Category Archives: querulopatia

L’avvocato G., la zia Anita

“Li credi malati, tu?… Uno geme… un altro rutta… Quello barcolla… Questo è pieno di pustole… Vuoi vuotar tutta la sala d’aspetto? Istantaneamente? … anche di quelli che s’accaniscono ad espettorare fino a farsi schiattare il petto? Proponi una botta di cinema! … un aperitivo gratis, sbattuto in faccia!… vedrai quanti ne resteranno… Se vengono a cercarti, è soprattutto perché si scocciano. Mica ne vedi uno la vigilia d’una festa… Ai disgraziati, ricorda quel che ti dico, manca un’occupazione, mica la salute…Voglion semplicemente che tu li distragga, che tu li metta di buon umore, che tu li interessi coi loro rutti, i loro gaz… i loro scricchiolii…che tu gli scopra delle flatuosità… delle febbriciattole… dei borborigmi… degli inediti! Che tu ti dilunghi… che tu t’appassioni… Per questo hai la tua laurea… Ah! Divertirsi con la propria morte mentre uno sta fabbricandosela, ecco tutto l’Uomo, Ferdinand! Se li tengon cari, quelli, i loro scoli, le loro sifilidi, i loro tubercoli. Ne han bisogno! E della vescica piena di bave, del retto in fiamme, di tutto questo mica gl’importa nulla! Ma se ti darai da fare, se saprai interessarli, aspetteranno te per morire, è il tuo guiderdone! Ti verranno a scovare fino all’ultimo.”

da Morte a credito, Louis-Ferdinand Céline, Garzanti, versione di Giorgio Caproni

quotidiani

Se la stampa si proponesse di far sì che il lettore possa appropriarsi delle sue informazioni come di una parte della sua esperienza, mancherebbe interamente il suo scopo. Ma il suo intento è proprio l’opposto, ed essa lo raggiunge. È quello di escludere rigorosamente gli eventi dall’ambito in cui potrebbero colpire l’esperienza del lettore. I principî dell’informazione giornalistica (novità, brevità, intelligibilità e, soprattutto, mancanza di ogni connessione fra le singole notizie) contribuiscono a questo effetto non meno dell’impaginazione e della forma linguistica. Karl Kraus ha mostrato infaticabilmente come e fino a che punto l’uso linguistico dei giornali paralizzi l’immaginazione dei lettori). La rigida esclusione dell’informazione dall’esperienza dipende anche dal fatto che essa non entra nella tradizione.

da Agelus Novus. Saggi e frammenti, Walter Benjamin, Einaudi, a cura di Renato Solmi

polizia

Prehistoric bird, Fred Becker, 1941

 

L’aspetto ignominioso di questa autorità – che è avvertito da pochi solo perché le sue attribuzioni bastano di rado agli interventi più massicci, ma possono operare tanto più ciecamente nei settori più indifesi e contro le persone accorte da cui le leggi non proteggono lo Stato-, consiste in ciò che, in essa, è soppressa la divisione fra violenza che pone e violenza che conserva la legge. Se si esige dalla prima che mostri i suoi titoli nella vittoria, la seconda è soggetta alla limitazione di non doversi porre nuovi fini. La polizia è emancipata da entrambe le condizioni. Essa è potere che pone -poiché la funzione specifica di quest’ultimo non è che di promulgare le leggi, ma qualunque decreto emanato con forza di legge-, ed è potere che conserva il diritto, poiché si pone a disposizione di quegli scopi. L’affermazione che gli scopi del potere di polizia siano sempre identici o anche solo connessi a quelli del rimanente diritto, è profondamente falsa. Anzi, il diritto della polizia segna proprio il punto in cui lo Stato, vuoi per impotenza, vuoi per le connessioni immanenti di ogni ordinamento giuridico, non è più in grado di garantirsi -con l’ordinamento giuridico- gli scopi empirici che intende raggiungere ad ogni costo. perciò la polizia interviene, “per ragioni di sicurezza”, in casi innumerevoli in cui non sussiste una chiara situazione giuridica, quando non accompagna il cittadino, come una vessazione brutale, senza alcun rapporto con fini giuridici, attraverso una vita regolata da ordinanze, o addirittura non lo sorveglia.

(…)

E benché la polizia, nei particolari, si somigli dovunque, non si può tuttavia fare a meno di riconoscere che il suo spirito è meno distruttivo dove essa incarna (nella monarchia assoluta) il potere del sovrano, in cui si congiunge la pienezza del potere legislativo ed esecutivo, che nelle democrazie, dove la sua presenza, non sollevata da un rapporto del genere, testimonia della massima degenerazione possibile della violenza.

da Per la critica della violenza, in Angelus novus, Walter Benjamin, Einaudi, trad.di Renato Solmi

“quant’è, dottò?” “300,00 euro”

La rarità del genio non è stata, nelle intenzioni del creatore, un motivo per cui la società si mettesse in ginocchio davanti all’uomo dotato di facoltà eminenti, ma un mezzo provvidenziale perché ogni funzione fossa assolta con massimo vantaggio per tutti.
 
Il talento è una creazione della società molto più che un dono della natura; è un capitale accumulato e colui che lo riceve ne è soltanto il depositario. Senza la società, senza l’educazione che essa dà e senza il suo aiuto poderoso, il temperamento più bello resterebbe – anche nel campo che deve esaltarlo- al di sotto delle capacità più mediocri. Più vasto è il sapere di un uomo, più bella è la sua immaginazione, più fecondo il suo talento, più costosa ancora è stata la sua educazione, più brillanti e numerosi furono i suoi predecessori e i suoi modelli, maggiore è il suo debito.

da Che cos’è la proprietà, Pierre-Joseph Proudhon

Sor Lurè, avevi ragione tu…

Siur padrun da li béli braghi bianchi

Dream 2, Federica Salemi

Siur padrun da li béli braghi bianchi,
föra  li palanchi, föra  li palanchi,
sciur padrun da li béli braghi bianchi,
föra li palanchi, ch’anduma a cà.

da Canzoni italiane di protesta 1794/1974, dalla Rivoluzione francese alla repressione cilena, a cura di Giuseppe Vettori, Newton Compton Editori

“Leila, sai una pagina più del libro!” Anna Fiorentin

alfredo protti 2

Nella Lettera ai Romani II.20 san Paolo invitò i Romani che si erano convertiti al cristianesimo a non disprezzare gli ebrei. Il messaggio di Cristo (sottintendeva) è universale. Di qui l’esortazione:  μή ΰψηλοφρόνει άλλά φοβοϋ (“Ma non t’insuperbire, temi piuttosto…”). Nella Vulgata di san Gerolamo il passo corrispondente suona: “noli altum sapere, sed time”.
La Vulgata è spesso una traduzione molto letterale: e anche in questo caso “altum sapere” è più un calco che una vera e propria traduzione del greco ΰψηλοφρόνει. Ma a partire dal IV secolo nell’Occidente latino il brano fu spesso frainteso: “sapere” fu inteso non come un verbo dal significato morale (“sii saggio”) ma come un verbo dal significato intellettuale(“conoscere“); l’espressione avverbiale “altum“, d’altra parte, fu intesa come un sostantivo denotante “ciò che sta in alto”. “Non enim prodest scire,- scrisse sant’Ambrogio, – sed metuere, quod futurum est; scriptum est enim Noli alta sapere…” (è meglio temere le cose future che conoscerle: è stato scritto, infatti, Noli alta sapere…).
La condanna della superbia morale pronunciata da san Paolo diventò così un biasimo rivolto contro la curiosità intellettuale. Al principio del V secolo Pelagio criticò alcuni personaggi non nominati che, fraintendendo il significato e il contesto del passo, sostenevano che in Romani II.20 l’Apostolo intendeva proibire “lo studio della sapienza (sapientiae studium)”. Più di mille anni dopo Erasmo, seguendo un’indicazione dell’umanista Lorenzo Valla, osservò che il bersaglio delle parole di san Paolo era stato un vizio morale, non intellettuale. Nel suo dialogo incompiuto Antibarbarie gli scrisse che “queste parole non condannano l’erudizione, ma tendono a distoglierci dall’orgoglio per i nostri successi mondani”. “Paolo, – aggiunse,- rivolse le parole non altum sapere ai ricchi, non ai dotti”.

da L’alto e il basso, Il tema della conoscenza proibita nel Cinquecento e Seicento,in Miti emblemi spie, di Carlo Ginzburg, Einaudi

Tree of Codes di jonathan safran foer

Ecco il nuovo libro di Jonathan Safran Foer, presentato dall’Autore:

e qui di seguito la reazione dei potenziali lettori:

 

E ora le parole di T.S.Eliot:

Non è molto quello che sappiamo circa il valore dell’opera dei nostri contemporanei; anzi, è ben poco, quasi quanto sappiamo del valore della nostra stessa opera. Vi si possono trovare qualità che esistono soltanto per la sensibilità contemporanea, così come vi si possono nascondere virtù che diverranno evidenti soltanto col tempo. Quale posto le spetterà quando noi tutti saremo scrittori defunti, non possiamo dirlo con alcuna approssimazione. Se proprio si deve parlare dei contemporanei, è quindi importante stabilire prima di tutto che cosa possiamo affermare con convinzione e che cosa deve restare aperto al dubbio e alla congettura. L’ultima cosa che possiamo giudicare è certamente la loro “grandezza”, o piuttosto la loro relativa eccellenza o mediocrità in rapporto al concetto di “grandezza”. Nel concetto di grandezza, infatti, sono impliciti significati morali e sociali che possono essere percepiti soltanto da una prospettiva più remota e dei quali si può forse dire addirittura che sorgono nel corso della storia. Non si può predire quale sorte avrà una certa poesia, quale azione eserciterà sulle generazioni successive. E tuttavia possiamo credere, con un certo fondamento, che esista qualche cosa, una qualità, che può essere riconosciuta da un piccolo numero, soltanto un piccolo numero, di lettori contemporanei; ed è la genuinità.
Dico di proposito “soltanto un piccolo numero”, perché sembra probabile che, quando un poeta riesce a conquistare in vita un pubblico numeroso, una porzione sempre crescente di ammiratori lo ammirerà per ragioni estranee, per ragioni non sostanziali. Non è detto che siano cattive ragioni, ma allora la notorietà del poeta sarà semplicemente quella di un simbolo, dovuta alla sua capacità di compiere sui lettori un’azione stimolante, o consolante, in ragione del particolare rapporto che lo lega ad essi nel tempo. Questa azione sui lettori contemporanei può essere a volte il risultato, giusto e legittimo, di una grande poesia; ma è anche accaduto, assai spesso, che fosse il risultato di una poesia effimera.
Non sembra molto importante il fatto che il poeta debba lottare con un’epoca distratta e paga di sé, e quindi ostile a nuove forme di poesia, oppure con un’epoca come l’attuale, incerta, diffidente di se stessa e avida di nuove forme che le diano un blasone e il rispetto di se stessa. Per molti lettori moderni ogni novità formale, per quanto epidermica, è la prova, o l’equivalente, di una sensibilità nuova; e se poi la sensibilità è fondamentalmente ottusa e dozzinale, tanto meglio; poiché non vi è strada più rapida per arrivare a una popolarità immediata, anche se passeggera, che quella di servire merci stantie in confezioni nuove. Vi sono alcune prove che permettono di accertare la novità e la genuinità di un prodotto, e una di queste – è una prova puramente negativa, d’accordo- si può eseguire osservando la reazione dei cosiddetti “amanti della poesia”; se il prodotto suscita la loro avversione, è probabile che ci troviamo davanti a una poesia veramente nuova e genuina.
Mi rendo conto chei pregiudizi mi inducono a non concedere tutta la mia stima a certi autori, nei quali vedo dei nemici pubblici piuttosto che dei soggetti sui quali esercitare la critica; e oso aggiungere che un altro pregiudizio, di diversa natura, mi spinge a concedere un consenso acritico ad altri scrittori. Può anche darsi che io ammiri gli autori giusti per le ragioni sbagliate. Ma ho più fiducia nella mia stima per gli autori che ammiro, che nella mia disistima per gli autori che mi lasciano freddo o mi esasperano. E quando affermo che tra le qualità riconoscibili in un contemporaneo quella che io chiamo genuinità è più importante della grandezza, faccio una distinzione tra la funzione dello scrittore da vivo e la sua funzione da morto. Da vivo il poeta continua quella battaglia per la difesa di una lingua viva, per conservare la forza e la sottigliezza della lingua, per la salvezza di una certa sensibilità, che dev’essere sostenuta in ogni generazione; da morto, fornisce modelli per coloro che dopo di lui riprendono la battaglia.

frammento da Il fascino di un microscopio, di T.S.Eliot, saggio sulla poesia di Marianna Moore, Adelphi

e quelle di Isaac Singer:

Ho deciso da molto tempo che le forze creative della letteratura non risiedono nell’originalità forzata prodotta dalle variazioni di stile e dalle macchinazioni linguistiche, ma nelle innumerevoli situazioni che la vita continua a creare, e in particolare nelle strambe complicazioni che intervengono tra uomo e donna. Per uno scrittore si tratta di potenziali tesori impossibili da esaurire, mentre tutte le innovazioni linguistiche (formali, estetiche) diventano ben presto cliché.

Io concludo chiedendo, a chi ha già letto Tree of codes, se in seguito all’operazione di scultura (def. di Gianluigi Ricuperati nella splendida recensione nell’inserto domenicale del sole 24 ore del 5 dicembre 2010) (scultura su una traduzione!) nel libro nato da/sopravvissuto a Le botteghe color cannella di Bruno Schulz vi sia  l’intenzionalità dello scrittore statunitense (che scolpisce su una traduzione, invece che sulla versione originale in polacco) o se tutto sia lasciato unicamente alla responsabilità del lettore.

la città delle zecche

Si uncinano cercando la nuca
la pelle tenera vicino agli occhi
per sfuggire la furia delle unghie e dei denti –
fino che si inturgidiscono di sangue:

se un colpo le stacca
la goccia cade
ma gli acuti rampioni restano affissati
dentro le carni
altrui

pur si aggrovigliano le zecche
umane si aspirano pungendosi –

di cemento si espande il disperato
nido,
la città delle zecche –

succhiano
succhiano per dimenticare.
da Il Dio delle zecche, Danilo Dolci, Mondadori

del perché ci si deve sedere sul bordo del letto

Leo Ferré racconta:

“Una porta si muoveva, un caro Padre scivolava attraverso uno spiraglio che restringeva il più possibile quasi temesse per le nostre facce l’alito pungente delle latrine. Camminava sulle piastrelle come Mosè sulle acque. Una silfide! I Cari Padri! Avevano tutti le suole di gomma, non di para, la para era stata inventata da poco e faceva troppo profano. Erano il silenzio che cammina e ci arrivavano addosso con la schicchera sulla punta delle dita pronta a picchiar duro.
– ancora non dormite, bambino mio! – diceva a me che ero nel grembo della notte, nel grembo fisiologico, come al bordello.
E mi palpava un po’ di grasso che avevo sulla guancia. Per lui era un ventre, un ventre liscio come quello delle fanciulle più tenere. Quella mano infarcita di sesso a fior di pelle si eccitava sulla mia faccia e si inumidiva pian piano. Gli usciva da tutti i pori della pelle, parola mia, il suo sporco voto di castità! Avevo voglia di mordergliene un pezzo. Quale piacere avrei così operato in quella carne malata? Per fortuna l’innocenza mi assolve da quel che mi appare oggi, da uomo, una goffaggine o un’acquiescenza. Sotto la mano di quel cercatore ero in vacazione semi-cosciente. Facevo come se non dormivo ma giacevo inerte, più di un morto, e così lui credeva di toccare una pelle senza vita, molle, ed ero salvo-a parte quel contatto, beninteso. Evitavo insomma che andasse oltre, alla scoperta di piaceri più redditizi. Se mi fossi mosso, mi avrebbe fatto secco. Non mi sono mai mosso. Quel palpatore si è accontentato per un po’ della mia faccia facile e cedevole, una guancetta comoda ma insignificante. La psicologia della violenza carnale non funziona senza i rifiuti, le grida, lo spavento: è questo ad armare la parola e il moto del sesso. Il violentatore pensa suo malgrado a una complicità latente del suo “interlocutore”. I rifiuti, le grida, lo spavento, non ne conosce mai il senso preciso, riconduce tutto alla propria follia e crede perentoriamente al piacere della vittima. Sapevo fin dalla più tenera infanzia che neppure i cani più feroci se la prendono con i corpi inerti. Il mio cane feroce si stancò e io, ancora inerte, accarezzavo la Notte e mi ripulivo la faccia.”

Luigi Ramella legge e risponde:

“Definire violentatore quel pretino mi sembra esagerato: più che la psicologia della violenza carnale, credo si tratti della psicologia della vita. Se il piccolo Benoit Misère si fosse seduto improvvisamente sul letto fissando negli occhi il Caro padre, custode del suo tempo e del suo tempio, questi avrebbe sicuramente cessato le molestie, spaventato dallo sguardo cosciente, dal rifiuto, senza necessità di giungere al grido.”

Carmela Aiace Moscatiello commenta:

“Forse il signor Luigi Ramella ha ragione: la ragione dell’esperienza del vile. Un adulto riconosce nel bambino il rattenuto respiro del finto sonno e, nel ranicchiarsi teso, la sottrazione di superficie di corpo, ma preferisce attribuire l’evidente disagio a complicità e accettazione.”

 

San Giorgio sconfigge il drago ipertiroideo

prefigurazione della fine di LR, dopo qualche anno di Parkinson