il valore universale della poesia


voglio andare in Cina
, disse la bambina.
ed io, dopo aver impegnato i miei tre giri di perle e
aver spento tutte le macchine,
ce la portai.

yurika nakaema, da diario onirico, caramanica editore

 


hai detto nga, ma, bu
con la mamma a scuola di lallazione.
prima dalle tue labbra fuggiva
solo un vento leggero.
provi riprovi ora senza stancarti
ogni mattina quando
la casa tace
il tuo abbecedario

domenico adriano da bambina mattina, il labirinto

morte di giampiero cassio

 

ieri alla fermata garbatella della metropolitana della linea B, icaro è morto.

da “Il Corriere della Sera”

Cieco travolto dal metrò “Le stazioni sono insicure”.
Le associazioni: mancano indicatori acustici e luminosi.
Roma, finisce tra due vagoni mentre tenta di salire.
ROMA – Stava andando al lavoro.
Centralinista di Bankitalia, autonomo da sempre, malgrado fosse cieco dalla nascita.
Giampiero Cassio, 61 anni, moglie e due figli, prendeva la metropolitana ogni mattina, accompagnato solo dal suo bastone bianco telescopico.
Ma ieri dev’essersi confuso.
Qualcosa, fatalmente, deve averlo ingannato.
Quando alle 8.40 è arrivato il treno alla stazione Garbatella forse ha pensato che quello spazio vuoto fosse la porta aperta del metrò. Ha allungato il bastone.
Si è fidato.
Invece, era il buco esterno tra i vagoni, 50-60 centimetri di misura, l’equivalente di mezza porta.
Giampiero Cassio è caduto tra i binari.
Il convoglio, pochi secondi dopo, è ripartito.
Una morte orrenda, il bastone bianco è stato ritrovato a 60 metri.
Il macchinista non si è accorto di nulla.
E così pure, stranamente, gli altri passeggeri.
Neanche le telecamere di sicurezza hanno ripreso la scena.
Solo una donna, sulla banchina opposta, l’ha visto cadere e ha cominciato a urlare, a sbracciarsi, per attirare su di sé l’attenzione dei sorveglianti.
Troppo tardi.
All’inizio si era pensato a un suicidio, poi qualcuno ha notato quel bastone bianco, rotto e insanguinato.
E la storia è diventata un’altra.
Il pm Maria Bice Barborini ha già aperto un fascicolo.
La società che gestisce la metropolitana di Roma (Met.Ro) ha avviato a sua volta un’inchiesta.
Si è scoperto, così, che nella stazione di Garbatella, linea B, mancano i percorsi tattili per i ciechi, previsti dalle nuove norme. “Il governo, però, ha definanziato la legge 211, con quei fondi avevamo già adeguato almeno 11 fermate tra linea A e linea B – si difende Mario Di Carlo, assessore ai Trasporti del Comune di Roma -. La verità è che dopo l’11 settembre 2001 tutte le risorse destinate all’ammodernamento del metrò sono state impiegate per le misure antiterrorismo nelle stazioni.
Così abbiamo dovuto trascurare gli altri interventi”.
In Campidoglio, dopo la tragedia, il consigliere delegato per i problemi dell’handicap Ileana Argentin (Ds) ha presentato un ordine del giorno per chiedere di rimuovere entro il 30 settembre prossimo le barriere sensoriali lungo tutta la linea B. “Come amministrazione – ha detto – siamo in parte responsabili di quello che è accaduto.
Sono sconvolta.
I ciechi, così come tutti gli altri cittadini, hanno diritto all’uso dei trasporti pubblici”. Il sindaco Walter Veltroni ha appoggiato l’iniziativa del consigliere, esprimendo profondo cordoglio alla famiglia di Giampiero Cassio: a sua moglie Rita, insegnante, e ai figli Simone, 21 anni e Benedetta di 12.
Ma ai responsabili delle metropolitane di Roma, Milano, Napoli e Genova, ieri, il presidente nazionale dell’Unione Italiana dei Ciechi, Tommaso Daniele, ha inviato una lettera durissima: “Una morte non per errore, non per distrazione, quella di Giampiero Cassio – ha scritto il presidente -. Non una morte per caso, ma una morte per mancanza di protezione”.
“Non possiamo non chiederci – prosegue Tommaso Daniele nella sua lettera – se per ipotesi le aziende non preferiscano rischiare di pagare danni ai superstiti delle vittime, piuttosto che porre mano efficacemente alla realizzazione di sistemi di protezione per i passeggeri.
Purtroppo questo incidente è soltanto uno di una lunga serie.
Ogni volta il cordoglio e l’indignazione sono esplosi, ma poi nulla è cambiato.
Nessuna misura efficace è stata presa”.
Già, le misure. “Più volte – conclude amaro il presidente dell’Uic – ci siamo rivolti alle amministrazioni competenti chiedendo di installare sistemi di annuncio delle fermate, di creare strisce di protezione lungo le banchine, di predisporre indicatori di direzione, acustici e luminosi come in molte città europee.
Ma nulla o quasi nulla è stato fatto”

quasi

 

un poco più di sole…ed ero brace
un poco più d’azzurro…ed ero oltre.
per riuscire mi è mancato un colpo d’ala…
potessi almeno restare al di qua…

stupore o pace? invano…tutto è svanito
in un basso mare di spuma ingannatore;
e il grande sogno svegliatosi in bruma,
il grande sogno – ahimè! – quasi vissuto…

quasi l’amore, quasi il trionfo e il fuoco,
quasi il principio e la fine – quasi l’espansione…
ma nell’animo mio tutto si scioglie…
eppure niente è un’illusione!

tutto ho iniziato sempre…e tutto errato…
– ah, il dolore senza fine di esser-quasi…-
io fallii per gli altri, ho fallito in me,
ala che si slanciò ma non volò…

momenti d’anima dissipati…
templi dove mai misi un altare…
fiumi smarriti e non condotti al mare…
ansie sofferte, che non ho fissato…

se mi vagheggio trovo solo indizi…
ogive a mezzogiorno – sono sbarrate;
e mani di eroi, empie, intimorite,
hanno cinto di grate i precipizi…

in uno slancio fradicio di accidia,
tutto intrapresi e nulla conquistai…
oggi di me rimane il disincanto
di ciò che senza vivere baciai…

……………………………….
……………………………….

un poco più di sole…ed ero brace
un poco più d’azzurro…ed ero oltre.
per riuscire mi è mancato un colpo d’ala…
potessi almeno restare al di qua…

Mario de Sa-Carneiro Parigi, 13 maggio 1913 (da Dispersione, Einaudi)

 

fuoco- la bolletta e le idee (pensieri sulla vita comune)

 

Ieri pomeriggio, presso la Casa del Parco della Riserva Naturale Regionale della Valle dei Casali (bellissima, peraltro), un più che discreto numero di donne uomini e bambini (presenti o ancora nella pancia delle rispettive mamme) hanno parlato della possibilità di provare anche nella mia città o in zone immediatamente limitrofe un discorso di vita comune. Per la prima volta, vengo a contatto con un gruppo di persone che si incontra per discutere di nuove forme di convivenza. Ci si confronta sulla base di esperienze collaudate in Italia o all’estero come quelle degli ecovillaggi, dei condomini solidali o del cohousing.

 

C’è chi vorrebbe andare in campagna e chi invece, avendo un’occupazione a Roma, preferirebbe non allontanarsi troppo. Chi vorrebbe condividere i momenti dei pasti e chi invece non se la sente di fare “come in convento”. Chi è single e vuole cambiare vita, chi aspetta un bambino e non ha casa, chi ha smesso di lavorare e vuole sperimentare. Chi vuole incontrare persone perché si sente solo.

 

Su tutto emerge l’esigenza di esprimere nuove forme di relazione tra le persone anche se i modi per realizzarle appaiono a prima vista diversi come diversa ed eterogenea è la storia di chi ne farebbe parte. Al di là del discorso di fondo, infatti, le necessità sono differenti. Principalmente, credo, bisognerebbe lavorare sulla condivisione di un metodo di lavoro per andare avanti nella costruzione di questa futura convivenza. Ossia: prima andrebbero edificate le relazioni e dopo la vita comune con i suoi annessi e connessi.


Non c’è una opposizione tra ideologia e pragmatismo, semmai, tra ideologia e idealità. Senza una profonda motivazione ideale infatti (ma possiamo chiamarla anche “speranza” o “persuasione”), anche le tecniche più raffinate di gestione dei conflitti o di facilitazione servono poco. Forse è per questo che le forme di convivenza comunitaria su base religiosa sono quelle che resistono nel tempo. Insomma, prima di discutere se sia più bello costruire i pannelli solari o comprare cibi equosolidali, non è importante chiarirsi la motivazione della scelta? Perché si sta insieme? Si crede ad una vita diversa, si vuole spendere di meno, tutt’e due?


Scegliere cosa si vuole condividere con l’altro significa cosa dell’altro si vuole includere nella propria vita. 

 

A mio parere, la scelta comunitaria, per amore o per calcolo, sarà il futuro “obbligato” della convivenza tra esseri umani. Chi vive a Roma avrà notato (tra notti bianche, feste dei vicini o dei cognati e nonni) come queste occasioni siano la testimonianza di una deriva socializzante unilaterale. Ovvero: proprio perché in città non si riesce più a soddisfare il proprio bisogno di relazioni calde e affettuose, ci pensa l’istituzione a socializzare tutti. Con l’umoristico risultato di provocare magari una lite nell’unica occasione in cui non ci si può ignorare (è successo anche questo in un quartiere romano proprio in una festa dei vicini).

Socialità non vuol dire comunità. Tuttavia, momenti di comunitarismo sia pure “light” e a tempo determinato vengono ritagliati in modo selvatico un po’ da tutti. Il nostro bisogno di comunità passa per l’incontro del gruppo di yoga che va a mangiare la pizza insieme a San Lorenzo o per il numero di amici delle vacanze che si riunisce per vedere le foto o il video dell’estate. Anche se ciò ha una durata limitata.


Questo bisogno tuttavia si deve nutrire dei principi dell’accoglienza e di un rapporto paritario tra le persone – tanto belli a parole – come della concretezza della convivenza e della relazione tra le diversità. La bolletta e le idee, insomma. Le diverse esigenze, i diversi interessi, le diverse aspettative. L’urgenza di avere una casa per un bimbo in arrivo. La ricerca della compagna o del compagno. Come il sogno legittimo di un’altra vita.


Carlo Taddeo Roma, I ottobre 2006

 


(to be continued)


 


 http://www.accampo.ilcannocchiale.it/


 


Per saperne di più:


Cohousing: l’ecovillaggio nel condominio * www.aamterranuova.it/article1372.htm


Sito italiano del Cohousing * www.cohousing.it


lettera aperta all’on.donatella poretti


Gentile On. Poretti,
è un po’ che penso di scriverle, da quando ho visto l’immagine di lei in Parlamento con sua figlia Alice nel marsupio.
Sono la madre di Marta, una bambina di due anni e mezzo che porto a lavoro con me (nella mia piccola libreria) da quando ha 6 mesi. Allatto mia figlia a richiesta e per questo posso affermare che è possibile farlo solo avendo con sé il proprio/la propria piccolo/a. Adesso che Marta mi chiede il latte solo a notte fonda, il mio ragazzo ed io abbiamo iniziato l’inserimento di nostra figlia all’asilo comunale, inserimento che si sta rilevando gioioso e stimolante per tutti e tre.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità e i pediatri consigliano di allattare a richiesta ma, fatta eccezione per poche madri privilegiate tra le quali mi metto, questa possibilità è preclusa. Si tende a indurre il costume, il conformismo di considerare l’allattamento esclusivamente come fonte di nutrizione e quindi un biberon e un tiralatte vengono proposti come alternativa equivalente alla madre: una mia conoscente che lavora in una biblioteca con contratto co.co.co., a quattro mesi dalla nascita del piccolo ha sostituito, con molta malinconia, il proprio seno con il tiralatte e il biberon.
Durante il periodo elettorale, i vari schieramenti politici promettono alle donne l’apertura di un numero maggiore di asili nido, mentre per poter allattare a richiesta, in una maniera anticonformista necessaria al bambino, una madre dovrebbe essere a totale disposizione del piccolo per un paio d’anni. Alla madre deve essere garantita la possibilità di stare insieme al proprio bambino il più a lungo possibile e al contempo si deve permettere all’individuo di tornare a svolgere l’attività sospesa con la stessa soddisfazione.
Quest’estate, quando portavo mia figlia alla spiaggia di Capocotta ho visto una madre nigeriana svolgere l’attività di barista ai bagni ‘porto di enea’ con il bambino legato sulla schiena: quando il piccolo la reclamava, la madre si fermava per allattarlo.
Anche per un’impiegata dovrebbe essere meglio poter godere del proprio figlio e credo anche che la maggior parte delle madri attenderebbe meglio al proprio lavoro senza la preoccupazione di un bambino dentro e fuori dagli asili nido per raffreddori, o con orari organizzati in una maniera millimetrica destinata alla frustrazione se non al fallimento. La libertà di poter scegliere se avere o meno il bambino/a con sé (non è detto che tutte lo desiderino, ma il punto di vista deve essere quello delle madri che questo bisogno lo hanno) deve essere garantita ad ogni madre e l’incoraggiare questa situazione potrebbe rivelarsi vantaggioso anche per lo stato (a un minor bisogno di asili nido corrisponde un minor costo allo Stato).
Che bello sarebbe se lei si organizzasse e organizzasse tante donne e ottime lavoratrici scontente, proponendo iniziative come quella di fare ingresso nel proprio luogo di lavoro con figlio/a al seguito tutte insieme in un giorno stabilito.
Vogliamo stravolgere la – finora ridicola – festa della mamma?
 
Sperando di non essere stata molesta, le offro il mio sostegno e la mia collaborazione per quanto mi è possibile,
 
Michelle G. Müller

fiabe

Vai a un reame di vento,
cauta rechi
sul capo una ghirlanda
di primule.

Sugli alberi le donne
con i capelli verdi,
nelle cascate i nani
che sanno il destino –

i pallidi guerrieri fra le barance,
le fanciulle che muoiono
per desiderio di sole –

e le capanne abbandonate
fra le miosotidi,
le pianure
d’asfodeli in cima alle rocce –

porte che si spalancano
su tesori sepolti,
arcobaleni che giacciono
infranti nei laghi –

Sali per la morena azzurra,
tra i filari di guglie grigie:
porti sulle spalle
un bambino
addormentato.

Antonia Pozzi 18 febbraio 1935

un’altra sosta

Appoggiami la testa sulla spalla:
ch’io ti carezzi con un gesto lento,
come se la mia mano accompagnasse
una lunga, invisibile gugliata.
Non sul tuo capo solo: su ogni fronte
che dolga di tormento e di stanchezza
scendono queste mie carezze cieche,
come foglie ingiallite d’autunno
in una pozza che riflette il cielo.

Antonia Pozzi a L.B. Milano, 23 aprile 1929

appunti per una rivista di giovani

 

Vita e non ombra di vita. “Concetto di attualità considerato inesistente”, secondo la parola di Hofmannsthal. E in luogo della solita retta lanciata nell’infinito, la forma che si ricerca sia il cerchio. Ricondurre alla totalità del tempo, al ritmo ciclico del tempo, un pubblico ciecamente perduto in quella retta.

 Concetto di attualità sostituito dal concetto di presenza, con tutte le responsabilità che esso implica. Presenza significa attenzione, unica via per realizzare e realizzarsi. Parola discreta che ne implica altre: tutte le altre, forse, che conservino un significato.

 Attenta lettura della realtà e dell’arte. Dunque lettura totale, a piani multipli: poetica, umana, spirituale, religiosa e simbolica. Che leghi tempo a tempo, spirito a spirito, crei rapporti, sveli analogie.

 Vita e non ombra di vita. Animazione di testi antichi o già noti, di ogni paese. Ritorno a una cultura vivente, che salvi del nostro tempo solo ciò che è vivente – cioè valido ed esemplare – oltre i valori convenzionali di un’epoca e di un ambiente.

 La giovinezza come istanza morale. Con tutti i suoi tremendi doveri, col suo diritto inappellabile di non essere fuorviata.

 Attenzione applicata al mondo in cui questa giovinezza si muove. Nessun timore di riconoscerne il pauroso sfacelo (sintesi di questo mondo, il motto di spirito di Moravia: “Il solo personaggio storico che si troverebbe a suo agio nel nostro tempo è l’uomo delle caverne”). Tranquilla opposizione allo spirito di questo tempo, al feticismo del “fenomeno storico”, del “valore documentario”, delle “esigenze del costume”, dei “casi”. Ma assidua e appassionata ricerca di ciò che in questo tempo sia vita e non ombra di vità: secondo la norma più elevata di valori umani, spirituali e formali.

 Un discorso, dunque, che sia del tempo e fuori del tempo. In ogni numero ciò che potrebbe chiamarsi “stella polare”: lettera, testimonianza, frammento, poesia, non importa di quale epoca ma perfetto, che rappresenti come in un’immagine quanto si cerca di esprimere. In ogni numero la stessa parola, ripetuta da voci diverse e disparate, in epoche diverse e disparate.

 Ricerca di una nuova forma cristallina, sia nei testi citati che nei nuovi contributi: una forma che sia ugualmente distante dallo specialismo delle varianti, dalla psicologia, dal realismo documentario e dall’immaginazione gratuita (“Cahiers du Sud” su Omero, “Focus Three” su Eliot). Primo tentativo di attenzione integrale in una probità assoluta del linguaggio, innanzitutto del linguaggio critico.

 Una rubrica in cui venga segnalato quanto di vivente sia apparso durante il mese nelle riviste italiane e straniere, siano pure soltanto quattro versi o dieci righe di prosa, non imprta chi le abbia scritte o stampate. Il “gioco delle novità” considerato inesistente. Estrema attenzione ai libri poco letti, magari non letterari.

Cristina Campo da Sotto falso nome, Adelphi

la donna in occidente

madonna nell'attesa del parto-vitale da bologna-

Durante il periodo elettorale, i vari schieramenti politici promettono alle donne l’apertura di un numero maggiore di asili nido. Per poter allattare a richiesta, in una maniera anticonformista necessaria al bambino, una madre dovrebbe essere a totale disposizione del piccolo per un paio d’anni. Alla madre deve essere garantita la possibilità di stare insieme al proprio bambino il più a lungo possibile e al contempo si deve permettere all’individuo di tornare a svolgere l’attività sospesa con la stessa soddisfazione.

sotto il doppio mento di Carlo Emilio Gadda