovermi. Non posso sollevare le palpebre. Non posso muovere gli occhi. Non posso sollevare un dito. Il respiro, avviene. Posso sentire il pulsare del cuore e del sangue.

Ora voglio muovermi. Mi scruto attorno al corpo per vedere se mi riesce di muovere qualcosa. A un tratto mi si contrae un muscolo della guancia destra. Sono un “solco”, un canale di debolissima energia che scorre lungo il lato destro del viso. Mi riesce di farlo appena vibrare; poi la bocca, poi la lingua, poi il pollice destro, poi posso aprire gli occhi e adesso posso rigirarmi sul pavimento. Ne sono fuori. Ritornato.

Sono ritornato.                                                            Tempo: trenta minuti circa

Ricordo quel singolo tizzone, quel segno, quel puntino.

All’età di tre anni udii mio padre dire a mia madre: “Questa volta gliene do da lasciargli un fil di vita”.

Sapevo che cosa mi aspettava.

Me le diede. Nel farlo, cominciò “letteralmente” a farmi a pezzi.

Sapevo che non c’era più nulla da fare.

Mi contrassi in un unico punto.

Là nessuno poteva prendermi.

Sull’altro lato di quel punto c’era…da dove ero venuto?

Dopo un po’, mi avventurai fuori di nuovo. La via era libera. Il danno non era irreparabile.

dall’Autodescrizione di R.D.Laing ne I fatti della vita. Sogni, fantasie, riflessioni sulla nascita, Einaudi, 1978

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All’età di due o tre anni, imparando ad addormentarmi senza la presenza dei miei genitori, sbagliavo strada e tornavo indietro fino farmi puntino tra i puntini, poi riemergevo terrorizzata chiamando mia madre, la quale mi rimproverava il non senso dell’incubo che raccontavo, la paura dei puntini verso i quali mi muovevo velocemente.