Category Archives: tu che mi guardi

AAA CERCASI…

… anche per sola lettura:

IL GIORNALE D’ORIENTE. SAVOIA! NUMERO UNICO EDITO IN OCCASIONE DELLA VISITA DI S. M. VITTORIO EMANUELE III RE D’ITALIA A S. M. RE FUAD I RE D’EGITTO

Autore: AA.VV.
Descrizione: In 4, pp. 96 con foto in b/n e ill. in nero e rosso n.t. Br. ed. Compaiono articoli su Ungaretti, Marinetti, le scuole di Alessandria d’Egitto realizzate da Busiri Vici…
Editore: Novissima
Luogo di Edizione: Roma
Anno: 1933 

Vittorio Emanuele III e Balbo in Libria nel 1933

Vittorio Emanuele III in Libia

mezzogiorno

miroslav tichy

Roger Caillois, attingendo alle stesse fonti leopardiane, parla di “ninfolessia” per chi si espone a mezzogiorno all’azione delle Ninfe e commette il sacrilegio di assistere al bagno delle dee. La cecità e il delirio profetico di Tiresia, la triste fine di Atteone, cui viene tolta per prima cosa la voce, perché non vada a raccontare di aver visto nuda la dea:

Il tema è d’altronde costantemente legato all’ora di mezzogiorno. Così nelle loro preghiere a Pale i pastori supplicano tale divinità di evitar loro la vista delle Driadi, dei bagni di Diana e di Fauno nel momento in cui, a mezzogiorno, egli dorme tra i campi.Parimenti in Apollonio Rodio (Le Argonautiche) è mezzogiorno quando Giasone vede le Ninfe libiche che si denudano. Distogliendo lo sguardo egli deve forse solo alla sua presenza di spirito la fortuna di non subire la sorte di Atteone e di Tiresia (Roger Caillos, I demoni meridiani).

da Sotto il vulcano. Studi su Leopardi e altro, Tiziano Salari, Rubbettino

Permetta a un lettore privato si salutarla con gratitudine

Agostino Straulino e Nicolò Rode nel 1950

Marina di Poveromo, 14 agosto 1950

Caro Pavese,
quantunque non abbia il piacere di conoscerla di persona, non posso fare a meno di scriverle: perché mezz’ora fa ho terminato di leggere La luna e i falò.
Solo nelle poche vacanze posso permettermi il lusso di leggere libri di mio gusto. Ho seguito in questi anni con crescente comprensione la Sua opera di narratore. Il secondo racconto di Prima che il gallo canti, che lessi qualche mese fa, m’aveva colpito ancor più degli altri Suoi scritti. Ora, in queste vacanze d’agosto ho potuto leggere con viva ammirazione il trittico di Bella d’estate, e tra ieri e oggi La luna e i falò. E ne sono ancora, più che ammirato, turbato.
Questa è grande arte e poesia vera: di fronte a pagine come queste, dove il dolore della vita è filtrato attraverso la serena contemplazione del ricordo, le polemiche sui fini dell’arte e sulle relazioni tra arte e politica non hanno più senso. Gli artisti veri, senza proporselo, toccano sempre le ferite della loro società, l’accento occasionale che prende nel loro tempo la eterna pena dell’uomo: sono del loro tempo e di tutti i tempi.
Permetta a un lettore privato di salutarla con gratitudine.
Il suo,

Piero Calamandrei

.-.-.-

 

Torino, 21 agosto 1950

Caro Calamandrei,
la sua lettera è venuta come una brezza nel deserto. Traversavo e traverso un periodo tristissimo, e sia pure soltanto un sollievo come quello di sentire che non si è lavorato invano e che i migliori d’Italia se ne sono accorti, è bastato a darmi respiro. Le espressioni che ha voluto usare riguardo alla mia opera sono tali che, se non fossi certo di chi è Calamandrei, quasi avrei creduto a una leggera canzonatura. Ma so bene invece il loro senso, e considero la lettera epoch-making nella mia vita.
Spero di superare queste secche e lavorando dell’altro darle ragione fino in fondo. Ma quella “serena contemplazione del ricordo” che lei rileva nei miei libretti non è stata se non a prezzo di tali rinunzie nella mia vita che oggi ne sono tramortito. Vedremo.
Grazie, caro Calamandrei, suo

Cesare Pavese

Lettere 1945-1950, Cesare Pavese, Einaudi

tu che mi guardi, che mi parli

è come se ci fosse nell’attività del pittore un’urgenza che supera tutte le altre. Egli è là, forte o debole nella vita, ma sovrano incontestato nella sua ruminazione del mondo, senz’altra “tecnica” tranne quella che i suoi occhi e le sue mani conquistano a forza di vedere, a forza di dipingere, accanendosi a trarre da questo mondo, in cui risuonano gli scandali e le glorie della storia, delle tele, che aggiungeranno ben poco alle collere e alle speranze degli uomini, e nessuno trova niente da ridire.

(…)

Il mio movimento è il proseguimento naturale e la maturazione di una visione. Io dico che una cosa è mossa, ma il mio corpo si muove, il mio movimento si dispiega; non avviene nell’ignoranza di sé, non è cieco a se stesso, s’irradia da un sé…

(…)

Il pittore vive nella fascinazione. Le sue azioni più proprie – quei gesti, quei segni di cui egli solo è capace, e che saranno rivelazioni per gli altri, che non hanno le sue medesime mancanze – gli sembrano emanare dalle cose stesse, come il disegno delle costellazioni. Tra lui e il visibile, i ruoli inevitabilmente si invertono. Ecco perché tanti pittori hanno detto che le cose li guardavano, e André Marchant, dopo Klee: “Più volte, in una foresta, ho sentito che non ero io a guardare la foresta. Ho sentito, certi giorni, che erano gli alberi che mi guardavano, che mi parlavano… Io ero là, in ascolto… Credo che il pittore debba lasciarsi penetrare dall’universo, e non volerlo penetrare… Attendo di essere interiormente sommerso, sepolto. Forse dipingo per nascere.”

(…)

Essenza ed esistenza, immaginario e reale, visibile e invisibile: la pittura confonde tutte le nostre categorie, dispiegando il suo universo onirico di essenze carnali, di rassomiglianze efficaci, di significazioni mute.

da L’occhio e lo spirito, Maurice Merleau-Ponty, SE Studio Editoriale, trad.di Anna Sordini

proprietà emergenti

In fotografia la successione delle riscoperte è più rapida che in qualsiasi altra arte. Illustrando quella legge del gusto, di cui T.S. Eliot diede una formulazione definitiva, secondo la quale ogni nuova opera importante modifica necessariamente la nostra percezione dell’eredità del passato, le nuove fotografie cambiano la maniera in cui noi guardiamo le vecchie.

da Sulla fotografia, Susan Sontag, Einaudi, trad.di Ettore Capriolo

Donnini Nadar

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donnini al lago

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Donnini

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Hugo Erfurth

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walker evans allattamento

La povertà non è più surreale della ricchezza; un ragazzo vestito di luridi stracci non è più surreale di una principessa abbigliata per un ballo o di un purissimo nudo. Quella che è surreale è la distanza imposta, e superata, dal fotografo: la distanza sociale e la distanza nel tempo.

da La fotografia. Realtà e immagine nella nostra società, Susan Sontag, Einaudi, trad.di Ettore Capriolo

gosh!

al naso

“Un tempo così grande
era la mia solitudine
da dover pensare un luogo
dove riposarla.
Universo chiamai
il primo pensiero
che attraversò la mente.
CI fu poi chi pronunciò
la parola
e diede strano inizio
a ciò che non capisco.
Da allora
non mi sono più trovato.
Se qualcuno mi ascolta
dica a chi ancora mi chiama
(per pietà o
pudore)
di smettere”.

da Il bene materiale, Paolo Febbraro, Scheiwiller

appunti per Trentasei e dieci vedute n.4

Bruno Illich

Gertrude Stein riesce notoriamente a sconvolgere i canoni fondamentali del genere autobiografico. Scrivendo l’Autobiografia di Alice Toklas, ella infatti contravviene alla regola elementare per cui il protagonista di un’autobiografia ne è anche l’autore. Nel libro in questione tale coincidenza salta. Come annuncia il titolo, Gertrude Stein scrive e firma l’autobiografia di un’altra, ossia l’Autobiografia di Alice Toklas, dove Alice parla in prima persona.

(…)

L’Autobiografia di Alice Toklas è dunque un’autobiografia di Gertrude Stein, scritta da Gertrude Stein, dove Gertrude medesima compare però nel testo come un personaggio narrato da Alice. Il gioco della finzione può anche essere formulato diversamente. Si può infatti anche dire che, nell’Autobiografia di Alice Toklas, Alice stessa, pur figurando nel ruolo autobiografico della prima persona, viene tuttavia a svolgere il ruolo della biografa di Gertrude Stein. Insomma, la finzione è complessa e divertente proprio perché è esplicita. Il genere autobiografico e quello biografico si sovrappongono.

da Tu che mi guardi, tu che mi racconti. Filosofia della narrazione, di Adriana Cavarero, Feltrinelli

il nano

Sulla vetta del colle, quella notte,
nell’aria che risuona ho visto il nano.
Gli alberi curvi,
la bestia silenziosa sotto il vento.

E ho visto i viaggiatori fermi e rigidi,
sicuri della morte, irrigiditi e pronti per la bara
in quella plaga immobile,
a mani giunte, con cappelli alti.

da Poesie, Harold Pinter, Gremese Editore, a cura di Roberto Sanesi