Il pompiere e l’ammalato

C’era una volta, in una casa che stava bruciando, un ammalato; in questa  casa entrò un pompiere.
Il malato disse: – Non mi salvi, cerchi piuttosto di salvare quelli che sono sani.
– Vuole essere così gentile da spiegarmi perché? – Chiese allora il pompiere, che era una persona educata.
– Niente di più chiaro, – rispose il malato. – I sani dovrebbero essere preferiti in ogni caso, perché sono utili al mondo.
Il pompiere, che era un po’ filosofo ponderò la risposta del malato e mentre cadeva una parte del tetto disse:  – Sta bene. Ma così, tanto per parlare, qual è secondo lei il servizio più adatto per le persone sane?
– Non c’è risposta più facile, -rispose il malato, – il servizio più adatto per le persone sane è aiutare i deboli.
Il pompiere riflettè di nuovo senza nessuna fretta e poi, mentre una parte del muro crollava, disse: – Potrei perdonarla,, caro signore, di essere malato, ma non posso  assolutamente perdonarla d’essere tanto stupido.
E cosi dicendo, dato che era un uomo profondamente  giusto, alzò la scure e inchiodò l’ammalato al suo letto.

da Favola crudele, Robert Luis Stevenson, Stampa Alternativa, 1985, a cura di Antonio Veneziani, con i disegni di Charles Altamont Doyle

Cantico

Dammi la mano, uniamoci.

Che le mie radici scavino la tua terra profonda
Che esauriscano la sete del mio fogliame
Ti cullerò nell’arco dei miei rami
Il vento è dolce, quando freme ai fili di luce
Che il sole semina.

Dammi la mano, uniamoci.

Che la febbre delle mie vene, il fuoco del mio sguardo
Trovino pace nelle tue braccia,
La tua mano è la culla di ogni vita
Il tuo seno il calice di ogni nascita.

Dammi la mano, uniamoci.

Lungi dal tuo respiro, sono albero sradicato che il sole divora
Mi disseto alla magnificenza dei tuoi seni.
Non me ne sazierò mai.
La mia presenza, nel bagliore del tuo sguardo la scopro.
Senza presenza, temo la vita: è il tuo seno che mi dà rifugio
Mi rigenero all’ombra della tua misericordia. Mi aggrappo ad essa disperatamente.
Non appartengo a nessuna terra. Tutte le mie strade conducono al tuo seno.
Se mi rivolto, la rivolta mi riporta a te.

Tu sei il tempo che placa il mio smarrimento
Tu sei il tempo che ritma l’armonia della Creazione.

Dammi la mano, uniamoci.

Senza te, erro nel caos
Guerreggio contro cielo e terra
Il mio ardore mi conduce verso battaglie già perse in partenza.

è il tuo seno, dove riposa la mia pace
è il tuo seno, che guarisce le mie ferite
è il tuo seno, ove ritrovo il mio respiro
è sul tuo seno che abbasso la fronte
è sul tuo seno che il mio corpo freme e si compie
è sul tuo seno che si merita il perdono.

Tu sei sempre là ad attendermi
Vengo nell’ora della debolezza.

So che mi libererai dell’armatura
Che resterò indifeso di fronte alle minacce del mondo ostile
Ma le tue braccia mi proteggono e mi proteggeranno sempre,
Finché il mio essere si esalterà in te.

L’armatura deposta ai tuoi piedi, me ne copro di nuovo,
Mi slancio ove mi portano i venti
Tra tutte le mie lotte, la più dura
è contro la tua immagine
Più delle altre è senza speranza
E verso te torno sempre
Per aprire la porta della mia nascita.

Dammi la mano, uniamoci.

Tu sei il tempio della mia preghiera
Tu sei il tempio della mia pace.

Cantico di Farba, in Pianeta n.29 diretta da Louis Pawles

Fotografia di Bruce Davidson

don’t ask

Le telefonate con mio cugino Igor avevano uno strano carattere dovuto all’ambito limitato delle nostre conversazioni. Igor non era solo taciturno. Come molti russi era una persona che rimuginava continuamente sul dolore collettivo mentre seppelliva dentro di sé quello individuale. Inoltre, il codice di comportamento russo vietava di porre domande che potessero suscitare nell’interlocutore una sensazione sgradevole, e non era nemmeno usuale gravare gli altri dei propri problemi privati.

da Veniva da Mariupol, Natascha Wodin, L’Orma Editore, trad. di Marco Federici Solari e Anna Ruchat

einweisungsverfuegung / provvedimento di internamento *

I sopravvissuti ai campi di concentramento avevano prodotto testi universali, i libri sull’olocausto riempivano le biblioteche, ma i forzati non ebrei, che erano sopravvissuti allo sterminio messo in atto attraverso il lavoro, tacevano. Ne avevano deportati milioni nel Reich tedesco. Fabbriche, imprese, botteghe di artigiani, fattorie, famiglie di tutto il Paese si erano servite a piacimento del contingente di lavoratori-schiavi importati dall’estero, all’insegna del massimo sfruttamento con la minima spesa. In condizioni spesso disumane, simili a quelle dei campi di concentramento, erano costretti a svolgere il lavoro degli uomini tedeschi che si trovavano al fronte negli stessi Paesi natali dei deportati di cui devastavano i villaggi e le città, di cui sterminavano le famiglie.

Uomini e donne trasferiti con la forza in Germania in quantità a tutt’oggi sconosciute furono sfruttati a morte dall’economia di guerra tedesca; ma ancora decine di anni dopo la fine del conflitto, riguardo ai crimini dei lavoratori coatti – da 6 a 27 milioni di persone, i numeri oscillano drammaticamente a seconda delle fonti -, si trovava solo di rado uno sparuto resoconto in un opuscolo parrocchiale o nell’edizione domenicale di un giornale di provincia. Perlopiù venivano citati insieme agli ebrei, ma come un dato ‘trascurabile’, un episodio marginale, un’appendice all’olocausto.

Per la maggior parte della mia vita ho ignorato di essere figlia di forzati. Nessuno me l’aveva detto, né i miei genitori, né chiunque altro nell’ambiente tedesco in cui ero vissuta, ambiente che non contemplava nella propria cultura della memoria il fenomeno di massa del lavoro coatto. Per decenni non seppi niente della mia stessa vita. Non avevo idea di chi fossero tutte quelle persone con le quali convivevamo nei vari ghetti del dopoguerra, di come fossero arrivate in Germania: tutti quei rumeni, cechi, polacchi, bulgari, jugoslavi, ungheresi, lettoni, lituani, azerbajani e i molti altri ancora che, nonostante la babelica confusione linguistica, in qualche modo comunicavano tra loro. Sapevo soltanto di appartenere a una sorta di immondizia umana, di spazzatura, rimasta lì dai tempi della guerra.

(…)

Non sapevo perché i tedeschi chiamassero “Le case” i nostri palazzoni, forse per differenziarci dagli zingari che abitavano ancora più fuori, dentro baracche di legno. Gli zingari erano un gradino più in basso rispetto a noi, e in me suscitavano un orrore simile a quello che noi dovevamo provocare nei tedeschi.

da Veniva da Mariupol, Natascha Wodin, L’Orma Editore, trad. di Marco Federici Solari e Anna Ruchat

* termine adoperato in una lettera di assegnazione di domicilio ad un richiedente asilo in Germania nel 2018

Se io fossi stata al posto tuo e senza Dio

Dormire non sarebbe male. Ah, se solo svenissi! Ma non sono così fortunata. Un collasso, sì, ma un collasso incompleto, consapevole e nel pieno delle mie facoltà mentre mi strazio…Se solo potessi smettere di osservarmi!

Sempre con gli occhi aperti…Essere esausta e non poter dormire!

Non voglio pensare…Inoltrerò un reclamo (…)

***

Ho registrato questo giorno come un obiettivo. Riproduco ogni suono come un disco di grammofono senza un graffio. Sono impressionabile come una pellicola, sensibile alla luce e all’ombra, ai colori più sgarganti (…)

***

Guardo attraverso lo spioncino cieco. E’ completamente nero, la sua perfezione è spietata. Non mi riuscirà di dar vita a ciò che è morto, di far sorgere per incantesimo un mondo dal nulla. Le mie energie si affievoliscono. Non sarò in grado di volare. Rimarrò al suolo, coi piedi per terra.

Saprò ignorare le sbarre? Far crollare le mura? Sfondare le porte pur avendo davanti a me sempre e solo una porta chiusa? Da dove trarrò le forze?

Lo sconforto mi travolge. Dalla fronte mi gocciola il sudore. Schiaccio il viso sullo stipite di ferro. Buon senso, non mi abbandonare! Ho paura. Temo di cadere in preda a una furia selvaggia.

Un occhio lì fuori deve avermi vista. Un nero occhio di traditore mi osserva. Sei falso! Gli do le spalle e comincio un giro monotono. Sei passi avanti, sei indietro, e poi via di nuovo.
Mi metto a leggere le norme di condotta, il regolamento

(…)

Scoppio in lacrime. Piango, piango senza smettere.
Perché mi lasciano sola? Basta che non mi dimentichino. Non mi è rimasto neppure un documento, non ho carta di identità, chi sono? E se si confondono e scambiano i miei atti con quelli di un’altra? E se mi tengono qui per tutta la vita? Perché non mi danno qualcosa da fare? Mi sarà concesso di lavorare? Sarebbe una distrazione. Dirò “So fare qualunque cosa. Mi intendo un po’ di tutto, non c’è lavoro che non sia in grado di svolgere”.  Leggo le scritte sulle pareti:

“Solo chi conosce la nostalgia sa quel che soffro”.

da Prigione, Emmy Hennings, L’Orma Editore, trad. di Marco Federici Solari

sotto il doppio mento di Carlo Emilio Gadda