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fuoco- la bolletta e le idee (pensieri sulla vita comune)

 

Ieri pomeriggio, presso la Casa del Parco della Riserva Naturale Regionale della Valle dei Casali (bellissima, peraltro), un più che discreto numero di donne uomini e bambini (presenti o ancora nella pancia delle rispettive mamme) hanno parlato della possibilità di provare anche nella mia città o in zone immediatamente limitrofe un discorso di vita comune. Per la prima volta, vengo a contatto con un gruppo di persone che si incontra per discutere di nuove forme di convivenza. Ci si confronta sulla base di esperienze collaudate in Italia o all’estero come quelle degli ecovillaggi, dei condomini solidali o del cohousing.

 

C’è chi vorrebbe andare in campagna e chi invece, avendo un’occupazione a Roma, preferirebbe non allontanarsi troppo. Chi vorrebbe condividere i momenti dei pasti e chi invece non se la sente di fare “come in convento”. Chi è single e vuole cambiare vita, chi aspetta un bambino e non ha casa, chi ha smesso di lavorare e vuole sperimentare. Chi vuole incontrare persone perché si sente solo.

 

Su tutto emerge l’esigenza di esprimere nuove forme di relazione tra le persone anche se i modi per realizzarle appaiono a prima vista diversi come diversa ed eterogenea è la storia di chi ne farebbe parte. Al di là del discorso di fondo, infatti, le necessità sono differenti. Principalmente, credo, bisognerebbe lavorare sulla condivisione di un metodo di lavoro per andare avanti nella costruzione di questa futura convivenza. Ossia: prima andrebbero edificate le relazioni e dopo la vita comune con i suoi annessi e connessi.


Non c’è una opposizione tra ideologia e pragmatismo, semmai, tra ideologia e idealità. Senza una profonda motivazione ideale infatti (ma possiamo chiamarla anche “speranza” o “persuasione”), anche le tecniche più raffinate di gestione dei conflitti o di facilitazione servono poco. Forse è per questo che le forme di convivenza comunitaria su base religiosa sono quelle che resistono nel tempo. Insomma, prima di discutere se sia più bello costruire i pannelli solari o comprare cibi equosolidali, non è importante chiarirsi la motivazione della scelta? Perché si sta insieme? Si crede ad una vita diversa, si vuole spendere di meno, tutt’e due?


Scegliere cosa si vuole condividere con l’altro significa cosa dell’altro si vuole includere nella propria vita. 

 

A mio parere, la scelta comunitaria, per amore o per calcolo, sarà il futuro “obbligato” della convivenza tra esseri umani. Chi vive a Roma avrà notato (tra notti bianche, feste dei vicini o dei cognati e nonni) come queste occasioni siano la testimonianza di una deriva socializzante unilaterale. Ovvero: proprio perché in città non si riesce più a soddisfare il proprio bisogno di relazioni calde e affettuose, ci pensa l’istituzione a socializzare tutti. Con l’umoristico risultato di provocare magari una lite nell’unica occasione in cui non ci si può ignorare (è successo anche questo in un quartiere romano proprio in una festa dei vicini).

Socialità non vuol dire comunità. Tuttavia, momenti di comunitarismo sia pure “light” e a tempo determinato vengono ritagliati in modo selvatico un po’ da tutti. Il nostro bisogno di comunità passa per l’incontro del gruppo di yoga che va a mangiare la pizza insieme a San Lorenzo o per il numero di amici delle vacanze che si riunisce per vedere le foto o il video dell’estate. Anche se ciò ha una durata limitata.


Questo bisogno tuttavia si deve nutrire dei principi dell’accoglienza e di un rapporto paritario tra le persone – tanto belli a parole – come della concretezza della convivenza e della relazione tra le diversità. La bolletta e le idee, insomma. Le diverse esigenze, i diversi interessi, le diverse aspettative. L’urgenza di avere una casa per un bimbo in arrivo. La ricerca della compagna o del compagno. Come il sogno legittimo di un’altra vita.


Carlo Taddeo Roma, I ottobre 2006

 


(to be continued)


 


 http://www.accampo.ilcannocchiale.it/


 


Per saperne di più:


Cohousing: l’ecovillaggio nel condominio * www.aamterranuova.it/article1372.htm


Sito italiano del Cohousing * www.cohousing.it


fiabe

Vai a un reame di vento,
cauta rechi
sul capo una ghirlanda
di primule.

Sugli alberi le donne
con i capelli verdi,
nelle cascate i nani
che sanno il destino –

i pallidi guerrieri fra le barance,
le fanciulle che muoiono
per desiderio di sole –

e le capanne abbandonate
fra le miosotidi,
le pianure
d’asfodeli in cima alle rocce –

porte che si spalancano
su tesori sepolti,
arcobaleni che giacciono
infranti nei laghi –

Sali per la morena azzurra,
tra i filari di guglie grigie:
porti sulle spalle
un bambino
addormentato.

Antonia Pozzi 18 febbraio 1935

un’altra sosta

Appoggiami la testa sulla spalla:
ch’io ti carezzi con un gesto lento,
come se la mia mano accompagnasse
una lunga, invisibile gugliata.
Non sul tuo capo solo: su ogni fronte
che dolga di tormento e di stanchezza
scendono queste mie carezze cieche,
come foglie ingiallite d’autunno
in una pozza che riflette il cielo.

Antonia Pozzi a L.B. Milano, 23 aprile 1929

appunti per una rivista di giovani

 

Vita e non ombra di vita. “Concetto di attualità considerato inesistente”, secondo la parola di Hofmannsthal. E in luogo della solita retta lanciata nell’infinito, la forma che si ricerca sia il cerchio. Ricondurre alla totalità del tempo, al ritmo ciclico del tempo, un pubblico ciecamente perduto in quella retta.

 Concetto di attualità sostituito dal concetto di presenza, con tutte le responsabilità che esso implica. Presenza significa attenzione, unica via per realizzare e realizzarsi. Parola discreta che ne implica altre: tutte le altre, forse, che conservino un significato.

 Attenta lettura della realtà e dell’arte. Dunque lettura totale, a piani multipli: poetica, umana, spirituale, religiosa e simbolica. Che leghi tempo a tempo, spirito a spirito, crei rapporti, sveli analogie.

 Vita e non ombra di vita. Animazione di testi antichi o già noti, di ogni paese. Ritorno a una cultura vivente, che salvi del nostro tempo solo ciò che è vivente – cioè valido ed esemplare – oltre i valori convenzionali di un’epoca e di un ambiente.

 La giovinezza come istanza morale. Con tutti i suoi tremendi doveri, col suo diritto inappellabile di non essere fuorviata.

 Attenzione applicata al mondo in cui questa giovinezza si muove. Nessun timore di riconoscerne il pauroso sfacelo (sintesi di questo mondo, il motto di spirito di Moravia: “Il solo personaggio storico che si troverebbe a suo agio nel nostro tempo è l’uomo delle caverne”). Tranquilla opposizione allo spirito di questo tempo, al feticismo del “fenomeno storico”, del “valore documentario”, delle “esigenze del costume”, dei “casi”. Ma assidua e appassionata ricerca di ciò che in questo tempo sia vita e non ombra di vità: secondo la norma più elevata di valori umani, spirituali e formali.

 Un discorso, dunque, che sia del tempo e fuori del tempo. In ogni numero ciò che potrebbe chiamarsi “stella polare”: lettera, testimonianza, frammento, poesia, non importa di quale epoca ma perfetto, che rappresenti come in un’immagine quanto si cerca di esprimere. In ogni numero la stessa parola, ripetuta da voci diverse e disparate, in epoche diverse e disparate.

 Ricerca di una nuova forma cristallina, sia nei testi citati che nei nuovi contributi: una forma che sia ugualmente distante dallo specialismo delle varianti, dalla psicologia, dal realismo documentario e dall’immaginazione gratuita (“Cahiers du Sud” su Omero, “Focus Three” su Eliot). Primo tentativo di attenzione integrale in una probità assoluta del linguaggio, innanzitutto del linguaggio critico.

 Una rubrica in cui venga segnalato quanto di vivente sia apparso durante il mese nelle riviste italiane e straniere, siano pure soltanto quattro versi o dieci righe di prosa, non imprta chi le abbia scritte o stampate. Il “gioco delle novità” considerato inesistente. Estrema attenzione ai libri poco letti, magari non letterari.

Cristina Campo da Sotto falso nome, Adelphi