cosa si consuma in metropolitana


l’atac dovrebbe scegliere: o i soldi da biglietti e abbonamenti o quelli dalle case discografiche e dalle pubblicità. sono costretta a sentire della musica che mai sceglierei liberamente e mia figlia è costretta a notare, con un po’ di diffidenza, che i vampiri e i licantropi bevono preferibilmente un certo tipo di birra.
lettura consigliata oggi: disobbedienza civile di henry david thoreau, demetra, collana acquarelli anarchici

www.ariannaeditrice.it/recensione.php

 

corrispondenza con l’on.donatella poretti

 

Gentile signora Michelle G. Müller,
altro che molesta, la sua lettera e’ stata molto stimolante!
Il gesto di rendere pubblico l’ingresso a Montecitorio con mia figlia andava esattamente nella direzione da lei suggerita. In seguito ho infatti scoperto che altre parlamentari erano entrate alla Camera con il figlio neonato, ma sempre dagli ingressi laterali per infilarsi un po’ di nascosto negli uffici di qualche parlamentare amico.
Solo la scorsa settimana nel corso di una conferenza stampa una giornalista del Corriere della sera non sapeva come fare perche’ non le facevano entrare la figlia, lasciata letteralmente in mezzo alla strada da una istituzione come la Camera dei Deputati che applicava rigidamente un regolamento per cui i suoi locali sono accessibili solo da maggiorenni!
La sua proposta sulla festa della mamma e’ molto bella, facciamoci venire delle idee su come metterla in pratica!
 
A presto, cordiali saluti,
Donatella PorettiGentile On. Donatella Poretti,

sono contenta d’aver ricevuto la sua risposta energizzante!
Giusto ieri sera il mio ragazzo mi raccontava di un suo collega costretto dalla necessità a portare il proprio figlio all’asilo nido vicino al suo ufficio dalle 8.00 alle 17.00; il fatto che la tristezza di questa situazione sia rilevata in una conversazione tra uomini – padri e non – prova che si può contare sul loro sostegno, che i padri sono consapevoli dell’esproprio di cui i loro figli e le loro donne sono vittime.

Parlando con altre mamme, ho rilevato un ostacolo all’auspicabile stravolgimento: l’isolamento.

– quale lavoratrice in nero o con un contratto a termine potrebbe concedersi di arrivare sul posto di lavoro col proprio filgio, senza rischiare la derisione (nella migliore delle ipotesi) o il mobbing o l’interruzione del rapporto lavorativo? lo ‘stravolgimento’ della festa della mamma prima e della situazione della madre lavoratrice (si spera) dopo potrà partire solo dalle lavoratrici ‘privilegiate’?

– alcune madri dichiarano di stare meglio otto ore a lavoro piuttosto che sole con il proprio figlio: questo è comprensibile perché spesso queste donne vivono socialmente isolate, senza il sostegno della famiglia, senza un edificio di relazioni. Se la situazione naturale per l’uomo è quella della condivisione dello spazio, del tempo, della conoscenza, dell’esperienza, dell’attenzione, della sofferenza, del dolore e della gioia allora è necessario concedere ai genitori di condividere i propri figli con la comunità. come convincere queste madri scoraggiate e sole a tentare la nuova strada?

Per quel che mi riguarda, soffro di un’inarginabile logorrea, dispongo di una nutrita rubrica di uomini e donne iscritti alla newsletter della libreria (conservo da dieci anni lo scontrino del primo gelato col mio bello e naturalmente ho anche gli indirizzi e-mail dei lettori che in quasi conque anni hanno acquistato per corrispondenza i miei libri in tutta italia, da Trieste in giù), e il tempo e l’attenzione non mi mancano.

A presto!

Michelle Müller

…e altro ancora: http://www.rosanelpugno.it/rosanelpugno/node/11378

 

luigi falorni

La vicenda di Luigi Falorni, candidato all’Oscar per il documentario dal titolo “La storia del cammello che piange”, ha quasi il sapore di una fiaba. Studente di Cinema a Berlino, Falorni, che è originario del Mugello, si era lasciato convincere dalla compagna di corso mongola Byambasuren Davaa a presentare come tesi di laurea un documentario da filmare in Mongolia, nel deserto dei Gobi, dove una famiglia di nomadi era alle prese con una madre cammello che non riconosceva più il figlio.

Una volta realizzata, la pellicola dei due studenti ha prima entusiasmato gli spettatori di un festival in Germania, per poi commuovere le platee del Festival di Toronto. A quel punto il documentario è diventato un fenomeno che in America ha già fatto incetta di premi, compreso quello del Sindacato Registi. Infine, è giunta la notizia della candidatura all’Oscar. “A volte mi sembra di essere finito nel posto sbagliato – scherza Falorni – Il passaggio dal deserto mongolo alla pedana rossa di Hollywood è traumatico”.

Luigi Falorni è figlio di un medico molto noto al Mugello: “Finora ero conosciuto dalle mie parti come ‘il figlio del medico’ – racconta – adesso mio padre è diventato ‘il padre del regista’. E’ una soddisfazione”. A chi gli chiede previsioni per la cerimonia di Los Angels Falorni risponde con un sorriso tranquillo: “Io il mio Oscar l’ho già vinto”.

storia del cammello che piange


 

“la storia del cammello che piange”
un film di byambasuren davaa e luigi falorni

“mongolia del sud, deserto di gobi. una famiglia di pastori nomadi aiuta a far nascere i cammelli del loro branco. dopo un parto terribilmente difficoltoso e doloroso, una delle cammelle mette alla luce un raro cammello bianco. nonostante gli sforzi dei pastori, la madre rifiuta il nuovo nato, privandolo del latte e dell’amore materno. ma proprio quando tutte le speranze per la salvezza del piccolo sembrano svanire, la magia della musica arriverà al cuore della madre”

un film che mi è stato prestato e che ho avuto la tentazione di rubare…il 5 marzo è il giorno del mio compleanno!

il valore universale della poesia


voglio andare in Cina
, disse la bambina.
ed io, dopo aver impegnato i miei tre giri di perle e
aver spento tutte le macchine,
ce la portai.

yurika nakaema, da diario onirico, caramanica editore

 


hai detto nga, ma, bu
con la mamma a scuola di lallazione.
prima dalle tue labbra fuggiva
solo un vento leggero.
provi riprovi ora senza stancarti
ogni mattina quando
la casa tace
il tuo abbecedario

domenico adriano da bambina mattina, il labirinto

morte di giampiero cassio

 

ieri alla fermata garbatella della metropolitana della linea B, icaro è morto.

da “Il Corriere della Sera”

Cieco travolto dal metrò “Le stazioni sono insicure”.
Le associazioni: mancano indicatori acustici e luminosi.
Roma, finisce tra due vagoni mentre tenta di salire.
ROMA – Stava andando al lavoro.
Centralinista di Bankitalia, autonomo da sempre, malgrado fosse cieco dalla nascita.
Giampiero Cassio, 61 anni, moglie e due figli, prendeva la metropolitana ogni mattina, accompagnato solo dal suo bastone bianco telescopico.
Ma ieri dev’essersi confuso.
Qualcosa, fatalmente, deve averlo ingannato.
Quando alle 8.40 è arrivato il treno alla stazione Garbatella forse ha pensato che quello spazio vuoto fosse la porta aperta del metrò. Ha allungato il bastone.
Si è fidato.
Invece, era il buco esterno tra i vagoni, 50-60 centimetri di misura, l’equivalente di mezza porta.
Giampiero Cassio è caduto tra i binari.
Il convoglio, pochi secondi dopo, è ripartito.
Una morte orrenda, il bastone bianco è stato ritrovato a 60 metri.
Il macchinista non si è accorto di nulla.
E così pure, stranamente, gli altri passeggeri.
Neanche le telecamere di sicurezza hanno ripreso la scena.
Solo una donna, sulla banchina opposta, l’ha visto cadere e ha cominciato a urlare, a sbracciarsi, per attirare su di sé l’attenzione dei sorveglianti.
Troppo tardi.
All’inizio si era pensato a un suicidio, poi qualcuno ha notato quel bastone bianco, rotto e insanguinato.
E la storia è diventata un’altra.
Il pm Maria Bice Barborini ha già aperto un fascicolo.
La società che gestisce la metropolitana di Roma (Met.Ro) ha avviato a sua volta un’inchiesta.
Si è scoperto, così, che nella stazione di Garbatella, linea B, mancano i percorsi tattili per i ciechi, previsti dalle nuove norme. “Il governo, però, ha definanziato la legge 211, con quei fondi avevamo già adeguato almeno 11 fermate tra linea A e linea B – si difende Mario Di Carlo, assessore ai Trasporti del Comune di Roma -. La verità è che dopo l’11 settembre 2001 tutte le risorse destinate all’ammodernamento del metrò sono state impiegate per le misure antiterrorismo nelle stazioni.
Così abbiamo dovuto trascurare gli altri interventi”.
In Campidoglio, dopo la tragedia, il consigliere delegato per i problemi dell’handicap Ileana Argentin (Ds) ha presentato un ordine del giorno per chiedere di rimuovere entro il 30 settembre prossimo le barriere sensoriali lungo tutta la linea B. “Come amministrazione – ha detto – siamo in parte responsabili di quello che è accaduto.
Sono sconvolta.
I ciechi, così come tutti gli altri cittadini, hanno diritto all’uso dei trasporti pubblici”. Il sindaco Walter Veltroni ha appoggiato l’iniziativa del consigliere, esprimendo profondo cordoglio alla famiglia di Giampiero Cassio: a sua moglie Rita, insegnante, e ai figli Simone, 21 anni e Benedetta di 12.
Ma ai responsabili delle metropolitane di Roma, Milano, Napoli e Genova, ieri, il presidente nazionale dell’Unione Italiana dei Ciechi, Tommaso Daniele, ha inviato una lettera durissima: “Una morte non per errore, non per distrazione, quella di Giampiero Cassio – ha scritto il presidente -. Non una morte per caso, ma una morte per mancanza di protezione”.
“Non possiamo non chiederci – prosegue Tommaso Daniele nella sua lettera – se per ipotesi le aziende non preferiscano rischiare di pagare danni ai superstiti delle vittime, piuttosto che porre mano efficacemente alla realizzazione di sistemi di protezione per i passeggeri.
Purtroppo questo incidente è soltanto uno di una lunga serie.
Ogni volta il cordoglio e l’indignazione sono esplosi, ma poi nulla è cambiato.
Nessuna misura efficace è stata presa”.
Già, le misure. “Più volte – conclude amaro il presidente dell’Uic – ci siamo rivolti alle amministrazioni competenti chiedendo di installare sistemi di annuncio delle fermate, di creare strisce di protezione lungo le banchine, di predisporre indicatori di direzione, acustici e luminosi come in molte città europee.
Ma nulla o quasi nulla è stato fatto”

quasi

 

un poco più di sole…ed ero brace
un poco più d’azzurro…ed ero oltre.
per riuscire mi è mancato un colpo d’ala…
potessi almeno restare al di qua…

stupore o pace? invano…tutto è svanito
in un basso mare di spuma ingannatore;
e il grande sogno svegliatosi in bruma,
il grande sogno – ahimè! – quasi vissuto…

quasi l’amore, quasi il trionfo e il fuoco,
quasi il principio e la fine – quasi l’espansione…
ma nell’animo mio tutto si scioglie…
eppure niente è un’illusione!

tutto ho iniziato sempre…e tutto errato…
– ah, il dolore senza fine di esser-quasi…-
io fallii per gli altri, ho fallito in me,
ala che si slanciò ma non volò…

momenti d’anima dissipati…
templi dove mai misi un altare…
fiumi smarriti e non condotti al mare…
ansie sofferte, che non ho fissato…

se mi vagheggio trovo solo indizi…
ogive a mezzogiorno – sono sbarrate;
e mani di eroi, empie, intimorite,
hanno cinto di grate i precipizi…

in uno slancio fradicio di accidia,
tutto intrapresi e nulla conquistai…
oggi di me rimane il disincanto
di ciò che senza vivere baciai…

……………………………….
……………………………….

un poco più di sole…ed ero brace
un poco più d’azzurro…ed ero oltre.
per riuscire mi è mancato un colpo d’ala…
potessi almeno restare al di qua…

Mario de Sa-Carneiro Parigi, 13 maggio 1913 (da Dispersione, Einaudi)

 

fuoco- la bolletta e le idee (pensieri sulla vita comune)

 

Ieri pomeriggio, presso la Casa del Parco della Riserva Naturale Regionale della Valle dei Casali (bellissima, peraltro), un più che discreto numero di donne uomini e bambini (presenti o ancora nella pancia delle rispettive mamme) hanno parlato della possibilità di provare anche nella mia città o in zone immediatamente limitrofe un discorso di vita comune. Per la prima volta, vengo a contatto con un gruppo di persone che si incontra per discutere di nuove forme di convivenza. Ci si confronta sulla base di esperienze collaudate in Italia o all’estero come quelle degli ecovillaggi, dei condomini solidali o del cohousing.

 

C’è chi vorrebbe andare in campagna e chi invece, avendo un’occupazione a Roma, preferirebbe non allontanarsi troppo. Chi vorrebbe condividere i momenti dei pasti e chi invece non se la sente di fare “come in convento”. Chi è single e vuole cambiare vita, chi aspetta un bambino e non ha casa, chi ha smesso di lavorare e vuole sperimentare. Chi vuole incontrare persone perché si sente solo.

 

Su tutto emerge l’esigenza di esprimere nuove forme di relazione tra le persone anche se i modi per realizzarle appaiono a prima vista diversi come diversa ed eterogenea è la storia di chi ne farebbe parte. Al di là del discorso di fondo, infatti, le necessità sono differenti. Principalmente, credo, bisognerebbe lavorare sulla condivisione di un metodo di lavoro per andare avanti nella costruzione di questa futura convivenza. Ossia: prima andrebbero edificate le relazioni e dopo la vita comune con i suoi annessi e connessi.


Non c’è una opposizione tra ideologia e pragmatismo, semmai, tra ideologia e idealità. Senza una profonda motivazione ideale infatti (ma possiamo chiamarla anche “speranza” o “persuasione”), anche le tecniche più raffinate di gestione dei conflitti o di facilitazione servono poco. Forse è per questo che le forme di convivenza comunitaria su base religiosa sono quelle che resistono nel tempo. Insomma, prima di discutere se sia più bello costruire i pannelli solari o comprare cibi equosolidali, non è importante chiarirsi la motivazione della scelta? Perché si sta insieme? Si crede ad una vita diversa, si vuole spendere di meno, tutt’e due?


Scegliere cosa si vuole condividere con l’altro significa cosa dell’altro si vuole includere nella propria vita. 

 

A mio parere, la scelta comunitaria, per amore o per calcolo, sarà il futuro “obbligato” della convivenza tra esseri umani. Chi vive a Roma avrà notato (tra notti bianche, feste dei vicini o dei cognati e nonni) come queste occasioni siano la testimonianza di una deriva socializzante unilaterale. Ovvero: proprio perché in città non si riesce più a soddisfare il proprio bisogno di relazioni calde e affettuose, ci pensa l’istituzione a socializzare tutti. Con l’umoristico risultato di provocare magari una lite nell’unica occasione in cui non ci si può ignorare (è successo anche questo in un quartiere romano proprio in una festa dei vicini).

Socialità non vuol dire comunità. Tuttavia, momenti di comunitarismo sia pure “light” e a tempo determinato vengono ritagliati in modo selvatico un po’ da tutti. Il nostro bisogno di comunità passa per l’incontro del gruppo di yoga che va a mangiare la pizza insieme a San Lorenzo o per il numero di amici delle vacanze che si riunisce per vedere le foto o il video dell’estate. Anche se ciò ha una durata limitata.


Questo bisogno tuttavia si deve nutrire dei principi dell’accoglienza e di un rapporto paritario tra le persone – tanto belli a parole – come della concretezza della convivenza e della relazione tra le diversità. La bolletta e le idee, insomma. Le diverse esigenze, i diversi interessi, le diverse aspettative. L’urgenza di avere una casa per un bimbo in arrivo. La ricerca della compagna o del compagno. Come il sogno legittimo di un’altra vita.


Carlo Taddeo Roma, I ottobre 2006

 


(to be continued)


 


 http://www.accampo.ilcannocchiale.it/


 


Per saperne di più:


Cohousing: l’ecovillaggio nel condominio * www.aamterranuova.it/article1372.htm


Sito italiano del Cohousing * www.cohousing.it


lettera aperta all’on.donatella poretti


Gentile On. Poretti,
è un po’ che penso di scriverle, da quando ho visto l’immagine di lei in Parlamento con sua figlia Alice nel marsupio.
Sono la madre di Marta, una bambina di due anni e mezzo che porto a lavoro con me (nella mia piccola libreria) da quando ha 6 mesi. Allatto mia figlia a richiesta e per questo posso affermare che è possibile farlo solo avendo con sé il proprio/la propria piccolo/a. Adesso che Marta mi chiede il latte solo a notte fonda, il mio ragazzo ed io abbiamo iniziato l’inserimento di nostra figlia all’asilo comunale, inserimento che si sta rilevando gioioso e stimolante per tutti e tre.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità e i pediatri consigliano di allattare a richiesta ma, fatta eccezione per poche madri privilegiate tra le quali mi metto, questa possibilità è preclusa. Si tende a indurre il costume, il conformismo di considerare l’allattamento esclusivamente come fonte di nutrizione e quindi un biberon e un tiralatte vengono proposti come alternativa equivalente alla madre: una mia conoscente che lavora in una biblioteca con contratto co.co.co., a quattro mesi dalla nascita del piccolo ha sostituito, con molta malinconia, il proprio seno con il tiralatte e il biberon.
Durante il periodo elettorale, i vari schieramenti politici promettono alle donne l’apertura di un numero maggiore di asili nido, mentre per poter allattare a richiesta, in una maniera anticonformista necessaria al bambino, una madre dovrebbe essere a totale disposizione del piccolo per un paio d’anni. Alla madre deve essere garantita la possibilità di stare insieme al proprio bambino il più a lungo possibile e al contempo si deve permettere all’individuo di tornare a svolgere l’attività sospesa con la stessa soddisfazione.
Quest’estate, quando portavo mia figlia alla spiaggia di Capocotta ho visto una madre nigeriana svolgere l’attività di barista ai bagni ‘porto di enea’ con il bambino legato sulla schiena: quando il piccolo la reclamava, la madre si fermava per allattarlo.
Anche per un’impiegata dovrebbe essere meglio poter godere del proprio figlio e credo anche che la maggior parte delle madri attenderebbe meglio al proprio lavoro senza la preoccupazione di un bambino dentro e fuori dagli asili nido per raffreddori, o con orari organizzati in una maniera millimetrica destinata alla frustrazione se non al fallimento. La libertà di poter scegliere se avere o meno il bambino/a con sé (non è detto che tutte lo desiderino, ma il punto di vista deve essere quello delle madri che questo bisogno lo hanno) deve essere garantita ad ogni madre e l’incoraggiare questa situazione potrebbe rivelarsi vantaggioso anche per lo stato (a un minor bisogno di asili nido corrisponde un minor costo allo Stato).
Che bello sarebbe se lei si organizzasse e organizzasse tante donne e ottime lavoratrici scontente, proponendo iniziative come quella di fare ingresso nel proprio luogo di lavoro con figlio/a al seguito tutte insieme in un giorno stabilito.
Vogliamo stravolgere la – finora ridicola – festa della mamma?
 
Sperando di non essere stata molesta, le offro il mio sostegno e la mia collaborazione per quanto mi è possibile,
 
Michelle G. Müller

sotto il doppio mento di Carlo Emilio Gadda