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uno sta lavorando in biblioteca…

foto di Alan P. Müller

(Nella vita corrente non si sente la volontà di vivere ma questo e quel desiderio).
Sentir la volontà di vivere perché la necessità inerente alla propria illusione è accomplievoilà la joie de vivre, l’illusione della vita.
Sentir la volontà di vivere perché l’illusione è rotta (anche solo interrotta): ecco la tristezza (o malinconia). L’uomo vive felice finché crede d’aver volontà e d’essere qualcuno. Qualunque ragione lo porti fuori da questa fede ed egli diventa melanconico. Melanconia è una pioggia uguale lenta perché dice all’uomo l’infinita monotonia, l’immutabilità, la mancanza di scopo delle cose. – Melanconico è il riconoscimento dell’illusione altrui: uno sta lavorando in biblioteca a un lavoro storico che gli piace e gli si siede di fronte una  di quelle solite vecchie mummie che non mancano mai in nessuna biblioteca, che vi stanno in permanenza, copiando enciclopedie, o leggendo e spuntando tutti gli autori che hanno parlato anche per incidenza per esempio…dei gatti bianchi o che li hanno nominati soltanto; che ammassano incredibili masse di schedine in vista di una colossale pubblicazione…che non sarà mai pronta. Se quello che lavora con entusiasmo al suo lavoro storico comincia a osservare il suo vicino (e non potrà fare a meno, appunto perché gli dà noia) – io credo che un certo inconscio terrore di non essere essenzialmente dissimile da lui gli fa sbollir l’entusiasmo almeno per quel giorno.

da La Melanconia, in La melodia del giovane divino, Carlo Michelstaedter, Adelphi

all’avventura

foto di Alan Philip Müller

Usciva dalla stretta oscura. In verità ne era già uscito più d’una volta. Se la sarebbe cavata ancora. I trattati dedicati all’avventura dello spirito si sbagliavano assegnandole fasi successive: tutte, al contrario, si mescolavano; tutto era soggetto a ripetizioni e a reiterazioni infinite. La ricerca dello spirito girava a vuoto. A Basilea, una volta, e in molti altri luoghi, aveva conosciuto lo stesso smarrimento. Le stesse verità erano state apprese più d’una volta. Ma l’esperienza era cumulativa: il passo alla lunga si faceva più sicuro; l’occhio vedeva più lontano dentro certe tenebre, lo spirito constatava almeno certe leggi. Come accade a chi sale su per il pendio d’una montagna o ne discenda, egli s’innalzava o inabissava senza mutar posto; tutt’al più, a ogni svolta, lo stesso abisso si apriva ora a destra ora a sinistra. L’ascender si avvertiva solo dall’aria rarefatta e dalle nuove cime che spuntavano dietro quelle che sembravano precludere l’orizzonte. La nozione di ascesa o di discesa era falsa: gli astri brillavano in basso come in alto; si trovava contemporaneamente sul fondo e al centro della voragine. L’abisso era allo stesso tempo al di là della sfera celeste e all’interno della volta ossea. Si aveva la sensazione che tutto accadesse in fondo a una serie infinita di curve chiuse.

da L’opera al nero, Marguerite Yourcenar, Feltrinelli, trad.Marcello Mongardo

per una modesta somma di denaro

foto di Alan Müller

Siamo al corrente perfettamente
dei riti che si perpetrano dentro
agli uffici costruiti
da lunghi ambulacri di scaffalature,
interessati come molti alla carriera,
in un certo senso anche intrisi
nella carta moschicida
per le copie conformi
e in tutta la gamma dei distinti saluti.

Ed è un segno di vita nondimeno
in questi luoghi di condizionamento
lo sciogliersi del quotidiano torpore
giusto all’ora di colazione,
dimostrativo che dalle alte finestre
neanche il sole riesce a penetrare

e tutto succede per modesta
somma di denaro, inadeguata
a produrre un buon dipendente,
né peraltro subito percepibile domani
svolgendo vitali nostre capacità.

da Siamo esseri antichi, Carlo Villa, Einaudi