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Il compagno

Dvanov usciì per dare un’occhiata ai cavalli. Fuori lo rallegrò la vista d’un passerotto, affaccendato sopra una sostanziosa fatta di cavallo. Erano forse sei mesi che Dvanov non vedeva passerotti e mai aveva pensato dove fossero rifugiati. Molte cose buone erano passate oltre la povera mente augusta di Dvanov, anche la stessa sua vita spesso le scorreva intorno come un ruscello scorre intorno ad un sasso. Il passerotto volò sulla siepe. I contadini nostalgici uscirono dal soviet. Allora il passerotto si staccò dalla siepe e volando cinguettò il suo grigio canto da poveri.

(…)

I passerotti si affaccendavano intorno alle isbe, come animali da cortile. Per quanto belle siano le rondini, in autunno se ne volano via verso paesi lussureggianti, mentre i passerotti rimangono a condividere il freddo e la miseria degli uomini. E’ il vero uccello proletario che becca i suoi amari granelli. Le delicate creature della terra possono perire per le diuturne squallide avversità, ma quelle vitali come il contadino e il passerotto rimarranno e riusciranno a sopravvivere fino ai giorni caldi.

da Il villaggio della nuova vita, Andrej Platonov, Mondadori, trad. di Maria Olsufieva

Il risveglio di Don Chisciotte in Russia

“Compagno Kopenkin” proseguì Dvanov. “Sai che ti dico? Avrei voglia di andare in città. Aspettami qui, ci metterò poco. Per ora fai da presidente del soviet per non annoiarti, i contadini saranno d’accordo. Vedi anche tu come sono…”

“Tutto lì?” si rallegrò l’altro. “Vacci pure, fammi il piacere, ti aspetterò anche un anno. E farò da presidente, questo distretto va stuzzicato.”

Quella sera si abbracciarono in mezzo alla strada e tutti e due sentirono un irragionevole pudore. La notte stessa Dvanov avrebbe preso il treno.

Kopenkin rimase a lungo fermo sulla strada, perduto ormai di vista l’amico; poi tornò al soviet e pianse nel locale deserto. Tutta quella notte stette in silenzio senza dormire, il cuore spossato. Il villaggio intorno non si muoveva, non si faceva notare neppure con un suono, quasi avesse rinunziato per sempre al proprio destino che si trascinava avanti, spiacevole. Solo di tanto in tanto i salici spogli frusciavano nel cortile deserto del soviet rurale, permettendo al tempo di procedere verso la primavera.

Kopenkin osservava le tenebre agitarsi fuori dalla finestra. A volte erano percorse da una pallida luce appassita odorante di umidità e di noia del nuovo giorno desolato. Forse era il mattino vicino o forse uno smorto raggio errante della luna. Nel lungo silenzio della notte l’uomo andava insensibilmente allentando la tensione, quasi rinfrescato dalla solitudine. A poco a poco nasceva nella coscienza una flebile luce di dubbio e di compassione per se stesso. Rivolse la memoria a Rosa Luxemburg, ma vide solo una donna smagrita in una bara, simile ad una puerpera estenuata. Non sorse in lui la tenera passione che gli dava al cuore un trasparente leggero vigore.

Stupito e sgomento egli si andò avvolgendo di firmamento notturno e di pluriennale stanchezza. Non si vedeva nel sogno e se si fosse visto avrebbe preso paura: sulla panca dormiva un vecchio esausto con profonde rughe da martire su un viso estraneo, un uomo che in tutta la sua vita non aveva fatto il minimo bene a se stesso.

da Il villaggio della nuova vita, Andreij Platonov, Mondadori, trad. di Maria Olsufieva

Grabbing hand

Zachar Pavlovic, nonostante lo sgomento, pensava al futuro:
“Basta ululare, Nikìforovna” disse a una delle contadine che singhiozzava ad alta voce gridando i tradizionali lamenti funebri. “Se urli, non è per il dolore, ma per essere pianta anche tu quando morirai. Prenditi piuttosto il bambino, tanto ne hai già sei, uno in più in qualche modo camperà”.
Nikìforovna tornò immediatamente nel suo senno di donna e il suo viso si asciugò assumendo un’espressione feroce: piangeva con le sole grinze, senza lacrime:
“Lo dici tu! Ora camperebbe, sì, in qualche modo, ma aspetta che cresca! Quando comincerà a rimpinzarsi e a strappare i calzoni, che ce la fa a mantenerlo?”
Un’altra donna, Mavra Dvànova, madre di sette figli, si prese il bimbo. Lui le prese la mano, lei gli asciugò la faccia con la gonna, gli soffiò il naso e condusse l’orfanello nella sua isba.

da Il villaggio della nuova vita, Andréj Platonov, Mondadori, 1972, trad. di Maria Olsùfieva