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Il caso Saronio e la manipolazione della realtà

Il sequestro del giovane ingegnere Carlo Saronio avvenuto a Milano nell’aprile del 1975 rappresenta un evento sottovalutato ma molto importante di quello che fu il decennio più turbolento dell’allora giovane Repubblica Italiana, gli anni settanta.
La vicenda resta sconosciuta al grande pubblico: si colloca a metà strada tra la cronaca nera e quella politica, non appartenendo né all’una né all’altra in maniera netta e non potendo quindi godere del fascino oscuro delle vicende della Banda della Magliana o dell’onda emotiva delle tragedie dei Cuori Neri, che tanto successo hanno riscosso in libreria in questi ultimi anni.
Fortunatamente il prezioso lavoro di Antonella Beccaria viene in nostro soccorso: in “Pentiti di niente” (Stampa Alternativa 2008) la giornalista ci racconta la cronaca del sequestro e il successivo iter giudiziario in maniera puntuale e lucida, proponendo interessanti chiavi di lettura di quella che fu la sanguinosa realtà della lotta politica violenta in Italia e degli interminabili e complessi dibattimenti giudiziari che da essa scaturirono.
Il rapimento di Carlo Saronio è un punto di non ritorno del modo in cui forze di polizia e magistratura iniziarono ad affrontare e gestire l’esistenza di alcuni movimenti rivoluzionari organizzati in assetti violenti e para-militari.
La presenza di formazioni armate con finalità insurrezionali era ampiamente conosciuta dagli apparati di sicurezza e dai vertici politici fin dai primi anni settanta; movimenti quali Potere Operaio e Lavoro Illegale, il gruppo XXII Ottobre e gli stessi GAP di Feltrinelli erano noti alle forze dell’ordine. Basti pensare in proposito che la riunione alla Stella Maris di Chiavari del novembre del 1969 in cui il Collettivo Politico Metropolitano di Milano accolse la lotta armata nel suo programma dando vita di fatto alle Brigate Rosse fu monitorata e seguita attentamente da uomini della Digos e dei carabinieri.
Ma queste sacche di rivoluzionari armati non furono smantellate in maniera decisa per una duplice ragione: in primis perché numericamente esigue non furono considerate un reale pericolo per l’ordine pubblico; in secondo luogo perché si ritenne sostanzialmente conveniente la presenza di gruppi eversivi da reprimere per soddisfare le richieste dell’opinione pubblica in tal senso.
Con il sequestro del giudice Sossi da parte delle BR nell’aprile del 1974 le cose diventano serie e preoccupanti e lo stato inizia a studiare efficaci contromisure per fronteggiare la lotta armata. La gestione del rapimento Saronio e i processi che ne seguirono rappresentano un passaggio essenziale in questo senso.

Carlo Saronio apparteneva ad una delle più ricche famiglie milanesi; era un ragazzo malinconico e molto generoso soprannominato dagli amici-compagni “salice piangente” per l’altezza e la tendenza ad incupirsi; in maniera non dissimile dal sentimento che molti notarono in Giangiacomo Feltrinelli, anche lui probabilmente viveva in maniera travagliata la sua condizione di milionario.
Forse anche a causa di ciò finì per bazzicare Potere Operaio e allacciare amicizia con alcuni suoi militanti, in particolare Carlo Fioroni, Cecco Bellosi e Oreste Scalzone.
La sera del 14 aprile 1975 l’ingegnere venne prelevato di forza sotto la propria abitazione e, al contrario di quanto arbitrariamente affermato sia da Giorgio Galli che da Sergio Zavoli, contro la propria volontà.
L’idea del sequestro nasce nella Milano criminale di quegli anni dall’incontro tra un militante di POT OP, Carlo Fioroni, e un bandito comune dedito a rapine e altri reati, Carlo Casirati.
Personalità fragile e disturbata il primo, malavitoso desideroso di mettere a segno il grande colpo della sua vita il secondo, questo connubio si rivelerà letale per tutti quelli coinvolti nell’azione, a cominciare dalla vittima. La sua morte avvenne quasi certamente la sera stessa del sequestro a causa dell’eccessiva pressione sulla bocca di un tampone che avrebbe dovuto stordirlo e che conteneva una sostanza tossica, il tuololo, che risulterà fatale.
I rapitori riuscirono nelle settimane successive ad estorcere alla famiglia della vittima circa 500 milioni di lire prima di essere identificati uno dopo l’altro. La sgangherata banda commise infatti una serie impressionante di ingenuità che resero particolarmente facile agli inquirenti la ricostruzione dell’accaduto: Casirati si recò all’appuntamento per il riscatto con un auto riconducibile alla sua compagna, Fioroni fu fermato in Svizzera mentre contava i soldi appena cambiati con una valigetta sulle gambe mentre altri complici furono individuati sulle coste della Sardegna intenti a far baldoria con un fiammante motoscafo appena acquistato.

Ma la tragica storia di questa armata Brancaleone del crimine merita di essere approfondita in almeno due aspetti che influenzeranno fortemente le vicende della lotta politica negli anni successivi.

Il primo è la nascita di una tacita collaborazione tra delinquenti comuni con frequentazioni nel mondo dell’eversione e gli apparati di sicurezza. Questi ultimi si convincono che disporre del pieno controllo di criminali che, per affari o finte simpatie, gravitano intorno alle organizzazioni terroristiche è molto più funzionale ai loro interessi che assicurarli alla giustizia.
Giustino De Vuono è probabilmente tra i primi ad usufruire di una “particolare” protezione: calabrese affiliato alla ‘ndrangheta ed ex membro della legione straniera, lo “scotennato” (soprannome dovuto alla calvizie) nella Milano nei primi anni settanta si muove agilmente .Ha una notevole disponibilità di armi e altrettanta disinvoltura nell’utilizzarle, visto che nel gennaio del 75 prende a pistolettate due malavitosi rivali. Casirati lo coopta immediatamente nella banda del sequestro e De Vuono ne diventa uno degli organizzatori arrivando a mettere le mani su una quota cospicua del riscatto. Arrestato nelle indagini successive e riconosciuto dalla famiglia come il telefonista che impartiva le direttive per la consegna del denaro il calabrese viene arrestato. Ma in carcere non resta a lungo perché già nel 1977 fugge dal penitenziario di Mantova e inizia una serena latitanza nonostante la condanna a trenta anni al processo di primo grado per il sequestro (condanna confermata in appello).
Con il falso nome di Antonio Chiodo attraversa indisturbato la frontiera tra Brasile e Paraguay, stringe amicizie, si innamora. Ai giudici che lo cercano per sbatterlo in galera e chiedono sue notizie la questura di Roma risponde brillantemente: “il soggetto in questione è irreperibile” (e non facciamo più di tanto per assicurarlo alla giustizia verrebbe da aggiungere).
Ma qualcuno in grado di rintracciare De Vuono dall’Italia sembrerebbe esserci: venti giorni dopo il terribile eccidio di Via Fani la foto dello Scotennato viene infatti diramata, insieme a quelle di altri, come potenziale componente del commando che ha massacrato Aldo Moro. Ad insospettire gli inquirenti ci sono due indizi fondamentali: il riconoscimento di un testimone che ha assistito all’assalto delle due auto e la perizia balistica. Quest’ultima accerta infatti che 49 dei 91 colpi sparati contro gli uomini della scorta del presidente della D.C. sono stati esplosi da un’unica arma, uno Sten o un FNA43, e sono proprio quelli andati a segno. Una precisione e un’accuratezza che risulterà di fatto incompatibile con le capacità balistiche e la padronanza della armi dei vari Gallinari, Bonisoli e Fiore (Morucci era l’unico terrorista del gruppo a poter vantare una certa esperienza in tal senso).
Insomma la presenza di De Vuono a Via Fani in qualità di super killer è un ipotesi che circola insistentemente nei giorni successivi al massacro. Ma ne le indagini della magistratura ne le ricostruzioni degli effettivi membri del commando forniranno elementi certi in merito.
Nell’agosto del 78 comunque De Vuono si gode il sole di Assuncion ed è talmente tranquillo da far richiesta della cittadinanza parguayana attraverso alcuni amici poliziotti. E ancora negli anni successivi continuerà a far la spola con il Brasile e a falsificare documenti; le autorità italiane allertate dai colleghi sudamericani non esiteranno a rassicurarli: “trattasi di individuo senza significativi precedenti penali”.
La sua figura e il suo spessore criminale spariranno di li a poco: nessuno si affannerà per fargli scontare la pena a cui l’aveva condannato il tribunale di Milano.
Con De Vuono si consolida quella sinistra tradizione dei nostri servizi segreti di proteggere e garantire l’impunità a individui protagonisti delle pagine più oscure della storia Repubblicana: lo scotennato trova posto vicino ai vari Carminati, Giannettini, Pisetta, Pozzan e tanti altri che anziché pagare i loro crimini dietro le sbarre hanno avuto brillanti carriere all’estero (dall’apertura di locali esclusivi all’assunzione di ruoli di primo piano in qualche giunta militare).

Il secondo aspetto inquietante del sequestro Saronio è l’utilizzo strumentale e distorto che inquirenti e magistrati fecero di Carlo Fioroni. Quest’ultimo aveva militato in Potere Operaio fino alla sua scissione allorché aveva seguito Toni Negri in Autonomia Operaia. Già nel gruppo di Piperno e Scalzone si era reso protagonista di gravi leggerezze operative che avevano causato non pochi problemi a lui ed altri compagni;rifugiatosi in Svizzera era sempre stato aiutato dall’organizzazione, convinta della sua buona fede. Con il pasticcio successivo al rapimento, Fioroni che ne era stato l’ideatore, si trovò completamente isolato e rinnegato dai compagni e incarcerato. La sua fragilità lo indusse rapidamente a collaborare con gli inquirenti nonostante le rivelazioni fornite si mostrarono fin da subito lacunose e parziali e nel soggetto non fosse riscontrabile alcun pentimento, ma solo opportunismo.
La Corte di primo grado del processo per il rapimento Saronio lo condanna infatti a 27 anni di carcere.
Convintosi evidentemente dell’inefficacia della strategia adottata Fioroni rilancia, e dal penitenziario di Matera scrive un memoriale con cui afferma di voler far luce sul rapimento Saronio e sugli avvenimenti da lui conosciuti durante la militanza politica, prima in POT OP e poi in Autonomia.
Nonostante gran parte delle affermazioni fossero da verificare e non evidenziassero significative novità, rispetto a quanto già emerso nel corso dei vari accertamenti, le stesse finirono per essere utilizzate come prove decisive in un’altra indagine, nata a Padova e successivamente trasferita a Roma, quella chiamata “7 Aprile” che indagava sulle responsabilità dell’Autonomia Operaia e in procinto di approdare ad un Maxi-processo.
Anche sulla base di queste ricostruzioni furono rinviate a giudizio circa 160 persone per lo più insegnanti, studiosi e giornalisti; di fatto questo enorme e spettacolare carrozzone giudiziario, che mirava a dimostrare come dietro a tutti gli episodi di terrorismo dal 1970 in avanti, Brigate Rosse comprese, ci fosse un’unica regia ad opera di Toni Negri, si sgonfierà con il passare degli anni. I tremendi capi di accusa saranno ridimensionati nel corso dei vari gradi per molti imputati mentre altri saranno completamente prosciolti.
Altrettanto credito alle parziali verità di Fioroni fu dato dai giudici del processo d’appello per il caso Saronio che gli diminuirono la pena da 27 a 10 anni di reclusione. Di fatto il “professorino” sconterà appena 7 anni di carcere per poi essere trasferito all’estero con molti benefici e scomparire silenziosamente dalla scena.
Attraverso l’esperienza di Fioroni lo Stato perfezionò quella strategia dell’utilizzo strumentale di collaboratori di giustizia e dissociati vari, strategia che partendo da Patrizio Peci e con il lavoro del generale Della Chiesa e di Giancarlo Caselli porterà alla legge sui pentiti. Questa legge si rivelerà fondamentale per le procure perché permetterà loro di istruire processi mediatici (che verranno nel corso degli anni puntualmente smontati dalle varie Corti di Appello del nostro paese) e svelare finti teoremi politici con cui rassicurare la spaventata opinione pubblica.

Anche per questo la triste vicenda di questo sfortunato ragazzo milanese non va dimenticata, non fosse altro perché è ancora oggi un tassello fondamentale per comprendere molti dei tragici avvenimenti della “notte della repubblica”.

Lorenzo Gramaccioni