Category Archives: querulopatia

quotidiani

Se la stampa si proponesse di far sì che il lettore possa appropriarsi delle sue informazioni come di una parte della sua esperienza, mancherebbe interamente il suo scopo. Ma il suo intento è proprio l’opposto, ed essa lo raggiunge. È quello di escludere rigorosamente gli eventi dall’ambito in cui potrebbero colpire l’esperienza del lettore. I principî dell’informazione giornalistica (novità, brevità, intelligibilità e, soprattutto, mancanza di ogni connessione fra le singole notizie) contribuiscono a questo effetto non meno dell’impaginazione e della forma linguistica. Karl Kraus ha mostrato infaticabilmente come e fino a che punto l’uso linguistico dei giornali paralizzi l’immaginazione dei lettori). La rigida esclusione dell’informazione dall’esperienza dipende anche dal fatto che essa non entra nella tradizione.

da Agelus Novus. Saggi e frammenti, Walter Benjamin, Einaudi, a cura di Renato Solmi

polizia

Prehistoric bird, Fred Becker, 1941

 

L’aspetto ignominioso di questa autorità – che è avvertito da pochi solo perché le sue attribuzioni bastano di rado agli interventi più massicci, ma possono operare tanto più ciecamente nei settori più indifesi e contro le persone accorte da cui le leggi non proteggono lo Stato-, consiste in ciò che, in essa, è soppressa la divisione fra violenza che pone e violenza che conserva la legge. Se si esige dalla prima che mostri i suoi titoli nella vittoria, la seconda è soggetta alla limitazione di non doversi porre nuovi fini. La polizia è emancipata da entrambe le condizioni. Essa è potere che pone -poiché la funzione specifica di quest’ultimo non è che di promulgare le leggi, ma qualunque decreto emanato con forza di legge-, ed è potere che conserva il diritto, poiché si pone a disposizione di quegli scopi. L’affermazione che gli scopi del potere di polizia siano sempre identici o anche solo connessi a quelli del rimanente diritto, è profondamente falsa. Anzi, il diritto della polizia segna proprio il punto in cui lo Stato, vuoi per impotenza, vuoi per le connessioni immanenti di ogni ordinamento giuridico, non è più in grado di garantirsi -con l’ordinamento giuridico- gli scopi empirici che intende raggiungere ad ogni costo. perciò la polizia interviene, “per ragioni di sicurezza”, in casi innumerevoli in cui non sussiste una chiara situazione giuridica, quando non accompagna il cittadino, come una vessazione brutale, senza alcun rapporto con fini giuridici, attraverso una vita regolata da ordinanze, o addirittura non lo sorveglia.

(…)

E benché la polizia, nei particolari, si somigli dovunque, non si può tuttavia fare a meno di riconoscere che il suo spirito è meno distruttivo dove essa incarna (nella monarchia assoluta) il potere del sovrano, in cui si congiunge la pienezza del potere legislativo ed esecutivo, che nelle democrazie, dove la sua presenza, non sollevata da un rapporto del genere, testimonia della massima degenerazione possibile della violenza.

da Per la critica della violenza, in Angelus novus, Walter Benjamin, Einaudi, trad.di Renato Solmi

“quant’è, dottò?” “300,00 euro”

La rarità del genio non è stata, nelle intenzioni del creatore, un motivo per cui la società si mettesse in ginocchio davanti all’uomo dotato di facoltà eminenti, ma un mezzo provvidenziale perché ogni funzione fossa assolta con massimo vantaggio per tutti.
 
Il talento è una creazione della società molto più che un dono della natura; è un capitale accumulato e colui che lo riceve ne è soltanto il depositario. Senza la società, senza l’educazione che essa dà e senza il suo aiuto poderoso, il temperamento più bello resterebbe – anche nel campo che deve esaltarlo- al di sotto delle capacità più mediocri. Più vasto è il sapere di un uomo, più bella è la sua immaginazione, più fecondo il suo talento, più costosa ancora è stata la sua educazione, più brillanti e numerosi furono i suoi predecessori e i suoi modelli, maggiore è il suo debito.

da Che cos’è la proprietà, Pierre-Joseph Proudhon

Sor Lurè, avevi ragione tu…

Siur padrun da li béli braghi bianchi

Dream 2, Federica Salemi

Siur padrun da li béli braghi bianchi,
föra  li palanchi, föra  li palanchi,
sciur padrun da li béli braghi bianchi,
föra li palanchi, ch’anduma a cà.

da Canzoni italiane di protesta 1794/1974, dalla Rivoluzione francese alla repressione cilena, a cura di Giuseppe Vettori, Newton Compton Editori

“Leila, sai una pagina più del libro!” Anna Fiorentin

alfredo protti 2

Nella Lettera ai Romani II.20 san Paolo invitò i Romani che si erano convertiti al cristianesimo a non disprezzare gli ebrei. Il messaggio di Cristo (sottintendeva) è universale. Di qui l’esortazione:  μή ΰψηλοφρόνει άλλά φοβοϋ (“Ma non t’insuperbire, temi piuttosto…”). Nella Vulgata di san Gerolamo il passo corrispondente suona: “noli altum sapere, sed time”.
La Vulgata è spesso una traduzione molto letterale: e anche in questo caso “altum sapere” è più un calco che una vera e propria traduzione del greco ΰψηλοφρόνει. Ma a partire dal IV secolo nell’Occidente latino il brano fu spesso frainteso: “sapere” fu inteso non come un verbo dal significato morale (“sii saggio”) ma come un verbo dal significato intellettuale(“conoscere“); l’espressione avverbiale “altum“, d’altra parte, fu intesa come un sostantivo denotante “ciò che sta in alto”. “Non enim prodest scire,- scrisse sant’Ambrogio, – sed metuere, quod futurum est; scriptum est enim Noli alta sapere…” (è meglio temere le cose future che conoscerle: è stato scritto, infatti, Noli alta sapere…).
La condanna della superbia morale pronunciata da san Paolo diventò così un biasimo rivolto contro la curiosità intellettuale. Al principio del V secolo Pelagio criticò alcuni personaggi non nominati che, fraintendendo il significato e il contesto del passo, sostenevano che in Romani II.20 l’Apostolo intendeva proibire “lo studio della sapienza (sapientiae studium)”. Più di mille anni dopo Erasmo, seguendo un’indicazione dell’umanista Lorenzo Valla, osservò che il bersaglio delle parole di san Paolo era stato un vizio morale, non intellettuale. Nel suo dialogo incompiuto Antibarbarie gli scrisse che “queste parole non condannano l’erudizione, ma tendono a distoglierci dall’orgoglio per i nostri successi mondani”. “Paolo, – aggiunse,- rivolse le parole non altum sapere ai ricchi, non ai dotti”.

da L’alto e il basso, Il tema della conoscenza proibita nel Cinquecento e Seicento,in Miti emblemi spie, di Carlo Ginzburg, Einaudi

Tree of Codes di jonathan safran foer

Ecco il nuovo libro di Jonathan Safran Foer, presentato dall’Autore:

e qui di seguito la reazione dei potenziali lettori:

 

E ora le parole di T.S.Eliot:

Non è molto quello che sappiamo circa il valore dell’opera dei nostri contemporanei; anzi, è ben poco, quasi quanto sappiamo del valore della nostra stessa opera. Vi si possono trovare qualità che esistono soltanto per la sensibilità contemporanea, così come vi si possono nascondere virtù che diverranno evidenti soltanto col tempo. Quale posto le spetterà quando noi tutti saremo scrittori defunti, non possiamo dirlo con alcuna approssimazione. Se proprio si deve parlare dei contemporanei, è quindi importante stabilire prima di tutto che cosa possiamo affermare con convinzione e che cosa deve restare aperto al dubbio e alla congettura. L’ultima cosa che possiamo giudicare è certamente la loro “grandezza”, o piuttosto la loro relativa eccellenza o mediocrità in rapporto al concetto di “grandezza”. Nel concetto di grandezza, infatti, sono impliciti significati morali e sociali che possono essere percepiti soltanto da una prospettiva più remota e dei quali si può forse dire addirittura che sorgono nel corso della storia. Non si può predire quale sorte avrà una certa poesia, quale azione eserciterà sulle generazioni successive. E tuttavia possiamo credere, con un certo fondamento, che esista qualche cosa, una qualità, che può essere riconosciuta da un piccolo numero, soltanto un piccolo numero, di lettori contemporanei; ed è la genuinità.
Dico di proposito “soltanto un piccolo numero”, perché sembra probabile che, quando un poeta riesce a conquistare in vita un pubblico numeroso, una porzione sempre crescente di ammiratori lo ammirerà per ragioni estranee, per ragioni non sostanziali. Non è detto che siano cattive ragioni, ma allora la notorietà del poeta sarà semplicemente quella di un simbolo, dovuta alla sua capacità di compiere sui lettori un’azione stimolante, o consolante, in ragione del particolare rapporto che lo lega ad essi nel tempo. Questa azione sui lettori contemporanei può essere a volte il risultato, giusto e legittimo, di una grande poesia; ma è anche accaduto, assai spesso, che fosse il risultato di una poesia effimera.
Non sembra molto importante il fatto che il poeta debba lottare con un’epoca distratta e paga di sé, e quindi ostile a nuove forme di poesia, oppure con un’epoca come l’attuale, incerta, diffidente di se stessa e avida di nuove forme che le diano un blasone e il rispetto di se stessa. Per molti lettori moderni ogni novità formale, per quanto epidermica, è la prova, o l’equivalente, di una sensibilità nuova; e se poi la sensibilità è fondamentalmente ottusa e dozzinale, tanto meglio; poiché non vi è strada più rapida per arrivare a una popolarità immediata, anche se passeggera, che quella di servire merci stantie in confezioni nuove. Vi sono alcune prove che permettono di accertare la novità e la genuinità di un prodotto, e una di queste – è una prova puramente negativa, d’accordo- si può eseguire osservando la reazione dei cosiddetti “amanti della poesia”; se il prodotto suscita la loro avversione, è probabile che ci troviamo davanti a una poesia veramente nuova e genuina.
Mi rendo conto chei pregiudizi mi inducono a non concedere tutta la mia stima a certi autori, nei quali vedo dei nemici pubblici piuttosto che dei soggetti sui quali esercitare la critica; e oso aggiungere che un altro pregiudizio, di diversa natura, mi spinge a concedere un consenso acritico ad altri scrittori. Può anche darsi che io ammiri gli autori giusti per le ragioni sbagliate. Ma ho più fiducia nella mia stima per gli autori che ammiro, che nella mia disistima per gli autori che mi lasciano freddo o mi esasperano. E quando affermo che tra le qualità riconoscibili in un contemporaneo quella che io chiamo genuinità è più importante della grandezza, faccio una distinzione tra la funzione dello scrittore da vivo e la sua funzione da morto. Da vivo il poeta continua quella battaglia per la difesa di una lingua viva, per conservare la forza e la sottigliezza della lingua, per la salvezza di una certa sensibilità, che dev’essere sostenuta in ogni generazione; da morto, fornisce modelli per coloro che dopo di lui riprendono la battaglia.

frammento da Il fascino di un microscopio, di T.S.Eliot, saggio sulla poesia di Marianna Moore, Adelphi

e quelle di Isaac Singer:

Ho deciso da molto tempo che le forze creative della letteratura non risiedono nell’originalità forzata prodotta dalle variazioni di stile e dalle macchinazioni linguistiche, ma nelle innumerevoli situazioni che la vita continua a creare, e in particolare nelle strambe complicazioni che intervengono tra uomo e donna. Per uno scrittore si tratta di potenziali tesori impossibili da esaurire, mentre tutte le innovazioni linguistiche (formali, estetiche) diventano ben presto cliché.

Io concludo chiedendo, a chi ha già letto Tree of codes, se in seguito all’operazione di scultura (def. di Gianluigi Ricuperati nella splendida recensione nell’inserto domenicale del sole 24 ore del 5 dicembre 2010) (scultura su una traduzione!) nel libro nato da/sopravvissuto a Le botteghe color cannella di Bruno Schulz vi sia  l’intenzionalità dello scrittore o se tutto sia lasciato unicamente alla responsabilità del lettore.

la città delle zecche

Si uncinano cercando la nuca
la pelle tenera vicino agli occhi
per sfuggire la furia delle unghie e dei denti –
fino che si inturgidiscono di sangue:

se un colpo le stacca
la goccia cade
ma gli acuti rampioni restano affissati
dentro le carni
altrui

pur si aggrovigliano le zecche
umane si aspirano pungendosi –

di cemento si espande il disperato
nido,
la città delle zecche –

succhiano
succhiano per dimenticare.
da Il Dio delle zecche, Danilo Dolci, Mondadori

del perché ci si deve sedere sul bordo del letto

Leo Ferré racconta:

“Una porta si muoveva, un caro Padre scivolava attraverso uno spiraglio che restringeva il più possibile quasi temesse per le nostre facce l’alito pungente delle latrine. Camminava sulle piastrelle come Mosè sulle acque. Una silfide! I Cari Padri! Avevano tutti le suole di gomma, non di para, la para era stata inventata da poco e faceva troppo profano. Erano il silenzio che cammina e ci arrivavano addosso con la schicchera sulla punta delle dita pronta a picchiar duro.
– ancora non dormite, bambino mio! – diceva a me che ero nel grembo della notte, nel grembo fisiologico, come al bordello.
E mi palpava un po’ di grasso che avevo sulla guancia. Per lui era un ventre, un ventre liscio come quello delle fanciulle più tenere. Quella mano infarcita di sesso a fior di pelle si eccitava sulla mia faccia e si inumidiva pian piano. Gli usciva da tutti i pori della pelle, parola mia, il suo sporco voto di castità! Avevo voglia di mordergliene un pezzo. Quale piacere avrei così operato in quella carne malata? Per fortuna l’innocenza mi assolve da quel che mi appare oggi, da uomo, una goffaggine o un’acquiescenza. Sotto la mano di quel cercatore ero in vacazione semi-cosciente. Facevo come se non dormivo ma giacevo inerte, più di un morto, e così lui credeva di toccare una pelle senza vita, molle, ed ero salvo-a parte quel contatto, beninteso. Evitavo insomma che andasse oltre, alla scoperta di piaceri più redditizi. Se mi fossi mosso, mi avrebbe fatto secco. Non mi sono mai mosso. Quel palpatore si è accontentato per un po’ della mia faccia facile e cedevole, una guancetta comoda ma insignificante. La psicologia della violenza carnale non funziona senza i rifiuti, le grida, lo spavento: è questo ad armare la parola e il moto del sesso. Il violentatore pensa suo malgrado a una complicità latente del suo “interlocutore”. I rifiuti, le grida, lo spavento, non ne conosce mai il senso preciso, riconduce tutto alla propria follia e crede perentoriamente al piacere della vittima. Sapevo fin dalla più tenera infanzia che neppure i cani più feroci se la prendono con i corpi inerti. Il mio cane feroce si stancò e io, ancora inerte, accarezzavo la Notte e mi ripulivo la faccia.”

Luigi Ramella legge e risponde:

“Definire violentatore quel pretino mi sembra esagerato: più che la psicologia della violenza carnale, credo si tratti della psicologia della vita. Se il piccolo Benoit Misère si fosse seduto improvvisamente sul letto fissando negli occhi il Caro padre, custode del suo tempo e del suo tempio, questi avrebbe sicuramente cessato le molestie, spaventato dallo sguardo cosciente, dal rifiuto, senza necessità di giungere al grido.”

Carmela Aiace Moscatiello commenta:

“Forse il signor Luigi Ramella ha ragione: la ragione dell’esperienza del vile. Un adulto riconosce nel bambino il rattenuto respiro del finto sonno e, nel ranicchiarsi teso, la sottrazione di superficie di corpo, ma preferisce attribuire l’evidente disagio a complicità e accettazione.”

 

San Giorgio sconfigge il drago ipertiroideo

prefigurazione della fine di LR, dopo qualche anno di Parkinson

jeans jesus


nuovo dio al città di roma

 

17 maggio 1973. Analisi linguistica di uno slogan
 
Il linguaggio dell’azienda è un linguaggio per definizione puramente comunicativo: i “luoghi” dove si produce sono i luoghi dove la scienza viene “applicata”, sono cioè luoghi del pragmatismo puro. I tecnici parlano fra loro un gergo specialistico, sì, ma in funzione strettamente, rigidamente comunicativa. Il canone linguistico che vige dentro la fabbrica, poi, tende ad espandersi anche fuori: è chiaro che coloro che producono vogliono avere con coloro che consumano un rapporto d’affari assolutamente chiaro.
C’è un solo caso di espressività -ma di espressività aberrante- nel linguaggio puramente comunicativo dell’industria: è il caso dello slogan. Lo slogan infatti deve essere espressivo, per impressionare e convincere. Ma la sua espressività è mostruosa perché diviene immediatamente stereotipa, e si fissa in una rigidità che è proprio il contrario dell’espressività, che è eternamente cangiante, si offre a un’interpretazione infinita.
 
La finta espressività dello slogan è così la punta massima della nuova lingua tecnica che sostituisce la lingua umanistica. Essa è il simbolo della vita linguistica del futuro, cioè di un mondo inespressivo, senza particolarismi e diversità di culture, perfettamente omologato e acculturato. Di un mondo che a noi, ultimi depositari di una visione molteplice, magmatica, religiosa e razionale della vita, appare come un mondo di morte.
Ma è possibile prevedere un mondo così negativo? È possibile prevedere un futuro come “fine di tutto”? Qualcuno -come me- tende a farlo, per disperazione: l’amore per il mondo che è stato vissuto e sperimentato impedisce di poter pensarne un altro che sia altrettanto reale; che si possano creare altri valori analoghi a quelli che hanno resa preziosa una esistenza. Questa visione apocalittica del futuro è giustificabile, ma probabilmente ingiusta.
Sembra folle, ma un recente slogan, quello divenuto fulmineamente celebre, dei jeans “Jesus”: “Non avrai altri jeans all’infuori di me”, si pone come un fatto nuovo, una eccezione nel canone fisso dello slogan, rivelandone una possibilità espressiva imprevista, e indicandone una evoluzione diversa da quella che la convenzionalità -subito adottata dai disperati che vogliono sentire il futuro come morte- faceva troppo ragionevolmente prevedere.
Si veda la reazione dell’”Osservatore romano” a questo slogan: con il suo italianuccio antiquato, spiritualistico e un po’ fatuo, l’articolista dell’”Osservatore” intona un treno, non certo biblico, per fare del vittimismo da povero, indifeso innocente. È lo stesso tono con cui sono redatte, per esempio, le lamentazioni contro la dilagante immoralità della letteratura o del cinema. Ma in tal caso quel tono piagnucoloso e perbenistico nasconde la volontà minacciosa del potere: mentre l’articolista,infatti, facendo l’agnello, si lamenta nel suo ben compitato italiano, alle sue spalle il potere lavora per sopprimere, cancellare, schiacciare i reprobi che di quel patimento son causa. I magistrati e i poliziotti sono all’erta; l’apparato statale si mette subito diligentemente al servizio dello spirito. Alla geremiade dell’”Osservatore” seguono i procedimenti legali del potere: il letterato o cineasta blasfemo è subito colpito e messo a tacere.
 
Nei casi insomma di una rivolta di tipo umanistico -possibili nell’ambito del vecchio capitalismo e della prima rivoluzione industriale- la Chiesa aveva la possibilità di intervenire e reprimere, contraddicendo brutalmente una certa volontà formalmente democratica e liberale del potere statale. Il meccanismo era semplice: una parte di questo potere -per esempio la magistratura e la polizia- assumeva una funzione conservatrice o reazionaria, e, come tale, poneva automaticamente i suoi strumenti di potere al servizio della Chiesa. C’è dunque un doppio legame di malafede in questo rapporto tra Chiesa e Stato: da parte sua la Chiesa accetta lo Stato borghese -al posto di quello monarchico o feudale- concedendo ad esso il suo consenso e il suo appoggio senza il quale, fino a oggi, il potere statale non avrebbe potuto sussistere: per far questo la Chiesa doveva però ammettere e approvare l’esigenza liberale e la formalità democratica: cose che ammetteva e approvava solo a patto di ottenere dal potere la tacita autorizzazione a limitarle a sopprimerle. Autorizzazioni, d’altra parte, che il potere borghese concedeva di tutto cuore. Infatti il suo patto con la Chiesa in quanto instrumentum regni in altro non consisteva che in questo: mascherare il proprio sostanziale illiberalismo e la propria sostanziale antidemocraticità affidando la funzione illiberale e antidemocratica alla Chiesa, accettata in malafede come superiore istituzione religiosa. La Chiesa ha insomma fatto un patto col diavolo, cioè con lo Stato borghese. Non c’è contraddizione più scandalosa infatti che quella tra religione e borghesia, essendo quest’ultima il contrario della religione. Il potere monarchico o feudale lo era in fondo di meno. Il fascismo, perciò, in quanto momento regressivo del capitalismo, era meno diabolico, oggettivamente, dal punto di vista della Chiesa, che il regime democratico: il fascismo era una bestemmia, ma non minava all’interno la Chiesa, perché esso era una falsa nuova ideologia. Il Concordato non è stato un sacrilegio negli anni Trenta, ma lo è oggi, se il fascismo non ha nemmeno scalfito la Chiesa, mentre oggi il neocapitalismo la distrugge. L’accettazione del fascismo è stato un atroce episodio: ma l’accettazione della civiltà borghese capitalistica è un fatto definitivo, il cui cinismo non è solo una macchia, l’ennesima macchia nella storia della Chiesa, ma un errore storico che la Chiesa pagherà probabilmente con il suo declino. Essa non ha infatti intuito -eterna della propria funzione istituzionale- che la Borghesia rappresentava un nuovo spirito che non è certo quello fascista: un nuovo spirito che si sarebbe mostrato dapprima competitivo con quello religioso (salvandone solo il clericalismo), e avrebbe finito poi col prendere il suo posto nel fornire agli uomini una visione totale e unica della vita (e col non avere più bisogno quindi del clericalismo come strumento di potere).
È vero: come dicevo, alle lamentele patetiche dell’articolista dell’”Osservatore” segue tuttora immediatamente -nei casi di opposizione “classica”- l’azione della magistratura e della polizia. Ma è un caso di sopravvivenza. Il Vaticano trova ancora vecchi uomini fedeli nell’apparato del potere statale: ma sono, appunto, vecchi. Il futuro non appartiene né ai vecchi cardinali, né ai vecchi uomini politici, né ai vecchi magistrati, né ai vecchi poliziotti. Il futuro appartiene alla giovane borghesia che non ha più bisogno di detenere il potere con gli strumenti classici; che non sa più cosa farsene della Chiesa, la quale, ormai, ha finito genericamente con l’appartenere a quel mondo umanistico del passato che costituisce un impedimento alla nuova rivoluzione industriale; il nuovo potere borghese infatti necessita nei consumatori di uno spirito totalmente pragmatico ed edonistico: un universo tecnicistico e puramente terreno è quello in cui può svolgersi secondo la propria natura il ciclo della produzione e del consumo. Per la religione e soprattutto per la Chiesa non c’è più spazio. La lotta repressiva che il nuovo capitalismo combatte ancora per mezzo della Chiesa è una lotta ritardata, destinata, nella logica borghese, a essere ben presto vinta, con la conseguente dissoluzione “naturale” della Chiesa.
 
Sembra folle, ripeto, ma il caso dei jeans “Jesus” è un spia di tutto questo.
Coloro che hanno prodotto questi jeans e li hanno lanciati nel mercato, usando per lo slogan di prammatica uno dei dieci Comandamenti, dimostrano -probabilmente con una certa mancanza di senso di colpa, cioè con l’incoscienza di chi non si pone più certi problemi- di essere già oltre la soglia entro cui si dispone la nostra forma di vita e il nostro orizzonte mentale.
C’è, nel cinismo di questo slogan, un’intensità e una innocenza di tipo assolutamente nuovo, benché probabilmente maturato a lungo in questi ultimi decenni (per un periodo più breve in Italia). Esso dice appunto, nella sua laconicità di fenomeno rivelatosi di colpo alla nostra coscienza, già così completo e definitivo, che i nuovi industriali e nuovi tecnici sono completamente laici, ma di una laicità che non si misura più con la religione. Tale laicità è un “nuovo valore” nato nell’entropia borghese, in cui la religione sta deperendo come autorità e forma di potere, e sopravvive in quanto ancora prodotto naturale di enorme consumo e forma folcloristica ancora sfruttabile.
Ma l’interesse di questo slogan non è solo negativo, non rappresenta solo il modo nuovo un cui la Chiesa viene ridimensionata brutalmente a ciò che essa realmente ormai rappresenta: c’è in esso un interesse anche positivo, cioè la possibilità imprevista di ideologizzare, e quindi rendere espressivo, il linguaggio dello slogan e quindi presumibilmente, quello dell’intero mondo teconologico. Lo spirito blasfemo di questo slogan non si limita a una apodissi, a una pura osservazione che fissa la espressività in pura comunicatività. Esso è qualcosa di più che una trovata spregiudicata (il cui modello è l’anglosassone “Cristo super-star”): al contrario, esso si presta a un’interpretazione, che non può essere che infinita: esso conserva quindi nello slogan i caratteri ideologici e estetici della espressività. Vuol dire – forse – che anche il futuro che a noi – religiosi e umanisti – appare come fissazione e morte, sarà in un modo nuovo, storia; che l’esigenza di pura comunicatività della produzione sarà in qualche modo contraddetta. Infatti lo slogan di questi jeans non si limita a comunicarne la necessità del consumo, ma si presenta addirittura come la nemesi – sia pur incosciente – che punisce la Chiesa per il suo patto col diavolo. L’articolista dell'”Osservatore” questa volta sì è davvero indifeso e impotente: anche se magari magistratura e poliziotti, messi subito cristianamente in moto, riusciranno a strappare dai muri della nazione questo manifesto e questo slogan, ormai si tratta di un fatto irreversibile anche se forse molto anticipato: il suo spirito è il nuovo spirito della seconda rivoluzione industriale e della conseguente mutazione dei valori.
 
Pier Paolo Pasolini, Scritti Corsari (cortesemente trascritto da sor lurè)