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Rilke a Ilse Erdmann

9 ottobre 1916

Cara Ilse,

(…) Al di fuori di una poesia, di un quadro, di una metafora, di una architettura o di una musica, la sicurezza si può raggiungere forse solo a costo di una ben precisa limitazione di sé, chiudendosi nel recinto di una porzione di mondo che si conosce e si è scelta, in un ambiente che ci è noto e comprensibile, nel quale sia possibile disporre di sé in modo efficace e immediato. Ma possiamo davvero desiderare una condizione del genere? La nostra sicurezza deve invece in qualche modo trasformarsi in una relazione con il tutto, con il mondo nel suo complesso; essere sicuri per noi significa conoscere l’innocenza del torto e accettare la capacità del dolore di tramutare in forma; significa rifiutare i nomi per onorare, come fossero nostri ospiti, i singoli collegamenti e legami che il destino nasconde dietro ogni nome; significa nutrimento e rinuncia fino a sprofondare nello spirito, (…) significa non sospettare di nulla, non tenere nulla a distanza, non considerare nulla come un Altro irriducibile, significa spingersi oltre ogni concetto di proprietà e vivere di acquisizioni spirituali e mai di possessi reali (…). Questa sicurezza tutta da osare accomuna le ascese e le cadute della nostra vita e in questo modo dona loro un senso. Accogliere la vastità dell’insicurezza: in un’infinita insicurezza anche la sicurezza diviene infinita.

Rilke

da La vita comincia ogni giorno. lettere di saggezza e commozione, Rainer Maria Rilke, L’Orma Editore, a cura di Marco Federici Solari

Un Io sovrappeso

Ripassiamo alcuni dei versi iniziali della Commedia: “Io non so ben ridir com’i’v’intrai, /tant’era pien di sonno a quel punto/che la verace via abbandonai” (Inf. I, 10-12). Agire bene significa essere ben svegli e dare realtà al mondo, non separarsi dagli altri, rispettare un nucleo inviolabile, sacro della persona; agire male significa sottrargliela, anche solo per disattenzione o per abbandono al dormiveglia dell’inerzia morale. E la pena è maggiore per chi toglie realtà a una persona cara, a qualcuno con cui abbiamo stabilito un’intimità. Non so se l’ideale della paideia, su cui si edificò la società ateniese e poi l’intero Occidente, si sia esaurito. Certo uno dei suoi compiti primari consisteva nel trasmettere, soprattutto attraverso l’esempio, non tanto dei valori – sempre un po’ retorici-, quanto una nozione sufficientemente chiara di ciò che è reale e ciò che non lo è.
Come ho anticipato, l’intera riflessione di queste pagine su reale e irreale è ispirata tra l’altro a Pasolini, che si portava in tasca, quasi come un amuleto, il saggio di Erich Auerbach sul realismo, e che con l’ombra gigantesca di Dante si è confrontato, senza evitare qualche megalomania, in tutta la sua opera letteraria e cinematografica (si pensi al suo tentativo velleitario di riscrivere la Commedia con La Divina Mimesis e poi in Petrolio ecc.). Non mi avventuro in filologia dantesca. Solo vorrei sottolineare, rileggendo la Commedia, la figura di Dante come classico contemporaneo. Proprio lui, così avverso alla modernità, alla nuova civiltà  degli scambi commerciali e della metropoli, così nostalgico di un ordine medievale sancito dalla chiesa e garantito dall’impero. Eppure sento che in ogni pagina Dante rivolge continuamente un appello urgente al lettore, alla sua capacità di modificarsi e “di convertirsi” a una vita nuova In Guardini leggiamo: “Un pensiero profondo nella Commedia assimila il male alla pesantezza. Diventare cattivi significa pesare”(1). Già, si sprofonda verso il basso, proprio perché chi non dà realtà agli altri poi la realtà la trattiene tutta in sé, in eccesso, e diventa intollerabilmente pesante. Il suo Io è sovrappeso.

da Il bene e gli altri. Dante e un’etica per il nuovo millennio, Filippo La Porta, Bompiani, 2018

(1) Romano Guardini, Dante, Morcelliana, Brescia, 1999, p.284

Dedicato al terzo-istruito di Michel Serres, a Elio e a Marta

IL GENIO E L’UNIFICAZIONE

Il “colpo d’occhio” del genio (P 1850-56) unisce filosofia e poesia perché il genio è unificazione.
Quando l’esattezza analitico-matematica della ragione è separata dalla poesia – nel senso che è separata dal conoscere per propria esperienza la natura – l’esattezza “erra per necessità” (P 1853). “L’esattezza è buona per le parti, ma non per il tutto” (ibid.) e per conoscere “i rapporti”: sembra “buona” e vera quando le parti sono “separatamente considerate”.
Si tratta di una bontà e verità apparente, perché il tutto, ottenuto accostando le parti “separatamente considerate”, appare contraddittorio (cioè mostra “mille difficoltà, contraddizioni, ripugnanze, assurdità, dissonanze e disarmonie”, (P 1854), – i molti modi, questi, in cui si presenta la contraddizione), appare un sistema falsissimo di parti verissime, o (= ossia) che tali col più squisito ragionamento si dimostrano (cioè sembrano), considerandole segregatamente”.
Questo effetto deriva dall’ignoranza de’rapporti, parte principale della filosofia, ma che non si ponno ben conoscere senza una padronanza della natura, una padronanza ch’essa stessa vi dia, sollevandovi sopra di se, una forza di colpo d’occhio, tutte le quali cose non possono stare e non derivano, se non dall’immaginazione e da ciò che si chiama genio in tutta l’estensione del termine” (P 1854-55).
L’unità dal molteplice, la totalità e i rapporti che uniscono le parti nella totalità, non possono essere il risultato – la “sintesi” – di un’analisi che considera separatamente le parti, come avviene nella moderna ragione matematica (“il filosofo esatto, paziente, geometrico, si affatica indarno tutta la vita a forza di analisi e sintesi” (P 1856).
L’analiticità, in quanto è l’essere sciolto del finito dall’infinito, non è l’analisi in cui la ragione moderna considera separatamente le parti. Infatti il finito è veramente sciolto dall’infinito, perché l’infinito non esiste, e solo l’illusione unisce il finito all’infinito: il suo essere così sciolto appare nella visione della verità che è presente nel genio. Invece l’analisi, in quanto separazione e isolamento delle parti, è operata dalla visione della verità, in quanto ragione moderna, cioè in quanto essa stessa separata e isolata dalla poesia, e dunque in quanto non verità.

IL COLPO D’OCCHIO

La vera visione dell’unità al molteplice, della totalità delle parti, dei rapporti che uniscono le parti nella totalità dev’essere quindi qualcosa di immediato: “l’occhiata onnipotente” (P 1859),  il “colpo d’occhio”, il “lampo improvviso” (P 1856), l’intuizione immediata che scaturisce non dal tipo di mentalità che si chiude nella parte isolata, ma da una natura umana aperta al lampo improvviso che attraversa e illumina tutte le parti.
Essa è aperta al lampo improvviso, perché, “eccelsa” (Palinodia, v.87; cfr.XIII, III, 4), sta al di sopra del rimanere chiusi nelle parti, “è situata su di una eminenza” (P 1855), l’eminenza in cui deve trovarsi la “nobile”, cioè gnobilis, riconoscibile, “eccelsa”, natura del genio (anche se “il genio non può essere né giudicato, né sentito, né conosciuto, né apercu che dal genio” (P 3385): “l’uomo caldo di entusiasmo, di sentimento, di fantasia, di genio, e fino di grandi illusioni, situato su di una eminenza, scorge d’un occhiata tutto il laberinto e la verità che sebben fuggente non se gli può nascondere” (P 1855).
Il genio non è soltanto “l’occhiata” che scopre la verità, ma è insieme la “forza” (P 1854-55, riportato nel par.4 che porta e situa sulla “eminenza” da cui è possibile gettare il colpo d’occhio: la “forza di colpo d’occhio”(P 1854): il calore, l’entusiasmo, il sentimento, la fantasia con cui il genio vede ed esprime la verità, tenendosi in alto. è la forza della natura, cioè dell’illusione. Volendo esistere ed essere felice, la natura (l’esistenza) è una forza che spinge in alto, “sollevandosi al di sopra di se” (ibid.), cioè al di sopra del nulla; e il genio è il punto più alto a cui tale forza conduce.
Il colpo d’occhio – il lampo improvviso che appare nel colpo d’occhio e in cui si illumina la verità – è reso possibile dalle “grandi illusioni”  e dall’ “immaginazione” del genio. Giacché è pur sempre illusione, proprio perché è “natura” (e “piano della natura”), la forza che fa barriera contro la nullità delle cose – la nullità che, peraltro, nel colpo d’occhio appare al centro della verità.

da L’eminenza del genio, in La matematica e il genio, in Il nulla e la poesia. Alla fine dell’età della tecnica: Leopardi“, Emanuele Severino, Rizzoli, 1990

Generazione dell’aurora

Puzzolente dell’untume della lana dei montoni,, inzaccherata del latte cagliato attorno ai formaggi che gocciolano su graticci, la caverna nella quale dorme il Ciclope, oscura, si difende dagli sguardi: ma il gigante irsuto e selvaggio, da parte sua, vede più e meglio, perché ha un solo occhio, in mezzo, da dove esce un raggio laser. I gabbieri di Ulisse hanno un bel rintanarsi nei cantoni: le zampe villose del mostro li scovano e li portano, palpitanti, a quell’altro suo buco, la bocca insanguinata.
Chi saprà cauterizzare quella luce implacabile? Chi chiuderà questo secondo pozzo a strapiombo della gola? Un uomo chiamato Nessuno. Ha errato attraverso i mari e al largo delle isole per un tempo così lungo da avervi perduto tutto, vascelli e sandali, la tunica, i progetti, al punto che persino il suo nome, ora, lo abbandona. Egli non conta più nulla.
Il mostro guercio chiaroveggente che vede anche in un locale buio, potente come la montagna sotto la quale dorme, porta un nome, che ne esprime insieme molti: Polifemo. Polifemo vuol dire: che parla a profusione, del quale si parla ovunque, aedo, illustre e fertile di argomenti. Egli conta molto. Tutta la sua gloria gli esce dall’occhio. Più ancora, il suo nome comune di Ciclope significa: circolare, occupante tutto lo spazio, in accerchiabile. Distinguendo tutto alla luce dell’occhio circolare e tenendo il linguaggio con la bocca insaziabile, si circonda di pecore e arieti, di discepoli, di ammiratori, di luogotenenti, di soggetti, di schiavi, di facchini fedeli, con il capo chino a terra, esclusi dall’uso dell’intelligenza.
Il lucore unico emanato da un buco alimenta il secondo buco, avido.
Nessuno, l’errante, non ha nome: l’enciclopedista Polifemo disone di centomila parole squillanti o rigorose (in greco polyphemos significa “dalle molte voci”).

Ma chi dunque parla senza sosta, canta ai banchetti, negozia, arringa, maneggia, incontestabile esperto delle lingue? Ulisse. E di chi si parla fin dall’epoca della guerra di Troia? Di lui, cento volte più che dei vincitori e dei ciclopi. Chi naviga circolarmente, visita tutti i mari e le terre conosciute? Lo stesso. Chi non può mai fare a meno dei compagni, di rivali, di corte? Ulisse.
Chi dunque porta il nome del Ciclope Polifemo? Ulisse in persona.
Quando il navigatore cauterizza il gigantesco sguardo, al centro, con lo spiedo aguzzo, egli acceca dunque se stesso. Fora il suo vero occhio, posto tra gli atri due già spenti: l’ombra succede alla luce nel mezzo dei due fuochi. Cancella Polifemo, il suo nome letterario, il soprannome acquistato con la fama, non per adottare un altro nomignolo, ma per rinunciare a tutti: eccolo, invisibile, Nessuno. Lascia la gloria e la potenza, il fuoco e la montagna, gli agnelli belanti, e fugge dall’antro sotto il ventre di un ariete lanoso, inafferrato, non visto. Nessuno lo vede rinascere dal buco nero della grotta, grazie a un parto invisibile e animale.
Egli abbandona la lucidità integrale, la scienza circolare e totale, il dominio del linguaggio, il potere feroce sugli uomini, i titoli enfatici, perde la forza per acquistare l’umiltà: più che bestia, sotto la bestia a quattro zampe e a testa bassa. Nessuno. Eccolo infine scrittore, creatore, artista, o per lo meno sul cammino austero che porta a questo mestiere.
Irsuto, insaziabile, nutrito di carne ovina e umana, perfido, vanitoso, inestinguibilmente dominatore, il primo doppio di Ulisse brucia nell’ebbrezza della gloria, semidio potente che sostiene la montagna, più che olimpico. Il nuovo depone questo scarto, questo rifiuto accecato per rinascere nella caverna mortale con un secondo soprannome cancellato: Polifemo divenuto Nessuno, ecco l’autore autentico, buco assente dell’opera bella. Egli non conta più.
Ha forato anche il suo occhio centrale.
Ulisse, in questo momento, firma l’Odissea.
Dicono che Omero non vedesse. Quale palo bruciato, quale penna aguzza forarono i suoi occhi?
Chi, secondo voi, può riconoscere che il colore rosa dell’aurora accarezza come dita, chi, se non un cieco chiaroveggente?

da Il Mantello di Arlecchino, Michel Serres, Marsilio

Aiuta Nosa a realizzare la sua Collezione Primavera-Estate 2018

Nosa è uno stilista e sarto nigeriano di 20 anni, conosciuto dalle volontarie del gruppo Baobab 4 jobs  un anno fa: presentatosi per redigere il CV, fin da subito ha manifestato l’ambizione di trasformare la passione per il disegno, il taglio e il cucito in una professione.

I fondi saranno utilizzati per l’acquisto delle stoffe necessarie a realizzare la Collezione Primavera-Estate 2018 e per Nosa è necessario raggiungere l’obiettivo entro il 5 aprile.

Sabato 28 aprile alle 18 la Collezione di Nosa sarà presentata alla Libreria Libri Necessari , nel corso di una sfilata e mostra-mercato personale, che vedrà gli abiti dello stilista indossati da volontarie e volontari dell’Ass.Baobab Experience, che l’hanno seguito in questo percorso di autodeterminazione.

Per ringraziarti, Nosa ha deciso di:

– offrire in omaggio una busta porta-libro realizzata con uno scampolo, per ogni donazione di 15 euro;

– di offrire uno sconto del 10% su ciascun capo acquistato, per ogni donazione di 25 euro ;

– di offrire uno sconto del 20% per ciascun capo acquistato, per ogni donazione di 50 euro.

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NOSA is a 20-year-old, Nigerian fashion designer and tailor whom the Baobab volunteer group Baobab 4 Jobs met a year ago, when he presented himself to have his CV drafted. He immediately expressed his ambition to transform his passion for designing, cutting and sewing into a profession.

The funds will be used for the purchase of the fabrics needed to make Nosa’s 2018 Spring-Summer Collection and the target must be reached by April 5th.

Saturday 28 April at 6 pm, Nosa’s collection will be presented at the Libri Necessari book store, during a fashion show and a personal trade show, in which the designer clothes will be worn by Baobab Experience volunteers, who have followed his path of self-determination.

To thank you, Nosa has decided to:

-offer a free book bag made of remnant cloth, for every donation of 15 euros;

-offer a discount of 10% on each purchased item, for each donation of 25 euros;

-offer a discount of 20% for each purchased item, for each donation of 50 euros.

Per contribuire con una donazione:

https://www.gofundme.com/nosa-collezione-2018

Noi

State a sentire. Gli ospedali pubblici delle grandi città dispongono di spazi in cui si rimane parcheggiati su sedie a rotelle o lettighe: sono lì per le urgenze; prima e dopo la risonanza magnetica o un’altra analisi; prima di essere operati, per l’anestesia, o dopo, per il risveglio… Si può aspettare lì da una a dieci ore. Scienziati, ricchi e potenti del mondo, non evitate questi luoghi in cui si viene a contatto con sofferenza, pietà, collera, angoscia, grida e lacrime, talvolta preghiere, esasperazione, suppliche di chi chiama invano o maledice chi non risponde, silenzio teso degli uni, sgomento degli altri, rassegnazione dei più, anche riconoscenza… Colui al quale non è mai capitato di mescolare la sua voce a questo concerto dissonante senza dubbio conosce la propria sofferenza, ma ignorerà sempre che cosa significa “noi soffriamo”, la comune lallazione emanata dall’anticamera della morte e delle cure, purgatorio intermedio in cui ciascuno teme e si augura una decisione del destino. Se vi ponete la domanda: che cos’è l’uomo?, attraverso questo vocio date, sentite, capite la risposta. Prima di averlo ascoltato, anche un filosofo non è che uno sciocco.
Ecco il rumore di fondo e la voce umana che sovrastano i nostri discorsi e parlottii.

da Elogio degli ospedali in Non è un mondo per vecchi. Perché i ragazzi rivoluzionano il sapere, Michel Serres, Bollati Boringhieri, trad. di Gaspare Polizzi

Foto di Renato Ferrantini

 

I segnali dell’universo fanno l’occhiolino dal profondo della nuvola

Quella tale stella è apparsa, stasera, mentre mille mondi mortali hanno raggiunto l’universo-pattumiera. Il nostro mondo morrà e non è la fine dei mondi. Le tappe non sono considerate in serie, come per gli stoici, ma sotto forma di esplosioni polimorfe. Il senso si forma attraverso il rumore, miracolo raro ed improbabile, più va alla deriva, con un suo tempo (1), verso il rumore. Spazio-tempo del lampeggiamento e del declino. I segnali dell’universo fanno l’occhiolino dal profondo della nuvola (2).

Il caos è sempre, sempre là, esterno, interno. Denso dappertutto nella turbolenza che si è formata. Il caos-nuvola è la realtà, il reale presente. Il caos-acquario è il suo modello epistemologico. Riconduce alle singole unità le dimensioni multiple del primo.

da Lucrezio e l’origine della fisica, Michel Serres, Sellerio Editore

1) in italiano nel testo.

2) la traduzione non rende il francese: clignotement (lampeggiamento); declin (declino); faire des clins d’oeil (strizzare l’occhio).

traduzione di Paolo Cruciani e Anna Jeronimidis

All’immaginazione

Se stanca della lunga fatica del giorno,
e dall’avvicendarsi terreno delle pene,
e smarrita e pronta a disperare,
la tua voce gentile mi richiama –
o mia leale amica, non sarò sola
finché mi parlerai con questo tono!

Il mondo esterno è così desolato,
quello interiore mi è due volte caro,
il tuo mondo che odio inganno e dubbio
e il gelido sospetto non conosce;
dove io tu e libertà
siamo i sovrani senza discussione.

Che importa se tutt’intorno
dimorano il pericolo la tenebra e il dolore
se nel recinto del nostro cuore
risplende un cielo immacolato,
tiepido dell’intrico di diecimila raggi
di soli senza inverno?

La Ragione a buon diritto si lamenta
per la triste realtà della Natura,
e dice al cuore affranto che i suoi sogni
sempre saranno vani;
e la Verità può calpestare i fiori
appena nati della Fantasia.

Ma tu sei qui a richiamare
le ondeggianti visioni, e nuove glorie
a spirare sull’appassita primavera,
e una vita più bella evocar dalla morte,
bisbigliando con voce divina
di mondi veri che hanno il tuo splendore.

Io non credo alla tua larva di eliso,
ma nell’ora placata della sera
sempre ti sono grata, potere benigno,
e ti do il benvenuto,
consolatrice delle pene umane
speranza più lucente quando speranza dispera.

3 settembre 1844

Emily Brontë , trad. di Ginevra Bompiani