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(…) l’Eritrea appare allo stesso tempo lontanissima e vicinissima. Non solo perché gli echi della lotta contro un regime remoto hanno origine nelle nostre città europee, come questi ragazzi e la generazione dei Gabriel e dei D. confermano. Non solo perché, ancora una volta, l’Eritrea è stata la parte d’Africa più a lungo colonizzata dall’Italia appena unificata. I ragazzi lo ripetono costantemente, il colonialismo rimosso è un loro cruccio.
Sara, una delle poche ragazze del movimento, me lo ricorda con un’espressione seria in volto: “Ho l’impressione che l’Italia abbia paura della sua storia. I giovani non sanno che l’Eritrea è stata una colonia italiana, sui libri di scuola ci sono solo poche righe. Soprattutto chi è di Asmara sente di avere un legame con questo paese, ma quando arriva qui non capisce bene dove si trova. Invece di far chiarezza, gli ultimi governi hanno pensato che il modo migliore di risolvere il problema coloniale fosse quello di aiutare i regimi venuti dopo, senza spiegare per esempio perché abbiamo collaborato con Gheddafi per reprimere i viaggi dei migranti”.
Libia, Eritrea, Somalia. I ragazzi dell’Eritrean Solidarity Movement for National Salvation lo chiamano il “triangolo italiano”. Il “triangolo italiano”, mi ripetono mentre passeggiamo lungo il corso principale (di Lampedusa, durante la commemorazione della tragedia del 3 ottobre 2013 all’Isola dei Conigli), schivando capannelli di uomini e cani sonnolenti, ha a che fare con la nostra storia rimossa, con ciò che è stato edificato dopo quella rimozione e con gli enormi buchi neri che oggi si sono creati in quei paesi.

da La frontiera, Alessandro Leogrande, Feltrinelli

(il corsivo è mio)