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Di Demetra e Kore, ci scrive Adriana Cavarero

è dunque cruciale che sia di nuovo la figura di Demetra a tracciare un ordine simbolico femminile nel quale la maternità stessa sia un luogo e non un posto. Soprattutto il luogo da cui si viene e a cui si guarda con gli occhi di figlia, così com’è nell’ordine fattuale prima che simbolico, perché ciascuna nasce figlia prima di poter divenire madre. Certo può essere forte il desiderio di divenirla, eppure non della forza coercitiva di chi deve corrispondere all’unica identità (del resto stravolta in quanto definita dal dis-tratto figlio) concessale, ma chi ha scelto di ripetere quell’esperienza materna che tuttavia sua madre non le ha imposto. Insomma, nella reciprocità degli sguardi fra madre e figlia, la figura della maternità è già nella sua completezza da ambedue i lati della generante e della generata, senza che alcun dovere venga a forzare nella figlia un desiderio di generazione che può pertanto sopportare con quieto rimpianto le sue eventuali e contingenti frustrazioni. Infatti la potenza materna, come luogo simbolico dell’umana origine assegnata al sesso femminile, non è negata ad alcuna figlia che voglia trattenere il suo sguardo sulla madre, mentre invece proprio nell’ordine patriarcale che questo sguardo vuole impedire, lasciando dunque sola la figlia senza più femminile theoria, il divenire madre può diventare per costei l’unico mezzo per guardare alla maternità nella forma diretta di una incarnazione personale.

Se l’etica, appunto in quanto bioetica, ha scansioni logiche, allora a ciascuna che nasce figlia spetta innanzitutto riconoscersi come tale, nel genere femminile e orientandosi a partire da quel radicamento in umana madre che già è dato e che nessuno le può togliere. Anche se può apparire paradossale, in questa prospettiva fondata sulla potenza materna è infatti prima necessario l’apprendistato del proprio essere figlia perché il desiderio di divenire madre possa radicarsi in una soggettività libera e non invece essere comandato dal codice del padre e del figlio. I quali hanno molte figure rappresentative nell’ordine simbolico patriarcale, essendo capaci di nominare anche con devozione la Madre del Figlio, ma mai la madre della figlia e, tanto meno, lo sguardo di questa a quella. La coppia primigenia che il mito di Demetra inscena ha così il merito di nominare una madre che non solo pone come primaria la reciproca relazione con la figlia, ma che soprattutto vuole che la figlia sia tale: Demetra vuole Kore, la fanciulla, la vergine nata da lei, non la figlia gravida e il generare ininterrotto***.

A partire da qui, dall’orizzonte di un genere femminile che conosce origine e mediazione, un desiderio di maternità della figlia è appurato possibile – anzi probabile- ma difficilmente assegnato, in ogni caso e a tutti i costi, a quelle spettacolari vicende di embrioni futuribili che la scienza mette a disposizione sul mercato di un ruolo riproduttivo tanto più forzosamente accollato all’identità femminile, quanto più costretto a porre ossessivamente rimedio alle sue insopportabili frustrazioni.

da Demetra, in Nonostante Platone. Figure femminili nella filosofia antica, Adriana Cavarero, Ombre Corte, 2009

*** è qui cruciale, rispetto al modello consueto, che sia la figlia ad essere vergine, e cioè che essa sia vergine per la madre e non invece per l’uomo che può pertanto assicurarsi l’intatto possesso di una moglie non prima da altri violata.

A Marta

l’uniforme

Lei (Karolina von Guenderrode): “Quel che pensiamo abbastanza a lungo e sovente non fa più nessuna paura”

Lui (Kleist): “Nessuno conosce una regione che ha attraversato soltanto in uniforme”

(…)

Ci sono uccelli qui che fra grida spaventose si levano improvvisamente in volo da un salice quando loro vi passano davanti.  La Guenderrode gli posa la mano sul braccio. Loro sanno che non vogliono essere toccati. Al tempo stesso provano un rimpianto, una pietà per il linguaggio represso dei loro corpi, una tristezza per l’addomesticamento precoce che l’uniforme e l’abito dell’ordine hanno imposto alle loro membra per la disciplina in nome del regolamento, per gli eccessi segreti in nome della sua trasgressione. Bisogna proprio essere fuori di sé per conoscere il desiderio di strapparsi gli abiti di dosso e di rotolarsi su questo prato?

(…)

Ciò che sappiamo desiderare deve essere alla portata delle nostre forze, pensava (K.) (…).

pp. 13, 21 e 95, Nessun luogo, da nessuna parte, Christa Wolf, Edizioni e/o, trad. di Maria Grazia Cocconi e Jan-Michael Sobottka

Il compagno

Dvanov usciì per dare un’occhiata ai cavalli. Fuori lo rallegrò la vista d’un passerotto, affaccendato sopra una sostanziosa fatta di cavallo. Erano forse sei mesi che Dvanov non vedeva passerotti e mai aveva pensato dove fossero rifugiati. Molte cose buone erano passate oltre la povera mente augusta di Dvanov, anche la stessa sua vita spesso le scorreva intorno come un ruscello scorre intorno ad un sasso. Il passerotto volò sulla siepe. I contadini nostalgici uscirono dal soviet. Allora il passerotto si staccò dalla siepe e volando cinguettò il suo grigio canto da poveri.

(…)

I passerotti si affaccendavano intorno alle isbe, come animali da cortile. Per quanto belle siano le rondini, in autunno se ne volano via verso paesi lussureggianti, mentre i passerotti rimangono a condividere il freddo e la miseria degli uomini. E’ il vero uccello proletario che becca i suoi amari granelli. Le delicate creature della terra possono perire per le diuturne squallide avversità, ma quelle vitali come il contadino e il passerotto rimarranno e riusciranno a sopravvivere fino ai giorni caldi.

da Il villaggio della nuova vita, Andrej Platonov, Mondadori, trad. di Maria Olsufieva

11 novembre 1765

(…) quel che ieri mi rendeva il mondo un inferno, oggi me lo trasforma in paradiso, e continuerà così finché non riuscirà più a renderlo né l’uno né l’altro. (…)

dalla lettera di Johann Wolfgang Goethe a Ernst Wolfgang Behrisch nella raccolta Mirabile libro è il mondo. Lettere di passione ed esperienza, L’orma Editore, a cura di Marco Federici Solari

Ogni incidente naturale contribuisce a riaprire un terreno chiuso

Punto VI°

Ogni incidente naturale contribuisce a riaprire un terreno chiuso. Può essere considerato come un riciclaggio del residuo su se stesso, che permette una nuova comparsa di specie pioniere.

In nota, l’esempio:

La caduta di un albero permette la comparsa in ambiente forestale di piante di ambiente luminoso. Le digitali e gli epilobi a spiga hanno animato le radure aperte dall’uragano Lothar a partire dalla primavera del 2002. L’esposizione Jardins des tempetes (Vassivière, 2002; Saint Denis de la Réunion, 2003) ha messo in mostra il potere di “giardinaggio” dei traumi naturali.

da Manifesto del Terzo paesaggio, Gilles Clément, Quodlibet, 2005

Punto del manifesto valido anche per traumi non dovuti a incidenti naturali: dedicato a George Floyd e al movimento #blacklivesmatter (e alla bocca di leone che s’è presa uno dei miei residui)

Ad Atena

Dal giorno ch’io sono stato gettato alla ventura,
il mio cuore è stato in trepidazione incessante,
diviso e incerto. Poi finalmente gli dei son venuti
a liberarmi dalla maledizione suprema, la morte!
e là nelle grasse contrade dei Feaci, tu sei venuta
a darmi coraggio con le tue parole, a guidarmi
alla città. Ora dunque eccomi qui in ginocchio!

Canto XIII dell’Odissea, Omero, trad. di Emilio Villa, Derive Approdi