Category Archives: racconti

Carlo e Clara

Dalle tante lettere che egli le ha scritto emerge la figura d’una donna alquanto disarmata di fronte al per lei poco comprensibile fratello. Il quale, infinitamente sensibile alle molte sciagure da Clara patite e costantemente irritato da un’insipienza e da una passività di cui si sentiva vittima designata, la trattava con un misto di devozione e d’impazienza. La doppia litote del giudizio espresso in una lettera a Betti (“mia sorella, che non è una cima, ma non è neanche scema del tutto”…) rivela quanto difficile gli riuscisse pronunciarsi sul suo conto. Il disagio di Carlo si riflette chiaramente nella varietà e contraddittorietà delle strategie adottate nei confronti di Clara nel corso degli anni; ma segnalarne ora la fattispecie, drammatica e comica, equivarrebbe a anticipare vicende, e a coinvolgere personaggi, che appartengono a altre fasi della nostra storia. Basti dire, dunque, che i loro rapporti saranno in ogni tempo costellati di episodi d’incomprensione, di gesti di reciproca generosità e tenerezza, di momenti di gelosia e di tensione. Della rottura, intervenuta per ragioni non del tutto chiare alla fine degli anni Quaranta, Clara non saprà darsi pace. Tenterà ogni strada per arrivare a una riconciliazione, a un’intesa. Finché, a corto di espedienti, non sapendo bene a quale santo votarsi, si rivolgerà all’unico allora apparentemente disponibile: scriverà a Padre Pio, supplicandolo di illuminare lui il grande, intrattabile fratello.

da Il Duca di Sant’Aquila. Infanzia e giovinezza di Gadda, Gian Carlo Roscioni, Mondadori

D’Arzo e la Vallecchi

Firenze, 22 maggio 1939 XVII°

Egregio Signore,
abbiamo ricevuto, con la cortesissima Vostra del 12 corr., il dattiloscritto di “Ragazzo in città”, e teniamo ad assicurarVi che lo abbiamo letto con simpatia e piacere, riscontrandovi doti di delicata osservazione e di sensibile scrittura. Purtroppo la nostra pratica impossibilità ad assumere nuovi impegni è assoluta e irrimediabile, perciò dobbiamo restituirVi il lavoro tanto gentilemente favoritoci. Lavoro che  – concedeteci dirlo – è meritevolissimo di pubblicazione ma è, anche, di un genere così lirico e lieve (a parte la mole anche materialmente esigua) da adattarsi, piuttosto che ad una casa editrice come la nostra, a editori – come per esempio il Guanda di Modena – che possono considerarsi quasi specializzati in edizioni di volumetti, di plaquettes di buona e giovanile letteratura lirica.
Gradite i nostri più cordiali ringraziamenti e saluti,

Società Anonima Vallecchi
Attilio Vallecchi

Egr. Sig. Silvio D’Arzo
presso Comparoni
Via Aschieri, 4
Reggio Emilia

 

Firenze, 18 dicembre 1941 XX

Illustre Sig. Silvio D’Arzo
Via Aschieri, 4
Reggio Emilia

Se è con grande ritardo che rispondiamo oggi alla Vs. lettera con la quale accompagnaste il manoscritto del “Buon corsiero”, ciò è dovuto al fatto che abbiamo voluto dedicare al Vostro lavoro quell’attento esame che esso ci pareva meritare.
Il risultato di tale esame non potrebbe essere più lusinghiero; e il lavoro ci sembra senz’altro degno di far parte delle ns. edizioni.
Noi saremmo quindi disposti a stamparlo, se Voi sarete d’accordo; non possiamo assicurarVi che la stampa sia fatta molto presto, ma noi faremo il possibile perché la pubblicazione non vada troppo in lungo nel tempo.
Le condizioni sarebbero quelle normali di contratto editoriale, cioè il 15% sulle copie vendute (prezzo di copertina).
Così, nell’attesa che il “Buon corsiero” si vesta della nostra insegna, sollecitiamo una Vs. risposta circa le condizioni suddette, e cordialmente vi salutiamo.

Enrico Vallecchi

da Lettere, Silvio D’Arzo, MUP, a cura di Andrea Sebastiani

“che cos’è l’amor?” parte 2

Esco.
Esco alto tre metri forse quattro con la testa così alta che strano non intralci i raggi del cinema alto con un altissimo cazzo perché l’amore fa diventare smisurati eh sì signori chi non l’ha provato può anche dire ma và che esagerato non è vero ma chi mai almeno una volta nel mondo l’ha avuto dritto come il mio griderà sì, è vero! l’amore rende così alti che non si passa più dalle porte l’amore fa crescere fino al soffitto e oltre  fino alle cime delle case fino alla figa di Elvira.

da Delirio, Barbara Alberti, Mondadori

è un peccato, quel tuo buio

È un peccato che per me, proprio per me, la luce si stia cambiando in ombra. Sarebbe un peccato per chiunque naturalmente, ma è difficile accettare di essere scelti per certi destini, specie quando mi sveglio così di colpo nel cuore della notte, e tutto diventa più drastico e senza respiro, e perfino una faccenda come la mia che non avrebbe momenti più drammatici essendo già sul limite ogni ora, toccava una soglia ancor più scabra, di notte, quando tutto è fuori misura, nel buio, che anticipa il buio nel quale finirò, e in ore come questa faccio già le prove. Allora tutto mi appare dall’interno, condannato al solo interno, come durante le visite dei miei vecchi amici all’epoca dei primi disturbi, quando non potevo dirmi in compagnia nemmeno con loro: dopo un po’ se ne sarebbero andati e io sarei rimasto di nuovo per mio conto, questo sentimento del futuro guastava subito le sensazioni del presente e finivo per essere solo anche mentre loro erano lì, separato e diviso da un cristallo che rimandava me a me stesso con la scritta: “Questa malattia è tutta per te, solo per te”.

da Nel museo di Reims, Daniele Del Giudice, Mondadori

il grande, fresco miracolo

Non so se ho fatto bene a prendere la decisione di venire, per adesso penso di sì. Lourdes è un posto di preghiera, di speranza. Ti prende e ti assorbe, tanto che non ho la minima idea di quel che succede nel mondo e non me ne importa nulla. Sono mai stata, prima, così distaccata? E c’è tanto di vita, di realtà, qui, uno va sempre più dentro, sempre più dentro, giù, nell’intera faccenda del vivere: che cos’è la vita, ecc., sai bene.
Un’esperienza che ti rende umile. I problemi di ciascuno e la vita di ciascuno sono qui, nella Grotta e in tutte le noiosissime messe. Proprio come quei Pirenei che abbiamo visto, già all’inizio di tutto, lontani nell’ombra: si allontanano nell’infinità. Incidentalmente prima di ripartire, mi piacerebbe salire fino in cima a uno dei picchi più vicini. Ci sono mille cose che non ho fatto, nella vita.

Che vestiti porto? Gonna di color beige pallido e T-shirt molto sciolta, nuovissima, di cotone, oltre a una sottoveste a vita, fresca, fatta da me, sempre di cotone: è la stoffa più adatta. Infine, un fazzoletto colorato in testa, americano, me lo mandò Susanne anni fa. Veramente dovremmo portare il bianco.
Sono le cinque del pomeriggio, sono distesa sul letto, non mi sono alzata nemmeno per il té. Ho dormito. Ora mi faccio un buon bagno freddo. I pensieri volteggiano nella mia testa. Un bel po’ dei malades sono solo dei vecchi, troppo grassi e curvi, deformati dall’artrite, dal mal di cuore, ecc., vittime di diete sbagliate e di troppe medicine, di régimes. Dio mio! Il grande, fresco miracolo sarebbe per loro un modo di vivere più naturale, forse anche più intensamente spirituale, senza dimenticare l’oggi, le cose che si possono (o si debbono) fare quando arrivano senza che tu le aspetti o le abbia provocate.

da Lourdes in Sette donne. Racconti, Angiolo Bandinelli, Emiliano degli Orfini

Tutti idioti!

Healy fece una smorfia e levando un po’ in alto le mani mormorò: “Tutti idioti! Questo fu il verdetto della seconda notte. Erano circa le otto, piovigginava, la notte nebbiosa, io e lui stavamo seduti in una di quelle rientranze del ponte di Waterloo e sul fiume uno spettacolo: sapete, somigliava proprio ad una terra incantata che passi nella foschia, e tutte quelle luci… Dunque lui sta seduto un po’ lì, stanco per le corse dei due giorni precedenti, e guarda il traffico che scorre sopra il ponte; poi si alza, si appoggia al parapetto e non appena abbassa gli occhi sul fiume lo sento dire fra sé, “Idioti,” e ancora “tutti, tutti idioti”: mi pareva una specie di lamento, e scuoteva un po’ la testa. Poi vidi che si nascondeva il volto fra le mani e udii un suono che prima ricordava il pianto, quindi il riso; da quel momento il suo unico desiderio fu di tornare alla grotta”.

da L’isola degli inganni, Matthew Phipps Shiel, Serra e Riva Editori, Il Minotauro, trad.di Giovanni Pasetti

il ricordo più muto e segreto che ho di lei

 

Una sola volta mi apparve costernata e incapace di controllarsi, è il ricordo più muto e segreto che ho di lei, l’unica volta in cui la vidi piangere per strada, di norma era talmente padrona di sé e delle sue emozioni che mai si lasciava andare in pubblico. Passeggiavamo lungo il Limmatquai, io volevo mostrarle qualcosa nelle vetrine di Rascher. In quel momento ci venne incontro un gruppo di ufficiali francesi nelle loro vissute uniformi. Alcuni di essi faticavano a camminare e gli altri si adeguavano al loro passo claudicante; noi ci fermammo per lasciarli lentamente passare. “Sono feriti di guerra,” disse la mamma “sono in Svizzera per la convalescenza. Vengono scambiati con prigionieri tedeschi”. E già dalla parte opposta arrivava un gruppo di tedeschi, anche fra loro ce n’erano alcuni con le stampelle, e gli altri camminavano più lentamente per tenersi a quel passo. Ricordo ancora lo spavento che mi passò per le vene: che cosa accadrà adesso, si aggrediranno a vicenda? In quello smarrimento non ci scostammo tempestivamente e d’un tratto ci trovammo chiusi nel mezzo fra i due gruppi che volevano passare oltre. Eravamo sotto i portici, spazio ce n’era abbastanza, ma ora li vedevamo in volto proprio da vicino, mentre si incrociavano. Contrariamente a quel che mi aspettavo, nessuno di quei volti era contratto dall’odio o dalla collera. Si guardarono in faccia tranquilli e cortesi, come se niente fosse, alcuni portarono la mano al berretto in segno di saluto. Camminavano molto più lentamente dell’altra gente ch’era per la strada e ci volle parecchio tempo – un’eternità, mi parve – prima che tutti fossero passati. Uno dei francesi si voltò indietro ancora una volta, sollevò in aria la stampella e gridò “Salut!” ai tedeschi che intanto erano passati oltre. Un tedesco lo sentì e subito lo imitò, anche lui aveva la stampella che agitò in aria restituendo il saluto in francesce: “Salut!”. Si potrebbe pensare che le stampelle si fossero levate in alto in un gesto di minaccia, ma non era affatto così, quei soldati si mostravano l’un l’altro, per un ultimo saluto, ciò che gli era rimasto in comune: le stampelle. La mamma era salita sul marciapiede e se ne stava dritta davanti alla vetrina volgendomi le spalle. Vedendo che tremava, mi avvicinai e la guardai cautamente di sbieco: piangeva. Ci mettemmo in posa come se fossimo intenti a guardare la vetrina, io non dissi niente, neanche una parola, e quando lei si fu ripresa ci avviammo verso casa in assoluto silenzio; anche in seguito di questo incontro non parlammo mai.

da La lingua salvata, Elias Canetti, Adelphi, trad. di Amina Pandolfi e Renata Colorni

… parlavo piuttosto con la tappezzeria

Dalma

A casa, nella stanza dei bambini, giocavo per lo più da solo. In verità giocavo poco, parlavo piuttosto con la tappezzeria. I molti cerchi scuri nel disegno della tappezzeria li vedevo come persone. Inventavo una quantità di storie in cui essi figuravano da protagonisti, qualche volta ero io a raccontargliele, ma qualche volta anche loro partecipavano al gioco; comunque non mi stancavo mai di questi personaggi della tappezzeria ed ero capace di stare ore e ore a discutere con loro.

da La lingua salvata, Elias Canetti, trad.di Amina Pandolfi e Renata Colorni

Quando guardava il bimbo che puppava

marta gioca a mamma

Anche Quintilia era rimasta incinta. E quando la pancia si fece grossa non andò più a telare, e neanche ai primi mesi dell’allattamento. Quando guardava il bimbo che puppava si sentiva così bene, senza nessun desiderio, che le veniva quasi da ridere a pensare come tante volte le era sembrato importante il suo lavoro. Guardava i colori del bimbo. Le sue mani magre, dall’indice molto corto, tastavano le gote; si faceva scorrere tra i polpastrelli i capelli fini, biondi. Il bimbo reagiva alle sue carezze, la fissava con gli occhi lattiginosi.

Da Il Paese di pietra di Bruna Cordati, Jaca Book, collana Il Grandevetro /I Vagabondi

Ti vuole il Pascoli

Giovanni Pascoli di Bruno Cordati

Il Pascoli arrivava con il suo passo lento, entrava nel piccolo caffè sotto la loggia con gli archi di pietra, il marzocco da lato, a guardia. Il padrone del caffè era onorato di averlo fra i suoi clienti, aveva persino inventato un liquore verde in suo onore: “Giovanni Pascoli”, diceva l’etichetta stampata; e, sotto, il nome dell’inventore. Quando gli fece vedere l’etichetta, il Pascoli lesse, sorrise, poi prese il lapis, cancellò la prima delle due enne, mutò in minuscola la pi maiuscola: “Così va meglio”, disse, “Giovani pascoli è un bel nome per questo bel verde”. Sorrideva tra sé e sé. Il padrone—il Pascoli ogni volta che lo vedeva si congratulava per il suo nome, Italiano, “è una grande responsabilità”, gli diceva, ma lui non aveva mai capito perché—lì per lì non intese, poi si meravigliò che un così breve tratto di lapis avesse operato un così grande cambiamento di senso, “Ma come gli verranno in mente!”, diceva con ammirazione; però contento non era.

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“Ti vuole il Pascoli”, gli disse un muratore che tornava da lavorare alle cappelle del cimitero, “ha detto che ti aspetta domani”.Gli batteva il cuore la mattina dopo mentre scendeva il viottolo precipitoso verso il torrente, l’attraversava sul ponticello di tavole, risaliva dall’altro lato verso la casa ben nota, spesso contemplata, le logge, l’edera a coprire il muro. Tirò il campanello, il Pascoli stesso era nell’orto e apriva la porta di legno verde. Si presentò. L’altro lo guardava in silenzio, il ragazzo si meravigliava delle profondità di quegli occhi. Appoggiata a una conca di terracotta vuota c’era una camerina da bambola, tutta ammobiliata con specchi e tappeti; il Pascoli vide lo sguardo interrogativo e borbottò: “Se dovesse venire il D’Annunzio a trovarmi…”.

Da Il Paese di pietra di Bruna Cordati, Jaca Book, collana Il Grandevetro /I Vagabondi