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il viaggio

 

Nulla mi avrebbe impedito di prendere in affitto una camera in una delle strade tortuose sulle colline di Beyoglu, in riva al mare, e di starmene seduta alla finestra , un piano sopra il cupo suono dei vicoli guardando in basso, giorno dopo giorno, imperturbabile, fino a sera.

(…)

Non avevo una meta precisa, né intendevo un giorno fermarmi, trovar pace, pensare di essere giunta in un paradiso terrestre, perciò tutto questo mi diceva poco. Nel momento stesso in cui ci avvicinavamo a un orizzonte a lungo contemplato, scomparivano il campanile e i campi di grano, si spegnevano le bandiere, le campane tacevano, le donne portavano fazzoletti e gonne ondeggianti di foggia diversa; invece di vitelli bianchi, intenti a pascolare, vedevo bufali indolenti, lucidi come l’olio, distesi nel fango caldo sotto un ponte. Finite le ampie catene di colline e i campi estivi, una strada stretta scendeva lungo il versante di una romantica valle avvolta di ombre gialle, marroni e viola e si inoltrava nel cuore di montagne senza nome.

A cosa mai mi sarebbe servito conoscerne il nome! Una volta in viaggio si dimentica il desiderio di sapere, non si conosce più l’addio né il rimpianto, non ci si chiede più da dove né verso dove si va. Al massimo sono le lancette dell’orologio a dirti che è passata qualche ora e che si è andati ancora più verso est. Con il passare dei giorni diventa sempre più impossibile ritornare e, in fondo, non lo si vuole nemmeno. Strapparsi gli abiti, ammettere che si è andati troppo lontano, che in queste regioni straniere si è come un mendicante, un bambino senza culla, un prete senza chiesa, un cantante senza voce – ammettere che si cerca la sicurezza e si teme di vivere inutilmente? Che si vorrebbe riparare qualcosa, recuperare quanto si è perso?

Non sappiamo di cosa viviamo, come possiamo allora perdere qualcosa e rimpiangerlo? Era già tardi la sera in cui, arrivando a Istanbul, passai, esausta, sotto l’antichissimo arco della porta cittadina: il selciato risuonava, le piccole lampade a olio illuminavano il vicolo del bazar e arrivai infine alle acque scintillanti del Bosforo, che fluivano in silenzio incessante. Allora avrei potuto forse trarre un sospiro di sollievo e credere per un istante di aver raggiunto una meta, di aver ampiamente meritato questo incontro dai mille accenti. Ma poi sarei stata subito assalita da dubbi terribili e mi sarei chiesta se questa era davvero la meta giusta, l’ultima; avrei visto in sogno le cattedrali di altre città e al risveglio ne avrei cercato i nomi altisonanti sui cartelli stradali e sulle cartine geografiche. Il viaggio non richiede alcuna decisione e non mette la nostra coscienza di fronte a scelte che ci rendono colpevoli e pentiti, umili e ostinati fino a farci dubitare di ogni giustizia, pensando che questa nostra vita sia solo un labirinto, una prova fatale. La partenza è liberazione – oh, unica libertà che ci è rimasta!- e richiede solo un coraggio indomito, che ogni giorno si rinnova…

 

Da Therapia-La via per Kabul 1939-1940, Annemarie Schwarzenbach, Il Saggiatore (regalo di Rocco & Vincenzo della Libreria Simon Tanner di Roma)

perché non guardi

Perché non guardi quasi mai dalla finestra
giù chi per la strada passa
che è così bello?
Io da quando abito qui a pian terreno
come seguo tutti e immagino
e che bellezza poi
quando uno guarda fin dentro il giardino
e non fa finta di niente ma persino sorride!

(ma lo sai poi davvero che ho cambiato casa?)

da L’amore mio è buonissimo, Vivian Lamarque, Quaderni della Fenice, Guanda 1978

 


Borgo San Giuliano, Rimini

intorno al curriculum vitae di un’acrobata

Storia del martin pescatore, Luigi Bartolini

Aneddoto

Sapete, sono pazzo a immaginarmelo
Sono un uomo di agili dita
Che vuol tagliare i fili delle vecchie pene
False pieghe del mio cervello ansioso
Storie ad arabesco ricordi
Sono felice soltanto in alto mare
Dove si va più lontano
Sulle onde anonime.

da Poesie e disegni della figlia nata senza madre, di Francis Picabia, Einaudi, trad.di Diana Grange Fiori

il luogo


s.t. Ugo Grazzini

D’improvviso le parla da un luogo illegittimo, le si avvicina come un’ombra schiacciata sulla parete. Vorrebbe morire ma una calma disastrosa lo inchioda al pavimento. “Accadrà qualcosa?”.
“Nulla che non sia già accaduto”. La voce di lei cade dentro uno spazio neutro diventando la voce di nessuno, l’estremo limite dove ogni voce potrebbe annullarsi. Spia il suo viso e scopre che c’è dell’altro, il segreto illimitato del suo destino. “Chi ci minaccia?”, domanda ritirandosi nell’attesa. “Un luogo, forse più di uno, una marea di segni gettati da questa luce”. Un altro abita la stessa camera, li accompagna per strada con il suo pianto feroce.
C’è una piazza che prende la parola e dice: “Vi separerete qui, dentro di me, nel punto dove assomiglio al cielo”.
Lui si imbatte in una faccia cariata, in un dolore scavato fino all’osso. “Ci sono angeli che sanguinano”, dice cullandosi nel suo ventre, “alcuni passano la notte scrivendo le nostre parole e cancellando quelle giuste. Ci sono angeli senza misericordia, ognuno custodisce un lembo della nostra morte”.
“Ciascuno di questi esseri ha un destino che somiglia al nostro”. Le dice queste parole per tutto il tempo che lei lo guarda, esausta, da una terra di frontiera. “Ognuno di essi”, aggiunge, “ha un ago che lo ricuce al nulla”. Lei si volta, vorrebbe che un’ombra qualunque le svelasse questo segreto. Incontra il corpo di lui che il desiderio condanna alla presenza, una presenza peggiore della morte. Si accorge del suo dolore come se ogni cammino fosse stato percorso e quel luogo non fosse che la ripetizione di una traccia cancellata. “Dove stiamo andando?”. La voce esce da un vicolo oscuro, nessuno dei due sa con esattezza a chi appartenga. “Quando arriveremo? è vero che stiamo andando dalla stessa parte?”. Lei vorrebbe conoscere chi ha parlato, se l’uomo che le sta di fronte è lo stesso che ha parlato. Lui è muto, una malattia invincibile l’ha reso incapace di domandare. Un battito d’ala attraversa la fronte dell’uomo, lei è convinta che quella carcassa scossa da un tremito contenga la voce che la interroga.
Le ricorda la loro stanza, i corpi scuciti sulle lenzuola. Una luce troppo chiara penetra dall’abbaino, nel triangolo luminoso azzardano una prossimità sorvegliata. Rammenta che le aveva detto: “In questa posizione è più difficile essere visti”. Lei avrebbe voluto dimenticare. “Aiutami a dimenticare”, lo aveva implorato piangendo. I due corpi si muovono appena, toccandola ha l’impressione che una vertigine gli sottragga i punti che più desidera, uno per uno.
Le parole, dicono, le parole inceneriscono se vengono guardate. le descrive la stanza. è una stanza disabitata, abitata solo da esseri sottili. Improvvisamente si accorge che le sta escrivendo il vuoto, lo stesso vuoto che l’ha accolta da quando ha preso la parola. Descrivendole la stanza ha come una fitta al cuore, pensa che una differenza sia là suo malgrado, nonostante le sue parole. Riflette su questa legge, su ogni legge che distruggendolo rende possibile il desiderio.
La strada si esaurisce dentro una luce di cemento armato. Tengono in vita le parole utilizzando gli errori, ogni tanto una voce spalanca degli abissi. “Ci sono ombre desolate che origliano alle porte”, confessa urtando contro i suoi occhi.
Una porta si apre davanti a loro, i battenti guardano in ogni direnzione.
“Mi fermerò qui, dove la soglia è più corrosa!”.
“Prendi almeno una direzione, una qualunque!”.
“Questa soglia è il mio destino”.

da Lettera sugli angeli e altri racconti, Roberto Carifi, Via del Vento Edizioni

la città delle zecche

Si uncinano cercando la nuca
la pelle tenera vicino agli occhi
per sfuggire la furia delle unghie e dei denti –
fino che si inturgidiscono di sangue:

se un colpo le stacca
la goccia cade
ma gli acuti rampioni restano affissati
dentro le carni
altrui

pur si aggrovigliano le zecche
umane si aspirano pungendosi –

di cemento si espande il disperato
nido,
la città delle zecche –

succhiano
succhiano per dimenticare.
da Il Dio delle zecche, Danilo Dolci, Mondadori

momento con mimo


Stefano della Bella

Adesso nel momento che mi sento
mi vedo a piedi scalzi steso in letto,
le braccia con le mani sopra il petto
le braccia con le mani sotto il capo;

adesso che ti penso, dove sei?
(se sei ed hai un corpo, un corpo immenso
adesso che ti penso) dove voli?
se voli ed hai le ali, grandi ali?

gran vele strabilianti, immense vele

bianchissime in un mare azzurro denso
un cielo e bianche nuvole più bianche
di nuvole più bianche quando estate
le accumula a far monti in alti cieli.

Mi dici che tu voli bianchi cieli
in chiari e immensi spazi eternamente
e parli, dici sempre e fai l’eterno
che nasce e sempre muove nel gran vento.

da Nella grande pianura, Umberto Bellintani, Mondadori

 


Stefano della Bella

jeans jesus


nuovo dio al città di roma

 

17 maggio 1973. Analisi linguistica di uno slogan
 
Il linguaggio dell’azienda è un linguaggio per definizione puramente comunicativo: i “luoghi” dove si produce sono i luoghi dove la scienza viene “applicata”, sono cioè luoghi del pragmatismo puro. I tecnici parlano fra loro un gergo specialistico, sì, ma in funzione strettamente, rigidamente comunicativa. Il canone linguistico che vige dentro la fabbrica, poi, tende ad espandersi anche fuori: è chiaro che coloro che producono vogliono avere con coloro che consumano un rapporto d’affari assolutamente chiaro.
C’è un solo caso di espressività -ma di espressività aberrante- nel linguaggio puramente comunicativo dell’industria: è il caso dello slogan. Lo slogan infatti deve essere espressivo, per impressionare e convincere. Ma la sua espressività è mostruosa perché diviene immediatamente stereotipa, e si fissa in una rigidità che è proprio il contrario dell’espressività, che è eternamente cangiante, si offre a un’interpretazione infinita.
 
La finta espressività dello slogan è così la punta massima della nuova lingua tecnica che sostituisce la lingua umanistica. Essa è il simbolo della vita linguistica del futuro, cioè di un mondo inespressivo, senza particolarismi e diversità di culture, perfettamente omologato e acculturato. Di un mondo che a noi, ultimi depositari di una visione molteplice, magmatica, religiosa e razionale della vita, appare come un mondo di morte.
Ma è possibile prevedere un mondo così negativo? È possibile prevedere un futuro come “fine di tutto”? Qualcuno -come me- tende a farlo, per disperazione: l’amore per il mondo che è stato vissuto e sperimentato impedisce di poter pensarne un altro che sia altrettanto reale; che si possano creare altri valori analoghi a quelli che hanno resa preziosa una esistenza. Questa visione apocalittica del futuro è giustificabile, ma probabilmente ingiusta.
Sembra folle, ma un recente slogan, quello divenuto fulmineamente celebre, dei jeans “Jesus”: “Non avrai altri jeans all’infuori di me”, si pone come un fatto nuovo, una eccezione nel canone fisso dello slogan, rivelandone una possibilità espressiva imprevista, e indicandone una evoluzione diversa da quella che la convenzionalità -subito adottata dai disperati che vogliono sentire il futuro come morte- faceva troppo ragionevolmente prevedere.
Si veda la reazione dell’”Osservatore romano” a questo slogan: con il suo italianuccio antiquato, spiritualistico e un po’ fatuo, l’articolista dell’”Osservatore” intona un treno, non certo biblico, per fare del vittimismo da povero, indifeso innocente. È lo stesso tono con cui sono redatte, per esempio, le lamentazioni contro la dilagante immoralità della letteratura o del cinema. Ma in tal caso quel tono piagnucoloso e perbenistico nasconde la volontà minacciosa del potere: mentre l’articolista,infatti, facendo l’agnello, si lamenta nel suo ben compitato italiano, alle sue spalle il potere lavora per sopprimere, cancellare, schiacciare i reprobi che di quel patimento son causa. I magistrati e i poliziotti sono all’erta; l’apparato statale si mette subito diligentemente al servizio dello spirito. Alla geremiade dell’”Osservatore” seguono i procedimenti legali del potere: il letterato o cineasta blasfemo è subito colpito e messo a tacere.
 
Nei casi insomma di una rivolta di tipo umanistico -possibili nell’ambito del vecchio capitalismo e della prima rivoluzione industriale- la Chiesa aveva la possibilità di intervenire e reprimere, contraddicendo brutalmente una certa volontà formalmente democratica e liberale del potere statale. Il meccanismo era semplice: una parte di questo potere -per esempio la magistratura e la polizia- assumeva una funzione conservatrice o reazionaria, e, come tale, poneva automaticamente i suoi strumenti di potere al servizio della Chiesa. C’è dunque un doppio legame di malafede in questo rapporto tra Chiesa e Stato: da parte sua la Chiesa accetta lo Stato borghese -al posto di quello monarchico o feudale- concedendo ad esso il suo consenso e il suo appoggio senza il quale, fino a oggi, il potere statale non avrebbe potuto sussistere: per far questo la Chiesa doveva però ammettere e approvare l’esigenza liberale e la formalità democratica: cose che ammetteva e approvava solo a patto di ottenere dal potere la tacita autorizzazione a limitarle a sopprimerle. Autorizzazioni, d’altra parte, che il potere borghese concedeva di tutto cuore. Infatti il suo patto con la Chiesa in quanto instrumentum regni in altro non consisteva che in questo: mascherare il proprio sostanziale illiberalismo e la propria sostanziale antidemocraticità affidando la funzione illiberale e antidemocratica alla Chiesa, accettata in malafede come superiore istituzione religiosa. La Chiesa ha insomma fatto un patto col diavolo, cioè con lo Stato borghese. Non c’è contraddizione più scandalosa infatti che quella tra religione e borghesia, essendo quest’ultima il contrario della religione. Il potere monarchico o feudale lo era in fondo di meno. Il fascismo, perciò, in quanto momento regressivo del capitalismo, era meno diabolico, oggettivamente, dal punto di vista della Chiesa, che il regime democratico: il fascismo era una bestemmia, ma non minava all’interno la Chiesa, perché esso era una falsa nuova ideologia. Il Concordato non è stato un sacrilegio negli anni Trenta, ma lo è oggi, se il fascismo non ha nemmeno scalfito la Chiesa, mentre oggi il neocapitalismo la distrugge. L’accettazione del fascismo è stato un atroce episodio: ma l’accettazione della civiltà borghese capitalistica è un fatto definitivo, il cui cinismo non è solo una macchia, l’ennesima macchia nella storia della Chiesa, ma un errore storico che la Chiesa pagherà probabilmente con il suo declino. Essa non ha infatti intuito -eterna della propria funzione istituzionale- che la Borghesia rappresentava un nuovo spirito che non è certo quello fascista: un nuovo spirito che si sarebbe mostrato dapprima competitivo con quello religioso (salvandone solo il clericalismo), e avrebbe finito poi col prendere il suo posto nel fornire agli uomini una visione totale e unica della vita (e col non avere più bisogno quindi del clericalismo come strumento di potere).
È vero: come dicevo, alle lamentele patetiche dell’articolista dell’”Osservatore” segue tuttora immediatamente -nei casi di opposizione “classica”- l’azione della magistratura e della polizia. Ma è un caso di sopravvivenza. Il Vaticano trova ancora vecchi uomini fedeli nell’apparato del potere statale: ma sono, appunto, vecchi. Il futuro non appartiene né ai vecchi cardinali, né ai vecchi uomini politici, né ai vecchi magistrati, né ai vecchi poliziotti. Il futuro appartiene alla giovane borghesia che non ha più bisogno di detenere il potere con gli strumenti classici; che non sa più cosa farsene della Chiesa, la quale, ormai, ha finito genericamente con l’appartenere a quel mondo umanistico del passato che costituisce un impedimento alla nuova rivoluzione industriale; il nuovo potere borghese infatti necessita nei consumatori di uno spirito totalmente pragmatico ed edonistico: un universo tecnicistico e puramente terreno è quello in cui può svolgersi secondo la propria natura il ciclo della produzione e del consumo. Per la religione e soprattutto per la Chiesa non c’è più spazio. La lotta repressiva che il nuovo capitalismo combatte ancora per mezzo della Chiesa è una lotta ritardata, destinata, nella logica borghese, a essere ben presto vinta, con la conseguente dissoluzione “naturale” della Chiesa.
 
Sembra folle, ripeto, ma il caso dei jeans “Jesus” è un spia di tutto questo.
Coloro che hanno prodotto questi jeans e li hanno lanciati nel mercato, usando per lo slogan di prammatica uno dei dieci Comandamenti, dimostrano -probabilmente con una certa mancanza di senso di colpa, cioè con l’incoscienza di chi non si pone più certi problemi- di essere già oltre la soglia entro cui si dispone la nostra forma di vita e il nostro orizzonte mentale.
C’è, nel cinismo di questo slogan, un’intensità e una innocenza di tipo assolutamente nuovo, benché probabilmente maturato a lungo in questi ultimi decenni (per un periodo più breve in Italia). Esso dice appunto, nella sua laconicità di fenomeno rivelatosi di colpo alla nostra coscienza, già così completo e definitivo, che i nuovi industriali e nuovi tecnici sono completamente laici, ma di una laicità che non si misura più con la religione. Tale laicità è un “nuovo valore” nato nell’entropia borghese, in cui la religione sta deperendo come autorità e forma di potere, e sopravvive in quanto ancora prodotto naturale di enorme consumo e forma folcloristica ancora sfruttabile.
Ma l’interesse di questo slogan non è solo negativo, non rappresenta solo il modo nuovo un cui la Chiesa viene ridimensionata brutalmente a ciò che essa realmente ormai rappresenta: c’è in esso un interesse anche positivo, cioè la possibilità imprevista di ideologizzare, e quindi rendere espressivo, il linguaggio dello slogan e quindi presumibilmente, quello dell’intero mondo teconologico. Lo spirito blasfemo di questo slogan non si limita a una apodissi, a una pura osservazione che fissa la espressività in pura comunicatività. Esso è qualcosa di più che una trovata spregiudicata (il cui modello è l’anglosassone “Cristo super-star”): al contrario, esso si presta a un’interpretazione, che non può essere che infinita: esso conserva quindi nello slogan i caratteri ideologici e estetici della espressività. Vuol dire – forse – che anche il futuro che a noi – religiosi e umanisti – appare come fissazione e morte, sarà in un modo nuovo, storia; che l’esigenza di pura comunicatività della produzione sarà in qualche modo contraddetta. Infatti lo slogan di questi jeans non si limita a comunicarne la necessità del consumo, ma si presenta addirittura come la nemesi – sia pur incosciente – che punisce la Chiesa per il suo patto col diavolo. L’articolista dell'”Osservatore” questa volta sì è davvero indifeso e impotente: anche se magari magistratura e poliziotti, messi subito cristianamente in moto, riusciranno a strappare dai muri della nazione questo manifesto e questo slogan, ormai si tratta di un fatto irreversibile anche se forse molto anticipato: il suo spirito è il nuovo spirito della seconda rivoluzione industriale e della conseguente mutazione dei valori.
 
Pier Paolo Pasolini, Scritti Corsari (cortesemente trascritto da sor lurè)

 

Il primo pensiero a dio

“I bambini-quasi vite in provvisorio-hanno molto meno definita la trama, molto più varia e disordinata, qui densa e luminosa, lì sottile e oscuro-trasparente. Essi hanno gioie vive che gli uomini non conoscono più, e molto più spesso che gli uomini sono in balìa di questi terrori. Nelle tregue delle loro imprese, dei loro piani, quando sono soli, e da nessuna cosa di ciò che li attornia sono attratti o a frugare, o a rubare, o a rompere, o a discorrere o a tutte quelle altre occupazioni, si troveranno con la piccola mente a guardare l’oscurità. Le cose si sformano in aspetti strani: occhi che guardano, orecchi che sentono, braccia che si tendono, un ghigno sarcastico e una minaccia in tutte le cose. Si sentono sorvegliati da essere terribilmente potenti, e che vogliono il loro male. Non fanno più un gesto senza riflettere ad “Essi”. Se lo fanno con una mano; lo devono far anche con l’altra. “Oppure non lo devo fare?” “Essi” vogliono ch’io  lo faccia-ma io non lo farò- ma non lo faccio allora solo perché penso a “Loro”- allora lo faccio….”. Quando passano una camera oscura, sembra ai bambini che questi “Essi” gridino mille voci, che con mille mani li abbranchino, che in mille guizzi ghigni il sarcasmo nell’oscurità, si sentono succhiati dall’oscurità; fuggono folli di terrore e gridano per stordirsi”

Carlo Michelstaedter da La persuasione e la rettorica, Adelphi