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Permetta a un lettore privato si salutarla con gratitudine

Agostino Straulino e Nicolò Rode nel 1950

Marina di Poveromo, 14 agosto 1950

Caro Pavese,
quantunque non abbia il piacere di conoscerla di persona, non posso fare a meno di scriverle: perché mezz’ora fa ho terminato di leggere La luna e i falò.
Solo nelle poche vacanze posso permettermi il lusso di leggere libri di mio gusto. Ho seguito in questi anni con crescente comprensione la Sua opera di narratore. Il secondo racconto di Prima che il gallo canti, che lessi qualche mese fa, m’aveva colpito ancor più degli altri Suoi scritti. Ora, in queste vacanze d’agosto ho potuto leggere con viva ammirazione il trittico di Bella d’estate, e tra ieri e oggi La luna e i falò. E ne sono ancora, più che ammirato, turbato.
Questa è grande arte e poesia vera: di fronte a pagine come queste, dove il dolore della vita è filtrato attraverso la serena contemplazione del ricordo, le polemiche sui fini dell’arte e sulle relazioni tra arte e politica non hanno più senso. Gli artisti veri, senza proporselo, toccano sempre le ferite della loro società, l’accento occasionale che prende nel loro tempo la eterna pena dell’uomo: sono del loro tempo e di tutti i tempi.
Permetta a un lettore privato di salutarla con gratitudine.
Il suo,

Piero Calamandrei

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Torino, 21 agosto 1950

Caro Calamandrei,
la sua lettera è venuta come una brezza nel deserto. Traversavo e traverso un periodo tristissimo, e sia pure soltanto un sollievo come quello di sentire che non si è lavorato invano e che i migliori d’Italia se ne sono accorti, è bastato a darmi respiro. Le espressioni che ha voluto usare riguardo alla mia opera sono tali che, se non fossi certo di chi è Calamandrei, quasi avrei creduto a una leggera canzonatura. Ma so bene invece il loro senso, e considero la lettera epoch-making nella mia vita.
Spero di superare queste secche e lavorando dell’altro darle ragione fino in fondo. Ma quella “serena contemplazione del ricordo” che lei rileva nei miei libretti non è stata se non a prezzo di tali rinunzie nella mia vita che oggi ne sono tramortito. Vedremo.
Grazie, caro Calamandrei, suo

Cesare Pavese

Lettere 1945-1950, Cesare Pavese, Einaudi