Category Archives: querulopatia

homo consumans


da un’ora cerco senza successo su http://images.google.it/ un’immagine che riproduca lo spazio compreso tra un paio di occhi ed uno schermo televisivo o cinematografico: sguardo osceno, imbarazzante.

ecco la scansione di un’immagine tratta dal libro di guy debord opere cinematografiche bompiani

 

tale oscenità è il motivo per cui è invece facile trovare immagini che escludono tale sguardo:

 

cosa si consuma in metropolitana


l’atac dovrebbe scegliere: o i soldi da biglietti e abbonamenti o quelli dalle case discografiche e dalle pubblicità. sono costretta a sentire della musica che mai sceglierei liberamente e mia figlia è costretta a notare, con un po’ di diffidenza, che i vampiri e i licantropi bevono preferibilmente un certo tipo di birra.
lettura consigliata oggi: disobbedienza civile di henry david thoreau, demetra, collana acquarelli anarchici

www.ariannaeditrice.it/recensione.php

 

corrispondenza con l’on.donatella poretti

 

Gentile signora Michelle G. Müller,
altro che molesta, la sua lettera e’ stata molto stimolante!
Il gesto di rendere pubblico l’ingresso a Montecitorio con mia figlia andava esattamente nella direzione da lei suggerita. In seguito ho infatti scoperto che altre parlamentari erano entrate alla Camera con il figlio neonato, ma sempre dagli ingressi laterali per infilarsi un po’ di nascosto negli uffici di qualche parlamentare amico.
Solo la scorsa settimana nel corso di una conferenza stampa una giornalista del Corriere della sera non sapeva come fare perche’ non le facevano entrare la figlia, lasciata letteralmente in mezzo alla strada da una istituzione come la Camera dei Deputati che applicava rigidamente un regolamento per cui i suoi locali sono accessibili solo da maggiorenni!
La sua proposta sulla festa della mamma e’ molto bella, facciamoci venire delle idee su come metterla in pratica!
 
A presto, cordiali saluti,
Donatella PorettiGentile On. Donatella Poretti,

sono contenta d’aver ricevuto la sua risposta energizzante!
Giusto ieri sera il mio ragazzo mi raccontava di un suo collega costretto dalla necessità a portare il proprio figlio all’asilo nido vicino al suo ufficio dalle 8.00 alle 17.00; il fatto che la tristezza di questa situazione sia rilevata in una conversazione tra uomini – padri e non – prova che si può contare sul loro sostegno, che i padri sono consapevoli dell’esproprio di cui i loro figli e le loro donne sono vittime.

Parlando con altre mamme, ho rilevato un ostacolo all’auspicabile stravolgimento: l’isolamento.

– quale lavoratrice in nero o con un contratto a termine potrebbe concedersi di arrivare sul posto di lavoro col proprio filgio, senza rischiare la derisione (nella migliore delle ipotesi) o il mobbing o l’interruzione del rapporto lavorativo? lo ‘stravolgimento’ della festa della mamma prima e della situazione della madre lavoratrice (si spera) dopo potrà partire solo dalle lavoratrici ‘privilegiate’?

– alcune madri dichiarano di stare meglio otto ore a lavoro piuttosto che sole con il proprio figlio: questo è comprensibile perché spesso queste donne vivono socialmente isolate, senza il sostegno della famiglia, senza un edificio di relazioni. Se la situazione naturale per l’uomo è quella della condivisione dello spazio, del tempo, della conoscenza, dell’esperienza, dell’attenzione, della sofferenza, del dolore e della gioia allora è necessario concedere ai genitori di condividere i propri figli con la comunità. come convincere queste madri scoraggiate e sole a tentare la nuova strada?

Per quel che mi riguarda, soffro di un’inarginabile logorrea, dispongo di una nutrita rubrica di uomini e donne iscritti alla newsletter della libreria (conservo da dieci anni lo scontrino del primo gelato col mio bello e naturalmente ho anche gli indirizzi e-mail dei lettori che in quasi conque anni hanno acquistato per corrispondenza i miei libri in tutta italia, da Trieste in giù), e il tempo e l’attenzione non mi mancano.

A presto!

Michelle Müller

…e altro ancora: http://www.rosanelpugno.it/rosanelpugno/node/11378

 

morte di giampiero cassio

 

ieri alla fermata garbatella della metropolitana della linea B, icaro è morto.

da “Il Corriere della Sera”

Cieco travolto dal metrò “Le stazioni sono insicure”.
Le associazioni: mancano indicatori acustici e luminosi.
Roma, finisce tra due vagoni mentre tenta di salire.
ROMA – Stava andando al lavoro.
Centralinista di Bankitalia, autonomo da sempre, malgrado fosse cieco dalla nascita.
Giampiero Cassio, 61 anni, moglie e due figli, prendeva la metropolitana ogni mattina, accompagnato solo dal suo bastone bianco telescopico.
Ma ieri dev’essersi confuso.
Qualcosa, fatalmente, deve averlo ingannato.
Quando alle 8.40 è arrivato il treno alla stazione Garbatella forse ha pensato che quello spazio vuoto fosse la porta aperta del metrò. Ha allungato il bastone.
Si è fidato.
Invece, era il buco esterno tra i vagoni, 50-60 centimetri di misura, l’equivalente di mezza porta.
Giampiero Cassio è caduto tra i binari.
Il convoglio, pochi secondi dopo, è ripartito.
Una morte orrenda, il bastone bianco è stato ritrovato a 60 metri.
Il macchinista non si è accorto di nulla.
E così pure, stranamente, gli altri passeggeri.
Neanche le telecamere di sicurezza hanno ripreso la scena.
Solo una donna, sulla banchina opposta, l’ha visto cadere e ha cominciato a urlare, a sbracciarsi, per attirare su di sé l’attenzione dei sorveglianti.
Troppo tardi.
All’inizio si era pensato a un suicidio, poi qualcuno ha notato quel bastone bianco, rotto e insanguinato.
E la storia è diventata un’altra.
Il pm Maria Bice Barborini ha già aperto un fascicolo.
La società che gestisce la metropolitana di Roma (Met.Ro) ha avviato a sua volta un’inchiesta.
Si è scoperto, così, che nella stazione di Garbatella, linea B, mancano i percorsi tattili per i ciechi, previsti dalle nuove norme. “Il governo, però, ha definanziato la legge 211, con quei fondi avevamo già adeguato almeno 11 fermate tra linea A e linea B – si difende Mario Di Carlo, assessore ai Trasporti del Comune di Roma -. La verità è che dopo l’11 settembre 2001 tutte le risorse destinate all’ammodernamento del metrò sono state impiegate per le misure antiterrorismo nelle stazioni.
Così abbiamo dovuto trascurare gli altri interventi”.
In Campidoglio, dopo la tragedia, il consigliere delegato per i problemi dell’handicap Ileana Argentin (Ds) ha presentato un ordine del giorno per chiedere di rimuovere entro il 30 settembre prossimo le barriere sensoriali lungo tutta la linea B. “Come amministrazione – ha detto – siamo in parte responsabili di quello che è accaduto.
Sono sconvolta.
I ciechi, così come tutti gli altri cittadini, hanno diritto all’uso dei trasporti pubblici”. Il sindaco Walter Veltroni ha appoggiato l’iniziativa del consigliere, esprimendo profondo cordoglio alla famiglia di Giampiero Cassio: a sua moglie Rita, insegnante, e ai figli Simone, 21 anni e Benedetta di 12.
Ma ai responsabili delle metropolitane di Roma, Milano, Napoli e Genova, ieri, il presidente nazionale dell’Unione Italiana dei Ciechi, Tommaso Daniele, ha inviato una lettera durissima: “Una morte non per errore, non per distrazione, quella di Giampiero Cassio – ha scritto il presidente -. Non una morte per caso, ma una morte per mancanza di protezione”.
“Non possiamo non chiederci – prosegue Tommaso Daniele nella sua lettera – se per ipotesi le aziende non preferiscano rischiare di pagare danni ai superstiti delle vittime, piuttosto che porre mano efficacemente alla realizzazione di sistemi di protezione per i passeggeri.
Purtroppo questo incidente è soltanto uno di una lunga serie.
Ogni volta il cordoglio e l’indignazione sono esplosi, ma poi nulla è cambiato.
Nessuna misura efficace è stata presa”.
Già, le misure. “Più volte – conclude amaro il presidente dell’Uic – ci siamo rivolti alle amministrazioni competenti chiedendo di installare sistemi di annuncio delle fermate, di creare strisce di protezione lungo le banchine, di predisporre indicatori di direzione, acustici e luminosi come in molte città europee.
Ma nulla o quasi nulla è stato fatto”

lettera aperta all’on.donatella poretti


Gentile On. Poretti,
è un po’ che penso di scriverle, da quando ho visto l’immagine di lei in Parlamento con sua figlia Alice nel marsupio.
Sono la madre di Marta, una bambina di due anni e mezzo che porto a lavoro con me (nella mia piccola libreria) da quando ha 6 mesi. Allatto mia figlia a richiesta e per questo posso affermare che è possibile farlo solo avendo con sé il proprio/la propria piccolo/a. Adesso che Marta mi chiede il latte solo a notte fonda, il mio ragazzo ed io abbiamo iniziato l’inserimento di nostra figlia all’asilo comunale, inserimento che si sta rilevando gioioso e stimolante per tutti e tre.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità e i pediatri consigliano di allattare a richiesta ma, fatta eccezione per poche madri privilegiate tra le quali mi metto, questa possibilità è preclusa. Si tende a indurre il costume, il conformismo di considerare l’allattamento esclusivamente come fonte di nutrizione e quindi un biberon e un tiralatte vengono proposti come alternativa equivalente alla madre: una mia conoscente che lavora in una biblioteca con contratto co.co.co., a quattro mesi dalla nascita del piccolo ha sostituito, con molta malinconia, il proprio seno con il tiralatte e il biberon.
Durante il periodo elettorale, i vari schieramenti politici promettono alle donne l’apertura di un numero maggiore di asili nido, mentre per poter allattare a richiesta, in una maniera anticonformista necessaria al bambino, una madre dovrebbe essere a totale disposizione del piccolo per un paio d’anni. Alla madre deve essere garantita la possibilità di stare insieme al proprio bambino il più a lungo possibile e al contempo si deve permettere all’individuo di tornare a svolgere l’attività sospesa con la stessa soddisfazione.
Quest’estate, quando portavo mia figlia alla spiaggia di Capocotta ho visto una madre nigeriana svolgere l’attività di barista ai bagni ‘porto di enea’ con il bambino legato sulla schiena: quando il piccolo la reclamava, la madre si fermava per allattarlo.
Anche per un’impiegata dovrebbe essere meglio poter godere del proprio figlio e credo anche che la maggior parte delle madri attenderebbe meglio al proprio lavoro senza la preoccupazione di un bambino dentro e fuori dagli asili nido per raffreddori, o con orari organizzati in una maniera millimetrica destinata alla frustrazione se non al fallimento. La libertà di poter scegliere se avere o meno il bambino/a con sé (non è detto che tutte lo desiderino, ma il punto di vista deve essere quello delle madri che questo bisogno lo hanno) deve essere garantita ad ogni madre e l’incoraggiare questa situazione potrebbe rivelarsi vantaggioso anche per lo stato (a un minor bisogno di asili nido corrisponde un minor costo allo Stato).
Che bello sarebbe se lei si organizzasse e organizzasse tante donne e ottime lavoratrici scontente, proponendo iniziative come quella di fare ingresso nel proprio luogo di lavoro con figlio/a al seguito tutte insieme in un giorno stabilito.
Vogliamo stravolgere la – finora ridicola – festa della mamma?
 
Sperando di non essere stata molesta, le offro il mio sostegno e la mia collaborazione per quanto mi è possibile,
 
Michelle G. Müller