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Il tempo trascorso da allora è stato piuttosto logorante

Torino, 31 marzo 1942

Cara Filomena,
quest’ultima volta mi sono fermato a Roma abbastanza a lungo e ho pensato che era ridicolo non vedersi affatto come due nemici ereditati e lasciare i nostri saluti a Barberina o ad Antonio. Ma forse questa saggezza un po’ forzata ha ancora una sua ragione e servirà a rimediare a facili errori dell’anno 1941 (questo è il linguaggio a cui ci abituano i troppi giornali sulla guerra). La tua cartolina da Perugia mi ha ricondotto a tempi anche più antichi, a quell’estate di due anni fa in cui non si conoscevano i pericoli futuri e si parlava con eleganza e distacco dei propri problemi personali. Il tempo trascorso da allora è stato abbastanza logorante per il sistema nervoso. Io nutro ora la mia inquietudine di continui progetti e sento sempre più nei limiti esterni alla mia libertà un ostacolo durissimo. Anche tu quando ci siamo lasciati eri piuttosto incline allo spirito catastrofico, ora penso che la tua felice pacatezza romana abbia riguadagnato terreno e mi auguro che divida il tuo tempo fra i vari diritti e i tuoi svaghi personali.

Spero che ci vedremo presto con calma. Un amichevole saluto da,

Giaime

da C’era la guerra. Epistolario 1940-1943, Einaudi, Gli Struzzi, 2000, a cura di Luisa Mangoni

Caro Agafio,
se ti scrivo che l’assenza di libertà fatta subire a tante persone che ho incontrato negli ultimi tre anni mi logora, so che capisci. Sai come’è chiamata l’assegnazione di un centro di accoglienza in Germania? Einweisungsverfügung, cioè provvedimento di internamento: quando l’ho saputo, ho ricordato quel giorno in cui mi dicesti –  commentando i pregi della carta adesiva per risolvere il problema dei pesciolini d’argento – che i tedeschi san bene come uccidere. Le aggressioni del mondo e una certa passività delle persone a cui queste sono indirizzate, mi vuotano: oggi sono un’illettrice o una lettrice intermittente. Due mesi fa sono stata per due giorni ospite senza invito in un centro d’accoglienza in Germania, per fare una visita ad un caro nigeriano espulso dall’Italia. Era il più scuro di quel centro e sono stata testimone di un’esclusione spietata: i compagni di disavventura, tutti di fototipo più chiaro, facevano a gara per occupare la posizione di penultimi, conquistata pulendo gli spazi comuni al suo passaggio oppure invitandolo a non utilizzare un certo bagno. Avevo sperimentato un’assai più moderata forma di esclusione, quando unico fototipo levantino in una situazione di coabitazione, mi ero accorta di suscitare il disgusto nell’ospite che incappava in un mio capello, rimasto nella doccia come unico monumento ai caduti e ripuliti: grazie a questa esperienza, è stato inevitabile coincidere con il mio caro, con un’intensità tale da arrivare a pensare – al buio e con i rumori provenienti dal corridoio così simili a quelli di un ospedale – al suicidio. Ho abbracciato la segregazione del caro ed ho percorso mentalmente gli ultimi passi di Maslax, il ragazzino che si impiccò al ramo dell’albero dei giardinetti dinanzi al centro di accoglienza a Pomezia. Sono tornata a Roma, proprio grazie al mio amico, che quando parla del suo Dio (che io, atea, non provo ad intaccare con l’etilene della logica) ha gli occhi che virano al blu.

Torna, Agafio: negli ultimi tre anni ho parlato con vittime, aggressori, candidati al martirio o indifferenti. Non so quanto sia felice, quella tua pacatezza, ma la vorrei presente nella mia vita e se ho l’ardire di chiedere, è perché conosco il piacere della restituzione.

Sottacqua

Ho sognato di trovarmi alla vecchia sede della libreria, che era tornata ad essere tale e gestita da persone che tutti – fuorché me – conoscevano. Mentre giravo per il locale, divenuto assai più grande, questo ha iniziato a riempirsi d’acqua ed io e i miei cari non riuscivamo a guadagnare l’uscita. Mi sono svegliata prima che l’acqua ci sommergesse.

La reale necessità di un luogo è stabilita dal numero e dal tipo di persone che vi si recano. Perfino Agafio non viene più.

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30 gennaio 1947

Devo assolutamente trovare un’altra sede: siamo stretti come sardine mentre gli affari sono in piena espansione. L’unico modo per avere uno spazio più grande senza svenarsi è comprare un bordello. La legge Marthe Richard qualche mese fa ha abolito la regolamentazione della prostituzione imponendo la chiusura delle case di tolleranza e ora sono tutte in vendita. E così me ne vado in giro per i casini della città alla ricerca di un affarone.

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9 febbraio 1947

Ogni appuntamento in banca: fiasco totale. E questo nonostante tutti i premi, la pubblicità, eccetera. La persona con cui ho parlato non capisce niente di libri e non mi aiuterà.

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12 aprile 1947

Ho appena venduto il mio ex bugigattolo a una signora di nome Maria Marquet. Ci farà un negozio di oggetti in opalina. le Editions Charlot si trasferiscono in un ex bordello al 18 della rue Grégoire-de-Tours, famoso per aver annoverato tra i suoi clienti il poeta Apollinaire. Abbiamo comprato l’intera palazzina a un prezzo vantaggioso (sarà forse perché dentro ci hanno assassinato il proprietario?). Un bordello. Un poeta. Un assassinio. Se non risaliamo la china così!

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12 agosto 1948

Gli azionisti della casa editrice, che poi altri non sono che i miei amici, hanno deliberato: mi vogliono fuori dalla società per tenermi dentro come consulente letterario. Charles Poncet e io dobbiamo farci da parte. Da un’impresa che porta il mio nome. Charlot senza Charlot. Assurdo. Siamo in rosso di 22 milioni. Ho la nausea al solo pensiero. Amrouche si occuperà della liquidazione, una parte del personale verrà licenziata, sarà un duro colpo. Sono costretto a vendere tutte le mie cose (che non sono poi molte) per pagare i debiti. Ho cercato di tirare su il morale a Dominique Aury e Madeleine Hidalgo, che sembrano molto sconfortate.

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2 settembre 1948

La direzione è ormai nelle mani di Amrouche e Autraud. Il clan Charlot, come lo chiama Jules Roy, si è sfaldato. Quasi tutti i miei autori passano a Gallimard, Seuil e Julliard.

Me ne torno ad Algeri, solo e con i miei sogni di letteratura e di amicizia mediterranea.

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1 dicembre 1949

Il tribunale di Parigi ha decretato il fallimento delle Editions Charlot. Crudele avventura parigina. Fine di un’amicizia collettiva.

Un capitolo della mia vita si è brutalmente concluso.

da La libreria della rue Charras, di Kaouther Adimi, L’Orma Editore, trad. di Francesca Bononi

L’acqua che ti fece

Sei alta, pianta mia, di foglie ricca:
filtri la migliore luce, quella uscita
dalla vite, lungo il sampietrino,
scansando il pampino, con sguardo che ammicca.

Quando malferma piego la grande
bottiglia, formando piccoli gorghi
di poltiglia, mi piace guardare
mentre bevi. Davvero, mi piace.

Perché non parli? L’acqua che ti fece
barbara e verde e rossa, in autunno,
son io che la versai.

Contemplazioni e zzz, Carmela Moscatiello

Derriere le Miroir

Se gli incontri avessero una forma e, tra i nostri, ne considerassimo uno a caso, la sua figura avrebbe dimensione compresa tra due e tre: di volume nullo, tuttavia di lunghezza infinita, perché infinita è la distanza che ci separa. E, come nel tratto di costa omoteticamente frastagliato, vedremmo ripetersi in un’alternanza senza fantasia: della testa, r volte l’inclinazione a destra; della stessa, n volte il buttarsi indietro in una risata; o volte uno sguardo con intenzione a mento basso; p volte la distensione della mano ad illustrare un’altezza pasquale; q volte una digitonegazione; r volte un congedo.

da Contemplazioni e zzz, Carmela Moscatiello

Il testimone

Sapere chi mi guarda. Con chi scrivo, con chi parlo sottovoce, con chi resto in silenzio. Chi mi fa delle domande alle quali non so rispondere. Con chi condivido la mia lingua muta, la mia scrittura disegnata. Sempre, continuamente, sono con qualcuno, nel mio silenzio e nel suo. Non mi parla ma io lo capisco, è in me, non so niente di lui, o di lei. Questo qualcuno non ha sesso, non vi è differenza tra lui e lei, è un testimone che mi accompagna. Il giorno in cui mi volterà le spalle, morirò. Potrei chiamarlo la mia anima. Ecco, io sento una forma. Se infilassi la mano nel mio petto, la toccherei e saprei forse che lei sono io.
Da un lato porto questa forma che è quasi tangibile. Dall’altro, porto il colore che evolve nel suo focolare. Insieme mi configurano e configurano il testimone. Esso talvolta chiarisce i miei pensieri, talvolta li sprofonda nell’oscurità. Appena sente qualcosa, anch’io lo sento e viceversa. Ciò si ripercuote in me, causandomi un intenso dolore lancinante, o una felicità improvvisa e leggera.
Cosa vuol dire sentire? E in modo così individuale e intrasmissibile che nulla riesce a modificare?
Il sentire si pianta come un coltello. Un’immagine, un pensiero, un ricordo e il coltello affonda la sua punta nella mia carne. Mi scanso ma lui mi ritrova. Cerco di interrogare il testimone ma non so dov’è, chi siamo. Mi avvicino a lui il più possibile per avere una possibilità di conoscermi. Di sapere per quale motivo reagiamo in questo modo.
Cos’è successo? Chi mi ha messo in questa situazione?
Perché questo testimone è sempre lì? Da me a lui il cammino non è lungo, lo percorro coi miei passi, le mie parole, i miei gesti. Lui indietreggia quando io avanzo, cerco di accerchiarlo, di sentire da più vicino il battito che ci unisce. Capita talvolta che mi impedisca di abbordare la realtà e le sue molteplici sfaccettature. Nel cammino, da lui a me, vedo sfilare volti amati, pianure dove corrono cavalli, un fiume che si getta nel mare. Le cose che mi mostra sono assenti. Una certezza: noi apparteniamo alla famiglia dell’assenza.

da L’alfabeto del fuoco. Piccoli studi sulla lingua, Silvia Baron Supervielle, Pagine d’Arte, trad. di Anna Bertaccini