Category Archives: stella polare

Io lo chiamo eros

è l’eros a stimolare il pensiero:
“Io lo chiamo eros, secondo le parole di Parmenide il più antico tra gli dei (…) Il colpo d’ala di quel dio mi sfiora ogni volta che compio un passo essenziale nel pensiero e mi avventuro per una strada inesplorata”.

da Anima mia diletta!”  – Lettere di Martin Heidegger alla moglie Elfirede 1915-1970, Il Melangolo, trad.di P.Massardo e P.Severi (cit. da Byung-Chul Han ne La scomparsa dei riti, Nottetempo)

empatia

L’empatia, deus ex machina del processo analitico, viene da Kohut (1984) definita anche come “introspezione vicariante”, intesa come la capacità di pensare e sentire se stessi nella vita interiore di un altro; come modalità di osservazione e attività di raccolta di informazioni; come potente legame emotivo tra persone; (…); come precondizione necessaria perché nella relazione primaria, la madre funzioni da appropriato oggetto-Sé del bambino.

Nello sguardo di Narciso, di Mauro Mancia, Laterza Editori, Biblioteca di Cultura Moderna, 1990, p.54

Well, you only need one

(…) You just keep doing the same moovie, how can you do it?

You know, there are different kinds of moovies…that, we did that one, you know, can’t keep doing it…

I remember I was having a conversation with Orson Wells one time, we were talking about Greta Garbo and he loved her, I did too but, I mean, he was rhapsodizing about her, and I said: “I agree with you, but isn’t it too bad that she only made two really good pictures?”…out of four, you know, and he looked at me for a long time and he said: “Well, you only need one”.

Peter Bogdanovich, ’55 ”5, Making of The Last Picture Show Documentary. Da L’ultimo spettacolo, 1971, dal romanzo autobiografico di Larry McMurtry

About emasculation (When you’re accustomed to privilege, equality feels like oppression)

We teach girls to shrink themselves,
to make themselves smaller.
We say to girls: “You can have ambition, but not too much”
“You should aim to be successfull, but not too successfull,
otherwise you would threaten the man”.

If you are the breadwinner in your relationship with a man,
you have to pretend that you’re not,
especially in public, otherwise
you will emasculate it him.

But what if we question the premise itself,
why should a woman’s success be a threat to a man?

What if we decide to simply dispose of that word,
and I don’t think there’s an English word I dislike more than “emasculation”.

A Nigerian acquaintance once asked me if I was worried that men would be intimidated by me.
I was not worried at all.
In fact it had not occured to me to be worried because,
a man who would be intimidated by me,
is exactly the kind of man I would have no interest in.

da We should all be feminists, Chimamanda Ngozi Adichie, TEDx Talk, 12 aprile 2013

Sull’amicizia

Nel 1768 Diderot ammise di essere irrimediabilmente buono; e ne era pure contento. Servizievole con gli amici; lo spogliavano del tempo, delle forze, del talento, del denaro;” vi rubano la vita”, lo rimproveravano :’ ‘no, la regalo’ ‘, corresse lui.

Dalla prefazione di Daria Galateria a Mystification o la storia dei ritratti, Denis Diderot, Archinto

Il 22 aprile 2021 aggiungo la dedica a The Selfcalled Thief

Di Demetra e Kore, ci scrive Adriana Cavarero

è dunque cruciale che sia di nuovo la figura di Demetra a tracciare un ordine simbolico femminile nel quale la maternità stessa sia un luogo e non un posto. Soprattutto il luogo da cui si viene e a cui si guarda con gli occhi di figlia, così com’è nell’ordine fattuale prima che simbolico, perché ciascuna nasce figlia prima di poter divenire madre. Certo può essere forte il desiderio di divenirla, eppure non della forza coercitiva di chi deve corrispondere all’unica identità (del resto stravolta in quanto definita dal dis-tratto figlio) concessale, ma chi ha scelto di ripetere quell’esperienza materna che tuttavia sua madre non le ha imposto. Insomma, nella reciprocità degli sguardi fra madre e figlia, la figura della maternità è già nella sua completezza da ambedue i lati della generante e della generata, senza che alcun dovere venga a forzare nella figlia un desiderio di generazione che può pertanto sopportare con quieto rimpianto le sue eventuali e contingenti frustrazioni. Infatti la potenza materna, come luogo simbolico dell’umana origine assegnata al sesso femminile, non è negata ad alcuna figlia che voglia trattenere il suo sguardo sulla madre, mentre invece proprio nell’ordine patriarcale che questo sguardo vuole impedire, lasciando dunque sola la figlia senza più femminile theoria, il divenire madre può diventare per costei l’unico mezzo per guardare alla maternità nella forma diretta di una incarnazione personale.

Se l’etica, appunto in quanto bioetica, ha scansioni logiche, allora a ciascuna che nasce figlia spetta innanzitutto riconoscersi come tale, nel genere femminile e orientandosi a partire da quel radicamento in umana madre che già è dato e che nessuno le può togliere. Anche se può apparire paradossale, in questa prospettiva fondata sulla potenza materna è infatti prima necessario l’apprendistato del proprio essere figlia perché il desiderio di divenire madre possa radicarsi in una soggettività libera e non invece essere comandato dal codice del padre e del figlio. I quali hanno molte figure rappresentative nell’ordine simbolico patriarcale, essendo capaci di nominare anche con devozione la Madre del Figlio, ma mai la madre della figlia e, tanto meno, lo sguardo di questa a quella. La coppia primigenia che il mito di Demetra inscena ha così il merito di nominare una madre che non solo pone come primaria la reciproca relazione con la figlia, ma che soprattutto vuole che la figlia sia tale: Demetra vuole Kore, la fanciulla, la vergine nata da lei, non la figlia gravida e il generare ininterrotto***.

A partire da qui, dall’orizzonte di un genere femminile che conosce origine e mediazione, un desiderio di maternità della figlia è appurato possibile – anzi probabile- ma difficilmente assegnato, in ogni caso e a tutti i costi, a quelle spettacolari vicende di embrioni futuribili che la scienza mette a disposizione sul mercato di un ruolo riproduttivo tanto più forzosamente accollato all’identità femminile, quanto più costretto a porre ossessivamente rimedio alle sue insopportabili frustrazioni.

da Demetra, in Nonostante Platone. Figure femminili nella filosofia antica, Adriana Cavarero, Ombre Corte, 2009

*** è qui cruciale, rispetto al modello consueto, che sia la figlia ad essere vergine, e cioè che essa sia vergine per la madre e non invece per l’uomo che può pertanto assicurarsi l’intatto possesso di una moglie non prima da altri violata.

A Marta

l’uniforme

Lei (Karolina von Guenderrode): “Quel che pensiamo abbastanza a lungo e sovente non fa più nessuna paura”

Lui (Kleist): “Nessuno conosce una regione che ha attraversato soltanto in uniforme”

(…)

Ci sono uccelli qui che fra grida spaventose si levano improvvisamente in volo da un salice quando loro vi passano davanti.  La Guenderrode gli posa la mano sul braccio. Loro sanno che non vogliono essere toccati. Al tempo stesso provano un rimpianto, una pietà per il linguaggio represso dei loro corpi, una tristezza per l’addomesticamento precoce che l’uniforme e l’abito dell’ordine hanno imposto alle loro membra per la disciplina in nome del regolamento, per gli eccessi segreti in nome della sua trasgressione. Bisogna proprio essere fuori di sé per conoscere il desiderio di strapparsi gli abiti di dosso e di rotolarsi su questo prato?

(…)

Ciò che sappiamo desiderare deve essere alla portata delle nostre forze, pensava (K.) (…).

pp. 13, 21 e 95, Nessun luogo, da nessuna parte, Christa Wolf, Edizioni e/o, trad. di Maria Grazia Cocconi e Jan-Michael Sobottka