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Una lettera del 23 gennaio 1959 avvalora la certezza del ruolo cruciale delle lezioni di filosofia impartite da Madame Berthier – Jeanne, ma il nome dei professori è un tabù che non arriva alle labbra-, quella donnina dalle orecchie a sventola, gli occhi neri e vivaci da scoiattolo e l’imprevedibile vociona autoritaria, nei cui confronti la ragazzi di Ernemont prova un sentimento di ammirazione venato da una certa animosità:

“È assurdo quanto la filosofia possa renderci ragionevoli. A furia di pensare, ripetere, scrivere che gli altri non ci devono servire da strumenti ma da fine, che siamo esseri razionali e, pertanto, l’incoscienza e il fatalismo sono degradanti, quella donna mi ha tolto il gusto di flirtare.”

dissipatio humani generis

(…)

Il cartellone-paesaggio, il sole a picco delle Bahamas, l’arena bianca, l’invito “Let’s fly down there Where life is better…”: e se l’Exitus de Aegypto, fosse stato un exitus ad Bahamas? O altre inidentificate Isole Felici?
Chi se ne va da questo mondo “passa a miglior vita”, dicevano. E il cartellone invitava appunto a andare “dove la vita è migliore”. La morte-premio, come emigrazione turistica collettiva, si può concepire, in un secolo, com’era il nostro, vastamente dedito all’educativo esercizio del viaggiare.
Il turismo, surrogato della mobilitazione generale, diceva Hans Enzensberger.
Però si pone il problema logistico. La ‘recettività’ ha la sua importanza anche per i puri spiriti. Né le Bahamas, né tutte le Antille messe insieme, potrebbero ospitare una così smisurata collettività. Il paradiso deve pure offrire un minimo di comfort.
Faccio ritorno alla mia prima ipotesi. Volatilizzazione – sublimazione. Sublimazione – assunzione (nei cieli).
Vediamo. C’è una mia vecchia lettura, un testo di Giamblico, che ho avuto sott’occhio non ricordo per che ricerca. Parlava della fine della specie e s’intitolava Dissipatio Humani Generis. Dissipazione non in senso morale. La versione che ricordo era in latino, e nella tarda latinità pare che valesse ‘evaporazione’, ‘nebulizzazione’, o qualcosa di ugualmente fisico e Giamblico accennava nella sua descrizione appunto a un fatale fenomeno di questo tipo. Rispetto ad altri profeti era meno catastrofico: niente diluvio, niente olocausto “solvens saeclum in favilla”, assimilabile oggi a un’ecatombe atomica. Gli esseri umani cambiati per prodigio improvviso in uno spray o gas impercettibile (e inoffensivo, probabilmente inodoro), senza combustione intermedia. Il che, se non glorioso, perlomeno è decoroso.

da Dissipatio H.G. di Guido Morselli

foto di Lorenzo Gramaccioni

Edoardo Müller

Zio della festa, zio delle meraviglie, esotico ma presente, zio delle sorprese, primo giocatore dei giochi inimmaginabili (teatrini con la calamita, le cere, gli autarchici scialli argentati o ramati), generoso nel lasciare gli strumenti alla portata delle mie mani goffe, croupier dei capodanni più belli, Maestro e maestro, oltre la porta pesante del tuo studio sempre aperta e con l’accogliente sorriso di chi si è conquistato il diritto a svolgere nella propria vita ciò che procura gioia. Ti ascolto.

Le storie, i sentimenti, i personaggi, la descrizione: riuscire a renderli totale provvisorietà; levare a ogni frase la terra sotto i piedi, levarle il fondamento, col gesto stesso con cui ci sforziamo di affidarla alla stabilità. Ogni racconto ci appare oggi simultaneamente del tutto  fondato e al tempo stesso del tutto infondato. Questo secolo ci ha educato alla memoria di entrambe tali condizioni. Questo continuo e duplice carattere di fondatezza e infondatezza della narrazione è una dimensione di probabilità. È ciò che risuona oggi nel limite estremo della scrittura: un movimento sotterraneo ed essenziale di probabilità e improbabilità continue. Ha a che fare, forse, proprio con l’ombra, con la quantità di ombra che il linguaggio porta con sé, che ogni parola porta con sé nel suo medesimo far luce, dunque dell’ombra che ciascuno di noi riesce a trattenere, a conservare e a far «parlare» all’interno della continua e probabile, puramente probabile luce delle parole.

da In questa luce, Daniele Del Giudice, Einaudi

amore (quasi o breve) sineddochico

L’alba; subito fuori della Stazione Vittoria, un botteghino di tabacchi; ed a me, giusto, occorrevano fiammiferi. Ma il mio inglese era troppo barbaro e soprattutto timoroso, perché io potessi buttarmi; mi limitati dunque ad indicare i desiderati fiammiferi; e dallo sportellino uscì la prima mano londinese. Femminile, si capisce; la quale frugo’ nella mia protesa a coppa, colma di spiccioli, e, piacevolmente solleticandomi il palmo, ne trasse il dovuto. Piuttosto, che mano; bianca, affusolata, ben lisciata, mano di fanciulla londinese insomma:  la più bella e persuasiva conoscenza colla città.

da Una Londra personale, in Del meno, Tommaso Landolfi, Rizzli

 

Oblomov sa bene che basta intravedere un gomito attraverso una porta.

Lo staffiere in realtà, forse perché la consuetudine di quei luoghi ormai glielo impediva, o forse anche per il suo stesso carattere, non si accorgeva infatti che la sera veniva a dare a tutta la pianura e i colli attorno una dolcezza, una soavità quasi di mare, con qualche cosa però di un poco amaro difficilmente in un mare rinvenibile.

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Ma la Marchesa non gli fece nulla, e neanche accennò, come invece era solita fare le altre volte, a quella sua diciamo distrazione, a quel suo sprofondarsi del tutto nel sogno o nel ricordo di una cosa, che il Marchese soleva chiamare scherzosamente “la poesia”, lo prendeva subito un sentimento di cupa ostilità, un bisogno, ecco di mutismo superiore alle cose ed agli uomini, come capita qualche volta ai bambini richiesti se hanno già l’innamorata.

Da All’Insegna del Buon Corsiero in Nostro lunedì. Racconti – Poesie – Saggi, Silvio D’Arzo, Vallecchi