Category Archives: querulopatia

giornalismo spazzatura

Oggi Il Messaggero tocca il fondo pubblicando il pezzo di Laura Bogliolo, che decide di raccontare l’esperienza del Baobab di Via Cupa (seguita e variamente sostenuta da oltre 16000 persone) dalla prospettiva di un meccanico e dell’Associazione Rinascita Tiburtina (seguita da 115 persone)…
Se il Baobab è riuscito, col sostegno di parte della cittadinanza, a soddisfare in un anno le esigenze alimentari e sanitarie di 35000 persone, la prospettiva dei volontari è per me più rilevante dell’opinione di un mazzetto di bottegai.

Le iene brevimiranti

La gente di Guado era stata attirata alla palude dallo schiamazzo delle iene, che erano incapaci di mantenere un segreto. Le loro risate isteriche, il cui tono variava dal suono cupo e sicuro di sé del capo allo stridulo falsetto degli animali più dipendenti del branco, si potevano udire da molto lontano. Ora si erano ritirate tra i pini e andavano strisciando intorno, tradendo la loro ansietà con occasionali guaiti.

da La danza della tigre. Un romanzo glaciale, Bjorn Kurten, Editori Riuniti, trad. di Paola Campioli

Appunto per chi scrive, che poi coincide con chi legge: CDD, a.k.a. Smilax, a.k.a. Stracciabraghe, pianta rampante costiera, fitogeograficamente collocabile tra le pioniere robuste e tenaci.

non per te

arion

Chi, pur potendo, non è venuto oggi a mirare le casse di libri, non avrà mai bisogno delle cure di Alfredo Salafia e, come avrebbe detto Leo Ferrè “siete buoni solo per le librerie Arion” (quelle che a un incremento di dimensioni del carattere scelto per la dicitura LIBRERIA nell’insegna, fanno corrispondere una diminuzione del numero di titoli in catalogo a vantaggio di Moleskine e calamite da frigo).

Carmila

29 aprile 1913 (Pietroburgo)

vivian maier 2

Cara, non mi scrivi niente. Non so niente di te, se pensi di tornare, come e di che cosa vivi.
L’altro ieri è stato da me Stanislavski, è rimasto da me nove ore di file e abbiamo parlato senza interruzione. è straordinario, come sempre, naturalmente. Però, forse perché è molto invecchiato, forse perché in lui non c’è del mio e il mio non gli interessa, è risultato che non ha capito niente del mio dramma, non l’ha assolutamente recepito, non ha provato nessun sentimento. Si è anche scusato, aveva paura di danneggiarmi e così via, ha detto che non aveva capito e che bisognava considerare che gli avevo raccontato soltanto lo schema (dopo la lettura, gli ho raccontato tutto dall’inizio, spigandogli, come a un bambino; qualcosa ha capito, freddamente, ha improvvisato, ha recitato, da attore, è arrivato talvolta alla volgarità). Mi ha raccontato molte cose del suo studio, e oggi con la mamma vado a vedere un suo lavoro.
S. non mi ha “danneggiato”, il mio dramma mi piace, inoltre, parlandone con S., ancora una volta mi sono convinto che è giusto. Tuttavia è triste. Di nuovo devo tornare a scrivere tenendo tutto “nel cassetto” (…)

A.

da La fidanzata di lillà. Lettere a Ljuba, Aleksandr Blok, Editori Riuniti

lettera di Pavese a Linder

Torino, 29 settembre 1947

Caro Linder,
mentre attendiamo i libri nuovi (Lowry, Honig, Bourdet), le rimando i due romanzacci: Steps going down e The story of Mr.Murphy. Sono di quei libri di larga umanità e non senza insegnamento, che mi schifano.
La Nagel mi ha dato il Sargeson. Henriques l’ho avuto.
Grazie e saluti.

Pavese

da Lettere 1945-1950, Cesare Pavese, Einaudi

Lettera dedicata all’amico Federico Fantinel

L’avvocato G., la zia Anita

“Li credi malati, tu?… Uno geme… un altro rutta… Quello barcolla… Questo è pieno di pustole… Vuoi vuotar tutta la sala d’aspetto? Istantaneamente? … anche di quelli che s’accaniscono ad espettorare fino a farsi schiattare il petto? Proponi una botta di cinema! … un aperitivo gratis, sbattuto in faccia!… vedrai quanti ne resteranno… Se vengono a cercarti, è soprattutto perché si scocciano. Mica ne vedi uno la vigilia d’una festa… Ai disgraziati, ricorda quel che ti dico, manca un’occupazione, mica la salute…Voglion semplicemente che tu li distragga, che tu li metta di buon umore, che tu li interessi coi loro rutti, i loro gaz… i loro scricchiolii…che tu gli scopra delle flatuosità… delle febbriciattole… dei borborigmi… degli inediti! Che tu ti dilunghi… che tu t’appassioni… Per questo hai la tua laurea… Ah! Divertirsi con la propria morte mentre uno sta fabbricandosela, ecco tutto l’Uomo, Ferdinand! Se li tengon cari, quelli, i loro scoli, le loro sifilidi, i loro tubercoli. Ne han bisogno! E della vescica piena di bave, del retto in fiamme, di tutto questo mica gl’importa nulla! Ma se ti darai da fare, se saprai interessarli, aspetteranno te per morire, è il tuo guiderdone! Ti verranno a scovare fino all’ultimo.”

da Morte a credito, Louis-Ferdinand Céline, Garzanti, versione di Giorgio Caproni

quotidiani

Se la stampa si proponesse di far sì che il lettore possa appropriarsi delle sue informazioni come di una parte della sua esperienza, mancherebbe interamente il suo scopo. Ma il suo intento è proprio l’opposto, ed essa lo raggiunge. È quello di escludere rigorosamente gli eventi dall’ambito in cui potrebbero colpire l’esperienza del lettore. I principî dell’informazione giornalistica (novità, brevità, intelligibilità e, soprattutto, mancanza di ogni connessione fra le singole notizie) contribuiscono a questo effetto non meno dell’impaginazione e della forma linguistica. Karl Kraus ha mostrato infaticabilmente come e fino a che punto l’uso linguistico dei giornali paralizzi l’immaginazione dei lettori). La rigida esclusione dell’informazione dall’esperienza dipende anche dal fatto che essa non entra nella tradizione.

da Agelus Novus. Saggi e frammenti, Walter Benjamin, Einaudi, a cura di Renato Solmi

polizia

Prehistoric bird, Fred Becker, 1941

 

L’aspetto ignominioso di questa autorità – che è avvertito da pochi solo perché le sue attribuzioni bastano di rado agli interventi più massicci, ma possono operare tanto più ciecamente nei settori più indifesi e contro le persone accorte da cui le leggi non proteggono lo Stato-, consiste in ciò che, in essa, è soppressa la divisione fra violenza che pone e violenza che conserva la legge. Se si esige dalla prima che mostri i suoi titoli nella vittoria, la seconda è soggetta alla limitazione di non doversi porre nuovi fini. La polizia è emancipata da entrambe le condizioni. Essa è potere che pone -poiché la funzione specifica di quest’ultimo non è che di promulgare le leggi, ma qualunque decreto emanato con forza di legge-, ed è potere che conserva il diritto, poiché si pone a disposizione di quegli scopi. L’affermazione che gli scopi del potere di polizia siano sempre identici o anche solo connessi a quelli del rimanente diritto, è profondamente falsa. Anzi, il diritto della polizia segna proprio il punto in cui lo Stato, vuoi per impotenza, vuoi per le connessioni immanenti di ogni ordinamento giuridico, non è più in grado di garantirsi -con l’ordinamento giuridico- gli scopi empirici che intende raggiungere ad ogni costo. perciò la polizia interviene, “per ragioni di sicurezza”, in casi innumerevoli in cui non sussiste una chiara situazione giuridica, quando non accompagna il cittadino, come una vessazione brutale, senza alcun rapporto con fini giuridici, attraverso una vita regolata da ordinanze, o addirittura non lo sorveglia.

(…)

E benché la polizia, nei particolari, si somigli dovunque, non si può tuttavia fare a meno di riconoscere che il suo spirito è meno distruttivo dove essa incarna (nella monarchia assoluta) il potere del sovrano, in cui si congiunge la pienezza del potere legislativo ed esecutivo, che nelle democrazie, dove la sua presenza, non sollevata da un rapporto del genere, testimonia della massima degenerazione possibile della violenza.

da Per la critica della violenza, in Angelus novus, Walter Benjamin, Einaudi, trad.di Renato Solmi