Category Archives: stella polare

Fede

La tieni tra le braccia.
Dormi, e la sogni,
e sai che è un sogno
ciò che di lei vedi.
E il cuore si squarcia,
trema di fede.
Soltanto una cosa
a lei proposta
ti dà garanzie
che ti vorrà sveglio.
Sa che è un sogno
ciò che di lei le dici,
ma che, sotto
il sogno, è lei
che tieni tra le braccia.

da Teoria dei corpi, Gabriel Ferrater, Occam Editore, traduzione di Amaranta Sbardella

Reversibilità del Tempo e terreno incolto (lungo l’Evre)

(…) Dal cielo coperto cade un torpore pesante; non si sente alcuna fonte gorgogliare, alcun uccello cantare. Non è tanto l’orma di un passato favoloso a far pesare sul vallone morto un’imprecisata minaccia, bensì un sentimento di disastro totale rispetto al consueto fluire della vita. Qui, da tempo, non è cambiato nulla; i secoli sono evaporati senza lasciare tracce o conseguenze, come l’ombra delle nubi: ben più che l’aura di un’antica leggenda, questa desolazione di sterpi, è l’immediata sensazione che a esercitarvi un incontrastato dominio sia il sortilegio fondamentale, ossia la reversibilità del Tempo. Quando mi ci trovo fatico sempre a staccarmi da questi ingrati crepacci dell’Ovest, acquarellati senza allegria dal giallo smorto dei ginestroni; ho l’impressione che potrei camminare per tutto il giorno, tra le umide gravine di La Hague che in mezzo a colline gonfie e rotonde come seni precipitano verso il mare color di lillà, tra i burroni di brughiera della montagna limosina, pervasi dal tintinnio dell’acqua e dai sonagli delle mucche, chiazzati di rosa e di un giallo esplosivo come quei tappeti che in Oriente si lasciano ad asciugare, nella più assoluta solitudine, sui guadi rocciosi. In queste lande non coltivate, senza memoria né sentieri, non vengo a cercare una qualche traccia di leggenda; piuttosto, a farsi leggenda anonima e nebbiosa, è la vita stessa, che si scrolla di dosso gli ancoraggi e i riferimenti consueti: il falsario di Ossian, qui, senza saperlo, si ritrova poeta. Là dove non c’è più né strada, né recinto, né diga, la mente si libera anche del morso e della briglia, che qui mai hanno potuto stringere il loro giogo sul pelo selvaggio: il sentimento della vera libertà, per me, non è mai interamente separabile da quello del terreno incolto.

da , di Julien Gracq, L’Orma Editore, trad. di Lorenzo Flabbi

L’amore è rotondo (o sferico)

(…) (Antonello da Messina) si limita a dotare la forma, soprattutto la forma umana di volumi ideali che tendono in sostanza alla sfera e al cilindro, senza naturalmente cadere in coincidenze prettamente geometriche. Mi domanderete ancora che bellezza ci sia nelle forme semplici e metriche? In tal caso ritornate alle idee sulla forma prospettica o sull’architettura, o sciogliete questo problema: Perché un uomo malauguratamente calvo carezza la sua lustre e globosa calvizie? Per riparare, vi dico seriamente, alla sventura di carattere pratico di mancare di un elemento utile come è la capigliatura, con piacere inizialmente estetico di sentire che la propria calvizie si avvia verso la forma nobile della sfera. Trovatemi un’altra spiegazione di questo fatto o dell’altro per cui ci piace accarezzare un braccio tornito per esempio.

p.116, Breve ma veridica storia della pittura italiana, Roberto Longhi, Abscondita, Aesthetica, Con uno scritto di Cesare Garboli, 2013

Quindi, i gomiti affaccendati di Agafia che innamorano Oblomov…
Ma prima un seno e il viso di neonata/o.

L’esperienza unitiva

Nel sufismo più elevato dell’Islam l’ “esperienza unitiva” non consiste, per l’ego finito, nella cancellazione della propria identità attraverso una sorta di riassorbimento dell’Ego infinito: è piuttosto l’infinito che passa nella stretta piena d’amore finito.

Iqbal a pag.258 de I mistici dell’Islam. Antologia del sufismo, a cura di Eva de Vitray-Meyerovitch, Guanda, Biblioteca della Fenice, 1991, I edizione, trad.di Stefano Tubino

L’uomo

Chi vive a sé e si mostra quanto resta,
è come dividesse il giorno in giorni.
E’ un piegarsi squisito a “ciò che resta”,
diviso da natura, senza invidie.

E’ come solo, in altro, vasto vivere,
con verdi primavere e lenti estati amiche,
finché cala veloce l’annata nell’autunno
e ci avvolgono sempre nubi e nubi.

il 28 luglio 1842

Con umiltà,

Scardanelli

 

Le Liriche, Friedrich Hölderlin, Adelphi, a cura di Enzo Mandruzzato