Category Archives: stella polare

katherine mansfield

imperdibile il saggio introduttivo ai racconti a cura di Armanda Guiducci (“Racconti”, Rizzoli,1989)
nell’edizione in due volumi di adelphi si trovano invece le preziose traduzioni di cristina campo
 



camera di katherine nella casa della sua infanzia in nuova zelanda (ora è un museo)

qualche anno dopo, a londra, venderà il suo prezioso violoncello per poche sterline

 

“Ho decisamente rinunciato a dedicarmi alla musica. non è il mio forte, me ne rendo conto. resta dunque, il fatto che devo diventare una scrittrice” (gennaio 1907)


nel fatale dicembre 1911 katherine conobbe john middleton murry. lei non chiedeva altro che far coppia con uno dedito alla sua stessa arte, foss’anche “un uomo senza carattere”(quello che finirà nell’omonimo racconto)

 


“Il piacere di leggere è doppio quando si vive con qualcuno che divide con te gli stessi libri” e quanta indulgenza gli concederà pur di soddisfare questo piacere!

ma l’unica persona che le sarà vicino fino alla fine e che l’avrà profondamente amata è Ida Baker, la “schiavetta” che la seguì come un’ombra ovunque dal 1903 alla sua morte




storia del cammello che piange


 

“la storia del cammello che piange”
un film di byambasuren davaa e luigi falorni

“mongolia del sud, deserto di gobi. una famiglia di pastori nomadi aiuta a far nascere i cammelli del loro branco. dopo un parto terribilmente difficoltoso e doloroso, una delle cammelle mette alla luce un raro cammello bianco. nonostante gli sforzi dei pastori, la madre rifiuta il nuovo nato, privandolo del latte e dell’amore materno. ma proprio quando tutte le speranze per la salvezza del piccolo sembrano svanire, la magia della musica arriverà al cuore della madre”

un film che mi è stato prestato e che ho avuto la tentazione di rubare…il 5 marzo è il giorno del mio compleanno!

luigi falorni

La vicenda di Luigi Falorni, candidato all’Oscar per il documentario dal titolo “La storia del cammello che piange”, ha quasi il sapore di una fiaba. Studente di Cinema a Berlino, Falorni, che è originario del Mugello, si era lasciato convincere dalla compagna di corso mongola Byambasuren Davaa a presentare come tesi di laurea un documentario da filmare in Mongolia, nel deserto dei Gobi, dove una famiglia di nomadi era alle prese con una madre cammello che non riconosceva più il figlio.

Una volta realizzata, la pellicola dei due studenti ha prima entusiasmato gli spettatori di un festival in Germania, per poi commuovere le platee del Festival di Toronto. A quel punto il documentario è diventato un fenomeno che in America ha già fatto incetta di premi, compreso quello del Sindacato Registi. Infine, è giunta la notizia della candidatura all’Oscar. “A volte mi sembra di essere finito nel posto sbagliato – scherza Falorni – Il passaggio dal deserto mongolo alla pedana rossa di Hollywood è traumatico”.

Luigi Falorni è figlio di un medico molto noto al Mugello: “Finora ero conosciuto dalle mie parti come ‘il figlio del medico’ – racconta – adesso mio padre è diventato ‘il padre del regista’. E’ una soddisfazione”. A chi gli chiede previsioni per la cerimonia di Los Angels Falorni risponde con un sorriso tranquillo: “Io il mio Oscar l’ho già vinto”.

il valore universale della poesia


voglio andare in Cina
, disse la bambina.
ed io, dopo aver impegnato i miei tre giri di perle e
aver spento tutte le macchine,
ce la portai.

yurika nakaema, da diario onirico, caramanica editore

 


hai detto nga, ma, bu
con la mamma a scuola di lallazione.
prima dalle tue labbra fuggiva
solo un vento leggero.
provi riprovi ora senza stancarti
ogni mattina quando
la casa tace
il tuo abbecedario

domenico adriano da bambina mattina, il labirinto

fuoco- la bolletta e le idee (pensieri sulla vita comune)

 

Ieri pomeriggio, presso la Casa del Parco della Riserva Naturale Regionale della Valle dei Casali (bellissima, peraltro), un più che discreto numero di donne uomini e bambini (presenti o ancora nella pancia delle rispettive mamme) hanno parlato della possibilità di provare anche nella mia città o in zone immediatamente limitrofe un discorso di vita comune. Per la prima volta, vengo a contatto con un gruppo di persone che si incontra per discutere di nuove forme di convivenza. Ci si confronta sulla base di esperienze collaudate in Italia o all’estero come quelle degli ecovillaggi, dei condomini solidali o del cohousing.

 

C’è chi vorrebbe andare in campagna e chi invece, avendo un’occupazione a Roma, preferirebbe non allontanarsi troppo. Chi vorrebbe condividere i momenti dei pasti e chi invece non se la sente di fare “come in convento”. Chi è single e vuole cambiare vita, chi aspetta un bambino e non ha casa, chi ha smesso di lavorare e vuole sperimentare. Chi vuole incontrare persone perché si sente solo.

 

Su tutto emerge l’esigenza di esprimere nuove forme di relazione tra le persone anche se i modi per realizzarle appaiono a prima vista diversi come diversa ed eterogenea è la storia di chi ne farebbe parte. Al di là del discorso di fondo, infatti, le necessità sono differenti. Principalmente, credo, bisognerebbe lavorare sulla condivisione di un metodo di lavoro per andare avanti nella costruzione di questa futura convivenza. Ossia: prima andrebbero edificate le relazioni e dopo la vita comune con i suoi annessi e connessi.


Non c’è una opposizione tra ideologia e pragmatismo, semmai, tra ideologia e idealità. Senza una profonda motivazione ideale infatti (ma possiamo chiamarla anche “speranza” o “persuasione”), anche le tecniche più raffinate di gestione dei conflitti o di facilitazione servono poco. Forse è per questo che le forme di convivenza comunitaria su base religiosa sono quelle che resistono nel tempo. Insomma, prima di discutere se sia più bello costruire i pannelli solari o comprare cibi equosolidali, non è importante chiarirsi la motivazione della scelta? Perché si sta insieme? Si crede ad una vita diversa, si vuole spendere di meno, tutt’e due?


Scegliere cosa si vuole condividere con l’altro significa cosa dell’altro si vuole includere nella propria vita. 

 

A mio parere, la scelta comunitaria, per amore o per calcolo, sarà il futuro “obbligato” della convivenza tra esseri umani. Chi vive a Roma avrà notato (tra notti bianche, feste dei vicini o dei cognati e nonni) come queste occasioni siano la testimonianza di una deriva socializzante unilaterale. Ovvero: proprio perché in città non si riesce più a soddisfare il proprio bisogno di relazioni calde e affettuose, ci pensa l’istituzione a socializzare tutti. Con l’umoristico risultato di provocare magari una lite nell’unica occasione in cui non ci si può ignorare (è successo anche questo in un quartiere romano proprio in una festa dei vicini).

Socialità non vuol dire comunità. Tuttavia, momenti di comunitarismo sia pure “light” e a tempo determinato vengono ritagliati in modo selvatico un po’ da tutti. Il nostro bisogno di comunità passa per l’incontro del gruppo di yoga che va a mangiare la pizza insieme a San Lorenzo o per il numero di amici delle vacanze che si riunisce per vedere le foto o il video dell’estate. Anche se ciò ha una durata limitata.


Questo bisogno tuttavia si deve nutrire dei principi dell’accoglienza e di un rapporto paritario tra le persone – tanto belli a parole – come della concretezza della convivenza e della relazione tra le diversità. La bolletta e le idee, insomma. Le diverse esigenze, i diversi interessi, le diverse aspettative. L’urgenza di avere una casa per un bimbo in arrivo. La ricerca della compagna o del compagno. Come il sogno legittimo di un’altra vita.


Carlo Taddeo Roma, I ottobre 2006

 


(to be continued)


 


 http://www.accampo.ilcannocchiale.it/


 


Per saperne di più:


Cohousing: l’ecovillaggio nel condominio * www.aamterranuova.it/article1372.htm


Sito italiano del Cohousing * www.cohousing.it


fiabe

Vai a un reame di vento,
cauta rechi
sul capo una ghirlanda
di primule.

Sugli alberi le donne
con i capelli verdi,
nelle cascate i nani
che sanno il destino –

i pallidi guerrieri fra le barance,
le fanciulle che muoiono
per desiderio di sole –

e le capanne abbandonate
fra le miosotidi,
le pianure
d’asfodeli in cima alle rocce –

porte che si spalancano
su tesori sepolti,
arcobaleni che giacciono
infranti nei laghi –

Sali per la morena azzurra,
tra i filari di guglie grigie:
porti sulle spalle
un bambino
addormentato.

Antonia Pozzi 18 febbraio 1935

un’altra sosta

Appoggiami la testa sulla spalla:
ch’io ti carezzi con un gesto lento,
come se la mia mano accompagnasse
una lunga, invisibile gugliata.
Non sul tuo capo solo: su ogni fronte
che dolga di tormento e di stanchezza
scendono queste mie carezze cieche,
come foglie ingiallite d’autunno
in una pozza che riflette il cielo.

Antonia Pozzi a L.B. Milano, 23 aprile 1929