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Vedi a me la primavera mi piglia alla gola

Dancing faun my brother Jeno di Andre Kertesz

Lettera 120.  A Paula Michelstaedter

Firenze, 22 marzo 1908

Cara Paula

M’ha fatto un tale spavento sentirmi chiamar Giacomo, che ho dovuto mettermi subito a scriverti. Per l’amor di Dio non chiamarmi più Giacomo; chiamami Antonio, Francesco ma Giacomo no – è orribile anche senza pensare a Giacometto Bolaffio e al povero Giacomo della zia Irene.-Però la posta ha dimostrato una grande intuizione a capire che Carlo Antonini voleva dire Antonio Giacomini[1], e queste sono cose che fanno certo piacere. – Oggi non ti scrive una persona nervosa, übergearbeitet[2], colle vene delle tempie ingrossate,ecc., tutti gli altri segni insomma della mia incipiente degenerazione, – ma un uomo sano e forte e bruciato dal sole. – Oggi è stata dopo un mese di nebbie, di pioggie, di venti la prima bella giornata e noi (Joe ed io e 3 altri) abbiamo camminato tutto il giorno per fare il monte Senario. Sempre sotto un sole pieno – potente, attraverso belle campagne, dirupi, boscaglie. – Io mi sento rigenerato, e mi domando – al solito – perché non vivo sempre fuori, perché vengo qui a intristirmi fra i libri e queste mezze creature incartapecorite che mi sembrano tanti aberrati – a correre il pericolo di impolverirmi come loro. Invece il sole e l’aria, e tutto quel verde fa tanto bene.  E anche la gente; io saluto tutti, parlo con tutti, mi sento veramente à mon aise fra la gente di campagna; in tutti i villaggi alla sera le ragazze passeggiano a gruppi dandosi il braccio; quando passi e saluti, ridono francamente, mostrando i denti sani.
In un paese dei bambini giocavano all’altalena con un palo lungo messo di traverso su una catasta, io andai a giocar con loro e a loro parve la cosa più naturale del mondo. Tutti avevano un’aria tanto allegra oggi, già è la prima giornata di primavera. Vedi a me la primavera mi piglia alla gola – e se non mi agito, se non mi espando, se non vivo – soffoco – è come un’ebbrezza per me. È un guaio la primavera, io la temo e la desidero; forse più la temo… ma lasciamo andare. – E tu lasciamo andare a dormire e accontentati per oggi di tutte queste fregnacce. – Buonanotte.

da Epistolario, Carlo Michelstaedter, Adelphi



[1] Michelstaedter abitava a Firenze in Via Antonio Giacomini 4. La sorella per scherzo aveva indirizzato a Giacomo Michelstaedter, via Carlo Antonini. Sembra peraltro possibile che essa pensaasse, più che a Giacometto Bolaffio o al defunto marito della zia Irene, Giacomo Bassani, a Giacomo Leopardi, tanto più chiamandosi lei Paula, come Paola si chiamava la sorella del poeta di Recanati.

[2] “sovraffaticata”.

più d’uno mi accusa di non concludere

Mistici che scrivono.
“Ho versato quella goccia di sangue per te! ecc.
Queste cose mi danno un’impressione di falso.
“Troppo bello per essere vero”. Ne sono infastidito. Manca il pudore.
Se le sentissi, non vorrei scriverle a nessun costo.
Sentirle…ma, non è poterle scrivere!
Equivarrebbe a non avere neanche l’idea di un altro momento e di altri individui – che lo scrivere suppone.
Significa che pongo dei limiti alla letteratura e che la faccio cessare là dove comincia l’io del mio io; Impurità.
che non amo agire su questo stesso punto degli altri e che non faccio loro quel che non voglio che mi si faccia, – che mi si “prenda per i sentimenti” quando ho bisogno soltanto di ciò che mi rinforza – vale a dire che mi istruisce, che mi fornisce strumenti.

Il pensiero di solitudine non conosce queste frasi.
Non ne ha che di atrocemente nude. Se gliene vengono, se ne fa delle beffe oppure non è più di solitudine; ma di commedia, di teatro, e per qualche pubblico. Ci sono cose che sono impossibili a chi è davvero solo. E più sono belle, meno sono per se stessi; e più esigono qualche Altro.
Nei mistici, è chiaro che come pubblico essi si danno Dio. L’essere, forse, non vuole, non può voler essere veramente solo – ossia riconoscersi sempre, non ricevere mai altro che la propria immagine. A volte così deformata che desta meraviglia in colui che l’emana e la riceve. Si trova troppo bello, troppo ricco. (1936. Senza titolo, XIX, 93)

da Quaderni. Volume Primo – Ego scriptor, Paul Valéry, Adelphi

nessuna migliore sorte fra migliori cieli

foto di Enzo Penna

Ulula la bufera; già ribolle
e ruggisce l’abisso marino e neri flutti
si susseguono, si alzan fino al cielo
schiumando irosi, rompono sui massi della riva.

Quale forza nemica, quale mano
tiranna ha stretto in cumuli le nubi
e ha fatto che nei cieli nascesse l’intemperie?
Chi, sovvertendo i piani di natura,
scaglia contro la terra, con monti d’acqua, il mare?
Non forse quello spirito malefico, signore
della Geenna, che ha diffuso il male
nell’universo, e sottomesso ha l’uomo
a desideri, morbi, passioni e distruzione,
armando contro il creato le forze
che il creato ebbe in dono? Innanzi a lui
la terra trema: lui ha velato l’etere
con ali sterminate e lui, col suo ribelle
potere, nuove onde ruggenti.

Quando verrà il desiderato istante?
Quando mi affiderò ai tuoi flutti, oceano?
Ma sappi: non cattura la mia mente
l’incanto di lontani lidi. Non troverò
migliore sorte fra migliori cieli,
né saprà rifiorire la mia anima
in una florida contrada. Pure,
io non voglio aspettare che la mia fine arrivi
dall’arbitrio del fato, o dal veleno
lento del vivere, in quiete servile;
per l’orgoglio dell’uomo essa è più dolce fra onde
infuriate e lottando contro la loro rabbia!
Come al levarsi della gioventù
avevo sete di gioie novelle,
così adesso, oceano, io bramo i tuoi uragani!

Ágitati, precípitati, contro i bordi petrosi:
mi allieta il tuo selvaggio, minaccioso ruggito,
come l’invito a lotta a lungo attesa,
la lusinghiera collera di un potente nemico.

1824

da Liriche, di Evgenij Baratynskij, Einaudi, trad.di Michele Colucci

My brother Jeno, Andre Kertesz, 1917

 

il prezzo dell’eternità


foto di André Kertesz

La responsabilità dei pittori, come di tutti coloro ai quali è dolorosamente toccato in sorte d’impedire, nel modo espressivo in cui si dedicano, la sopravvivenza del segno alla cosa significata, mi sembra oggi pesante e sopportata in genere piuttosto male. Eppure è il prezzo dell’eternità.

da Il surrealismo e la pittura, André Breton, Abscondita, trad.di Ettore Capriolo

della corretta disposizione dei libri

foto di André Kertesz

Francoforte , 9.12.1957

Ingeborg, mia cara Ingeborg,
Io ho, poi, guardato ancora una volta dal treno, anche tu ti eri voltata a guardare, ma io ero troppo lontano.
Dopo improvvisa una sensazione violentissima di soffocamento.
E quando sono rientrato nello scompartimento, è accaduto qualcosa di molto strano. è stato così strano che mi ci sono abbandonato per un lungo tratto del viaggio – adesso te lo racconto, esattamente come è accaduto – ma ti chiedo sin d’ora scusa del mio comportamento forse un po’ troppo impulsivo.
Rientrato, dunque, nello scompartimento ho preso dalla cartella le tue poesie. è stato per me come annegare tutto in una luminosa trasparenza.
Quando ho alzato lo sguardo ho visto la giovane signora che occupava il posto accanto al finestrino tirare fuori Akzente, l’ultimo numero, e incominciare a sfogliarlo. Lei continuava a sfogliare, il mio sguardo, che seguiva il suo sfogliare, sapeva che le tue poesie e il tuo nome sarebbero comparsi. Alla fine erano lì e la mano che sfogliava si è fermata. Mi sono accorto che aveva smesso di sfogliare, i suoi occhi, adesso, leggevano, e tornavano di nuovo a leggere. Ancora e ancora. Le sono stato così grato. Poi, per un istante, ho pensato che doveva trattarsi di una persona che ti aveva ascoltato leggere, ti aveva visto e riconosciuto.
Ho voluto, allora, saperlo. Gliel’ho chiesto. E le ho detto che eri tu, fuori.
Ho poi invitato la signora a prendere un caffè, era una giovane scrittrice che a Monaco aveva consegnato un manoscritto alla casa editrice Desch e, come ha detto, scriveva anche lei poesie. Dalle sue parole, allora, ho capito quanto fosse grande la sua ammirazione per te.
Sono stato abbastanza cauto nel parlare, Ingeborg, ma lei aveva già capito tutto, per lei questo era un fatto straordinario.
Alla fine le ho regalato entrambi i miei volumi di poesie e l’ho pregata di leggerli soltanto quando fossi sceso dal treno.
Era una giovane donna, avrà avuto trentacinque anni, ora sa tutto, ma non credo vada a dirlo in giro. Credo proprio di no. Non essere arrabbiata, Ingeborg. Ti prego, non essere arrabbiata.
Era così strano, strano come lo sono le cose del nostro mondo – la persona a cui lo dovevo era giusto che sapesse chi aveva avuto davanti a sé. Dimmi cosa ne pensi – ti prego!
Penso anche che potresti inviarle un saluto, l’indirizzo è:

Margot Hindorf
Koeln-Lindenthal
Duerener Str.62

Scrivimi una riga a Parigi, mercoledì sera sarò lì.
A Francoforte, erano le otto, ho telefonato subito alla signora Kaschnitz – nessuno ha risposto. Domani tenterò di nuovo.
Devo rivederti, Ingeborg, sì ti amo.
Paul

Qui sono ospite da Christoph Schwerin: i nostri libri stanno l’uno vicino all’altro.

passaggi


André Kertesz

III.

Così non si dirà la nostra povertà
di cose guardate di sfuggita,
di alberi, di pesche e di ginestre,

del mare la scia dell’acqua e della valle
le bilance sul Foglia grigio di melma…
Mai si dirà la nostra ansia dell’oggetto,

del guardare le cose con parole
così attenti alle parole del linguaggio
da scordare: la brocca d’acqua fresca

sulle scale, le bocche dei fanciulli
nelle viole, i granchi di luna
affumicati nel fuoco, nella brace

nera della notte, della nostra ora!

da Trentennio. Versi scelti e inediti 1977-2007, Gianni d’Elia, Einaudi

 


Edward Steichen

sulla riva


André Kertesz

 

I pontili deserti scavalcano le ondate,
anche il lupo di mare si fa cupo.
Che fai? Aggiungo olio alla lucerna,
tengo desta la stanza in cui mi trovo
all’oscuro di te e dei tuoi cari.

La brigata dispersa si raccoglie,
si conta dopo queste mareggiate.
Tu dove sei? Ti spero in qualche porto…
L’uomo del faro esce con la barca,
scruta, perlustra, va verso l’aperto.

Il tempo e il mare hanno di queste pause.

 

Mario Luzi 

mischiare le carte

 


femme aux seins nus, andré kertesz, 1921

…poi che nella sorda lotta notturna
la più potente anima seconda ebbe frante le nostre catene
noi ci svegliammo piangendo ed era l’azzurro mattino:
come ombre di eroi veleggiavano:
de l’alba non ombre nei puri silenzii
de l’alba
nei puri pensieri
non ombre:
piangendo: giurando noi fede all’azzurro.

da Immagini del viaggio e della montagna, Dino Campana, Canti Orfici

 


le beau-frère de l’artiste, duna haraszti, andré kertesz, 1917