Noi

State a sentire. Gli ospedali pubblici delle grandi città dispongono di spazi in cui si rimane parcheggiati su sedie a rotelle o lettighe: sono lì per le urgenze; prima e dopo la risonanza magnetica o un’altra analisi; prima di essere operati, per l’anestesia, o dopo, per il risveglio… Si può aspettare lì da una a dieci ore. Scienziati, ricchi e potenti del mondo, non evitate questi luoghi in cui si viene a contatto con sofferenza, pietà, collera, angoscia, grida e lacrime, talvolta preghiere, esasperazione, suppliche di chi chiama invano o maledice chi non risponde, silenzio teso degli uni, sgomento degli altri, rassegnazione dei più, anche riconoscenza… Colui al quale non è mai capitato di mescolare la sua voce a questo concerto dissonante senza dubbio conosce la propria sofferenza, ma ignorerà sempre che cosa significa “noi soffriamo”, la comune lallazione emanata dall’anticamera della morte e delle cure, purgatorio intermedio in cui ciascuno teme e si augura una decisione del destino. Se vi ponete la domanda: che cos’è l’uomo?, attraverso questo vocio date, sentite, capite la risposta. Prima di averlo ascoltato, anche un filosofo non è che uno sciocco.
Ecco il rumore di fondo e la voce umana che sovrastano i nostri discorsi e parlottii.

da Elogio degli ospedali in Non è un mondo per vecchi. Perché i ragazzi rivoluzionano il sapere, Michel Serres, Bollati Boringhieri, trad. di Gaspare Polizzi

Foto di Renato Ferrantini

 

I morti

Un’ombra

che s’allungò su la credenza,
o nel cortile sotto la caldaia
l’occhio che ancora luce
quando tutto è spento,
soltanto questo, ma sono
i morti. Male non fanno, che può
un flusso di memoria
senza muscoli o sangue? terrore
dei vani al crepuscolo, bianche
ombre, movenze agli spiani
tesi di luna nei sogni infantili…
Pure un turbamento sono, nelle sere
sommesse – pazienza, preghiere.
Sono su le giogaie e i passi
dei monti, anche nei giorni
quando spiegato è calmo il manto
delle domeniche a frange d’oro…

da Plumelia, Lucio Piccolo, All’Insegna del Pesce d’Oro, 1967

Il testimone

Sapere chi mi guarda. Con chi scrivo, con chi parlo sottovoce, con chi resto in silenzio. Chi mi fa delle domande alle quali non so rispondere. Con chi condivido la mia lingua muta, la mia scrittura disegnata. Sempre, continuamente, sono con qualcuno, nel mio silenzio e nel suo. Non mi parla ma io lo capisco, è in me, non so niente di lui, o di lei. Questo qualcuno non ha sesso, non vi è differenza tra lui e lei, è un testimone che mi accompagna. Il giorno in cui mi volterà le spalle, morirò. Potrei chiamarlo la mia anima. Ecco, io sento una forma. Se infilassi la mano nel mio petto, la toccherei e saprei forse che lei sono io.
Da un lato porto questa forma che è quasi tangibile. Dall’altro, porto il colore che evolve nel suo focolare. Insieme mi configurano e configurano il testimone. Esso talvolta chiarisce i miei pensieri, talvolta li sprofonda nell’oscurità. Appena sente qualcosa, anch’io lo sento e viceversa. Ciò si ripercuote in me, causandomi un intenso dolore lancinante, o una felicità improvvisa e leggera.
Cosa vuol dire sentire? E in modo così individuale e intrasmissibile che nulla riesce a modificare?
Il sentire si pianta come un coltello. Un’immagine, un pensiero, un ricordo e il coltello affonda la sua punta nella mia carne. Mi scanso ma lui mi ritrova. Cerco di interrogare il testimone ma non so dov’è, chi siamo. Mi avvicino a lui il più possibile per avere una possibilità di conoscermi. Di sapere per quale motivo reagiamo in questo modo.
Cos’è successo? Chi mi ha messo in questa situazione?
Perché questo testimone è sempre lì? Da me a lui il cammino non è lungo, lo percorro coi miei passi, le mie parole, i miei gesti. Lui indietreggia quando io avanzo, cerco di accerchiarlo, di sentire da più vicino il battito che ci unisce. Capita talvolta che mi impedisca di abbordare la realtà e le sue molteplici sfaccettature. Nel cammino, da lui a me, vedo sfilare volti amati, pianure dove corrono cavalli, un fiume che si getta nel mare. Le cose che mi mostra sono assenti. Una certezza: noi apparteniamo alla famiglia dell’assenza.

da L’alfabeto del fuoco. Piccoli studi sulla lingua, Silvia Baron Supervielle, Pagine d’Arte, trad. di Anna Bertaccini

I segnali dell’universo fanno l’occhiolino dal profondo della nuvola

Quella tale stella è apparsa, stasera, mentre mille mondi mortali hanno raggiunto l’universo-pattumiera. Il nostro mondo morrà e non è la fine dei mondi. Le tappe non sono considerate in serie, come per gli stoici, ma sotto forma di esplosioni polimorfe. Il senso si forma attraverso il rumore, miracolo raro ed improbabile, più va alla deriva, con un suo tempo (1), verso il rumore. Spazio-tempo del lampeggiamento e del declino. I segnali dell’universo fanno l’occhiolino dal profondo della nuvola (2).

Il caos è sempre, sempre là, esterno, interno. Denso dappertutto nella turbolenza che si è formata. Il caos-nuvola è la realtà, il reale presente. Il caos-acquario è il suo modello epistemologico. Riconduce alle singole unità le dimensioni multiple del primo.

da Lucrezio e l’origine della fisica, Michel Serres, Sellerio Editore

1) in italiano nel testo.

2) la traduzione non rende il francese: clignotement (lampeggiamento); declin (declino); faire des clins d’oeil (strizzare l’occhio).

traduzione di Paolo Cruciani e Anna Jeronimidis

Dalla costa ligure a La Secca di Moneglia, ai Bagni Arcobaleno, alla piscinetta

Di un certo segmento, io prelevo il terzo centrale, e vado iterando l’operazione in tutti i segmenti residui. Alla fine di un conto interminabile, resta un insieme fortemente lacunoso. Posso, a mio piacimento, dedicarmi a prelievi del genere, su un cibo, su un selciato, su un volume dello spazio ordinario. Ne tolgo, qua o là, un cubo parziale di lato dato, poi ricomincio l’operazione per ognuno dei cubi che restano nel cubo globale, di volume pari al buco praticato. Mandelbrot la chiama una spugna di Sierpinski (1). Non è più un fantasma prescientifico, è un buon oggetto chiaro e preciso, anche se il caso mette a soqquadro l’iterazione regolare di simili operazioni di forature. Io credo addirittura di aver bisogno di questa spugna per comprendere io mondo. L’idea di omeomeria, in vuoto, è il caso di dire.

pp.128 e 129 di Passaggio a Nord-Ovest, Hermes V, Michel Serres, Pratiche Editrice, a cura di Mario Porro

sotto il doppio mento di Carlo Emilio Gadda