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sul diario

E veramente la struttura del diario consente respiro e naturalezza; essa cresce di giorno in giorno come un albero, permette di seguire il pensiero nel suo formarsi, senza dare niente per definito, senza correggere le contraddizioni. Consente quella continua attività di risposta alla vita che ci fa resistere a ciò che accade poiché mentre si vive e crediamo di essere sempre la stessa persona il mondo muta e noi senza pausa mutiamo in esso; non perché si invecchi e si cambi idee e usi, ma perché muoiono via via le persone che ci amano, in cui ci specchiamo per conoscerci, e con ognuna di loro muore quella parte di noi che esse vedevano. Gran parte del lavoro della vita consiste nel resistere a queste finestre che si accecano; nel costruire la nuova individualità necessaria alle persone che ora ci vedono. Nel suo continuo alternarsi di lamento di affermazione il diario testimonia e onora questo lavoro.

dalla  Introduzione di Bruna Cordati a: Florida Scott-Maxwell, La misura dei miei giorni, Marietti, 1998

appunti per Mi chiamo M.M. n.17

benvenuto disertori il giardino chiuso

Ogni soggetto esprime il mondo da un certo punto di vista. Ma il punto di vista è la differenza stessa , la differenza interna assoluta.Quindi, ogni oggetto esprime un mondo assolutamente differente; e, indubbiamente, il mondo espresso non esiste al di fuori del soggetto da cui viene espresso (ciò che chiamiamo mondo esterno è solo la proiezione deludente, il limite che rende uniformi tutti i mondi espressi). Ma il mondo espresso non si confonde col soggetto: se ne distingue, precisamente come l’essenza si distingue dall’esistenza, e perfino dalla propria esistenza. Non esiste al di fuori del soggetto che lo esprime, ma è espresso come essenza, non già dello stesso soggetto, ma dell’Essere, o della regione dell’Essere che si rivela al soggetto. Perciò ogni essenza è una patria, un paese (1): non si riduce a uno stato psicologico, e neppure a una forma qualsiasi di soggettività superiore. L’essenza  è proprio la qualità ultima interna a un soggetto; ma tale qualità è più profonda del soggetto, appartiene a un altro ordine: “Qualité inconnue d’un monde unique” (2). Non è il soggetto a esplicare l’essenza, ma piuttosto l’essenza a implicarsi, avvilupparsi, ravvolgersi nel soggetto. Più ancora, è proprio l’essenza che, ravvolgendosi su se medesima, costituisce la soggettività. Non gli individui costituiscono i mondi, ma i mondi inviluppati, le essenza, costituiscono gli individui: “Ces mondesque nous appelons les individus, et que sans l’art nous ne connaîtrons jamais” (3).

(1) Prigioniera, p.269
(2) Ibid., p.399 “Qualità incognita di un mondo unico”
(3) Ibid., p.270 “Quei mondi che noi chiamiamo ‘gli individui’, e che senza l’arte ci rimarrebbero sempre sconosciuti”.

da Marcel Proust e i segni, Gilles Deleuze, Einaudi

bernard sanders fantastic city 1925

chiusura e trasferte

eugen kirchner november 1895 acquatinta e acquaforte

 

La Libri Necessari sarà chiusa nei seguenti giorni:

25 e 26 dicembre 2013;

dal 30 dicembre 2013 al 3 gennaio 2014;

11 e 12 gennaio 2014.

Le Edizioni Accessorie saranno in mostra alla libreria Libet di Milano sabato 11 gennaio 2014 e in quell’occasione sarà presentato il volume Cummy, di Angiolo Bandinelli con un linoleum di Edoardo Fontana.

appunti per Trentasei e dieci vedute n. 36 + 4

peter schlemihl di georg cruikshank

 

– Durante il breve istante che ho avuto la felicità di passare accanto a voi, ho davvero osservato diverse volte – permettetemi di dirvelo, signore – con un’ammirazione indicibile la così bella, così bella ombra che voi proiettate al sole, con una specie di nobile sdegno, senza prestarvi attenzione – sì quell’ombra magnifica ai vostri piedi. Vogliate perdonarmi una proposta indubbiamente temeraria. Vi ripugnerebbe poi molto cedermi quest’ombra?

– Cosa dovrei fare di questa strana offerta di comprare la mia ombra?

– Ho nella mia tasca diverse cose che potrebbero non apparire del tutto prive di valore al Signore; per quest’ombra davvero inestimabile il prezzo più alto mi sembra ancora insufficiente.

(…)

Estrassi la miserabile borsa dal mio petto, e in preda a una specie di furore, come le fiamme di un incendio che si alimentano delle proprie forze, estraevo oro, su oro, su oro, sempre più oro; lo spargevo sul pavimento, vi camminavo sopra, lo facevo tintinnare e, placando il mio povero cuore col suo splendore e il suo tintinnio, gettavo metallo sopra a metallo fin quando, stanco, non mi lasciai cadere…

… fino a quando un lettore…

più o meno da Peter Schlemihl di Adelbert von Chamisso

a cura di Walter Benjamin

Edizione unica e non ripetibile, di trentuno esemplari, numerati e firmati dall’Artista, licenziata -sibi et sodalibus- a cura delle Edizioni Accessorie in Roma, si correda della acquaforte originale “Le Ministère de la Marine” disegnata nel 1865 da Charles Meryon e nuovamente incisa per questa pubblicazione da Laura Stor. I versi di Charles Baudelaire, tratti dalla poesia “La Béatrice” e la “Nota al testo” di Walter Benjamin, tradotta da Marco Federici Solari, sono allestiti avvalendosi del carattere Bodoni Book, presso la tipografia Riva di Carugate, il cinque di novembre dell’anno 2012

polizia

Prehistoric bird, Fred Becker, 1941

 

L’aspetto ignominioso di questa autorità – che è avvertito da pochi solo perché le sue attribuzioni bastano di rado agli interventi più massicci, ma possono operare tanto più ciecamente nei settori più indifesi e contro le persone accorte da cui le leggi non proteggono lo Stato-, consiste in ciò che, in essa, è soppressa la divisione fra violenza che pone e violenza che conserva la legge. Se si esige dalla prima che mostri i suoi titoli nella vittoria, la seconda è soggetta alla limitazione di non doversi porre nuovi fini. La polizia è emancipata da entrambe le condizioni. Essa è potere che pone -poiché la funzione specifica di quest’ultimo non è che di promulgare le leggi, ma qualunque decreto emanato con forza di legge-, ed è potere che conserva il diritto, poiché si pone a disposizione di quegli scopi. L’affermazione che gli scopi del potere di polizia siano sempre identici o anche solo connessi a quelli del rimanente diritto, è profondamente falsa. Anzi, il diritto della polizia segna proprio il punto in cui lo Stato, vuoi per impotenza, vuoi per le connessioni immanenti di ogni ordinamento giuridico, non è più in grado di garantirsi -con l’ordinamento giuridico- gli scopi empirici che intende raggiungere ad ogni costo. perciò la polizia interviene, “per ragioni di sicurezza”, in casi innumerevoli in cui non sussiste una chiara situazione giuridica, quando non accompagna il cittadino, come una vessazione brutale, senza alcun rapporto con fini giuridici, attraverso una vita regolata da ordinanze, o addirittura non lo sorveglia.

(…)

E benché la polizia, nei particolari, si somigli dovunque, non si può tuttavia fare a meno di riconoscere che il suo spirito è meno distruttivo dove essa incarna (nella monarchia assoluta) il potere del sovrano, in cui si congiunge la pienezza del potere legislativo ed esecutivo, che nelle democrazie, dove la sua presenza, non sollevata da un rapporto del genere, testimonia della massima degenerazione possibile della violenza.

da Per la critica della violenza, in Angelus novus, Walter Benjamin, Einaudi, trad.di Renato Solmi

il viaggio

 

Nulla mi avrebbe impedito di prendere in affitto una camera in una delle strade tortuose sulle colline di Beyoglu, in riva al mare, e di starmene seduta alla finestra , un piano sopra il cupo suono dei vicoli guardando in basso, giorno dopo giorno, imperturbabile, fino a sera.

(…)

Non avevo una meta precisa, né intendevo un giorno fermarmi, trovar pace, pensare di essere giunta in un paradiso terrestre, perciò tutto questo mi diceva poco. Nel momento stesso in cui ci avvicinavamo a un orizzonte a lungo contemplato, scomparivano il campanile e i campi di grano, si spegnevano le bandiere, le campane tacevano, le donne portavano fazzoletti e gonne ondeggianti di foggia diversa; invece di vitelli bianchi, intenti a pascolare, vedevo bufali indolenti, lucidi come l’olio, distesi nel fango caldo sotto un ponte. Finite le ampie catene di colline e i campi estivi, una strada stretta scendeva lungo il versante di una romantica valle avvolta di ombre gialle, marroni e viola e si inoltrava nel cuore di montagne senza nome.

A cosa mai mi sarebbe servito conoscerne il nome! Una volta in viaggio si dimentica il desiderio di sapere, non si conosce più l’addio né il rimpianto, non ci si chiede più da dove né verso dove si va. Al massimo sono le lancette dell’orologio a dirti che è passata qualche ora e che si è andati ancora più verso est. Con il passare dei giorni diventa sempre più impossibile ritornare e, in fondo, non lo si vuole nemmeno. Strapparsi gli abiti, ammettere che si è andati troppo lontano, che in queste regioni straniere si è come un mendicante, un bambino senza culla, un prete senza chiesa, un cantante senza voce – ammettere che si cerca la sicurezza e si teme di vivere inutilmente? Che si vorrebbe riparare qualcosa, recuperare quanto si è perso?

Non sappiamo di cosa viviamo, come possiamo allora perdere qualcosa e rimpiangerlo? Era già tardi la sera in cui, arrivando a Istanbul, passai, esausta, sotto l’antichissimo arco della porta cittadina: il selciato risuonava, le piccole lampade a olio illuminavano il vicolo del bazar e arrivai infine alle acque scintillanti del Bosforo, che fluivano in silenzio incessante. Allora avrei potuto forse trarre un sospiro di sollievo e credere per un istante di aver raggiunto una meta, di aver ampiamente meritato questo incontro dai mille accenti. Ma poi sarei stata subito assalita da dubbi terribili e mi sarei chiesta se questa era davvero la meta giusta, l’ultima; avrei visto in sogno le cattedrali di altre città e al risveglio ne avrei cercato i nomi altisonanti sui cartelli stradali e sulle cartine geografiche. Il viaggio non richiede alcuna decisione e non mette la nostra coscienza di fronte a scelte che ci rendono colpevoli e pentiti, umili e ostinati fino a farci dubitare di ogni giustizia, pensando che questa nostra vita sia solo un labirinto, una prova fatale. La partenza è liberazione – oh, unica libertà che ci è rimasta!- e richiede solo un coraggio indomito, che ogni giorno si rinnova…

 

Da Therapia-La via per Kabul 1939-1940, Annemarie Schwarzenbach, Il Saggiatore (regalo di Rocco & Vincenzo della Libreria Simon Tanner di Roma)