Category Archives: proprietà emergenti

sull’assunzione di configurazioni

Ben presto cominciai a pensare l’arena, e i suoi film, come un album di temperamenti, di comportamenti possibili nelle diverse circostanze della vita; ogni figura proponeva un suo modo attraverso i gesti e il tono, e di quella complessione qualcosa mi restava immancabilmente appiccicato, davvero una piccola impronta: da fumatore, quando fosse venuto il momento, avrei voluto accendere la sigaretta così, da guidatore avrei tenuto il volante con quella posizione, da respinto me ne sarei andato con quella stessa curvatura di spalle. Tra i protagonisti aderii spontaneamente a quelli comici e surreali, amavo il fraintendimento e l’equivoco di ogni circostanza, quella era per me la fantasia, mostrava come ci fosse un altro punto di vista, dirompente, con cui attraversare gli eventi e le parole.

da Cinema, in In questa luce, Daniele Del Giudice, Einaudi

Le storie, i sentimenti, i personaggi, la descrizione: riuscire a renderli totale provvisorietà; levare a ogni frase la terra sotto i piedi, levarle il fondamento, col gesto stesso con cui ci sforziamo di affidarla alla stabilità. Ogni racconto ci appare oggi simultaneamente del tutto  fondato e al tempo stesso del tutto infondato. Questo secolo ci ha educato alla memoria di entrambe tali condizioni. Questo continuo e duplice carattere di fondatezza e infondatezza della narrazione è una dimensione di probabilità. È ciò che risuona oggi nel limite estremo della scrittura: un movimento sotterraneo ed essenziale di probabilità e improbabilità continue. Ha a che fare, forse, proprio con l’ombra, con la quantità di ombra che il linguaggio porta con sé, che ogni parola porta con sé nel suo medesimo far luce, dunque dell’ombra che ciascuno di noi riesce a trattenere, a conservare e a far «parlare» all’interno della continua e probabile, puramente probabile luce delle parole.

da In questa luce, Daniele Del Giudice, Einaudi

amore (quasi o breve) sineddochico

L’alba; subito fuori della Stazione Vittoria, un botteghino di tabacchi; ed a me, giusto, occorrevano fiammiferi. Ma il mio inglese era troppo barbaro e soprattutto timoroso, perché io potessi buttarmi; mi limitati dunque ad indicare i desiderati fiammiferi; e dallo sportellino uscì la prima mano londinese. Femminile, si capisce; la quale frugo’ nella mia protesa a coppa, colma di spiccioli, e, piacevolmente solleticandomi il palmo, ne trasse il dovuto. Piuttosto, che mano; bianca, affusolata, ben lisciata, mano di fanciulla londinese insomma:  la più bella e persuasiva conoscenza colla città.

da Una Londra personale, in Del meno, Tommaso Landolfi, Rizzli

 

Oblomov sa bene che basta intravedere un gomito attraverso una porta.

eccoti tornato

Eccoti tornato, la mente sempre piena di quest’agitazione che ha continuato a crescere e incupirsi da quando questo treno è partito, il corpo formicolante di queste fitte di stanchezza che di quarto d’ora in quarto d’ora diventano più acute, intervenendo sempre più violente nel corso dei tuoi pensieri, disturbando il tuo sguardo quando ti sforzi di applicarlo a un oggetto o a una faccia, stimolandoti bruscamente verso una di quelle zone dei tuoi ricordi o dei tuoi progetti che prudentemente desideri evitare, che ribollono, fermentano, si agitano in questa riorganizzazione delle immagini di te stesso e della tua vita che si sta compiendo, scorre implacabilmente senza che la tua volontà vi prenda parte, questa metamorfosi oscura di cui, lo senti perfettamente, percepisci solo una minima parte, di cui i movimenti originari e quelli conclusivi ti restano in gran parte sconosciuti e sui quali ti sarebbe tanto necessario proiettare qualche lume, neanche i più duri studi, la più minuziosa pazienza costituirebbe eccessivi sforzi per far retrocedere anche un tantino di ombra, per darti sia pure un minimo di presa e di libertà su questo determinismo che per il momento si massacra nella notte, questo gran lavorio che si produce in te, distruggendo a poco a poco il tuo personaggio, questo cambiamento di luce e di prospettiva, questa rotazione dei fatti e dei significativi, fonte della tua stanchezza e delle circostanze, fonte di questa decisione che tu immaginavi appartenerti, della tua situazione nello spazio delle condotte umane, e traducendosi in stanchezza che è come il suo rumore e il suo ansimare, ed essendo cosparso di questo sudore quasi secco che fa attaccare la biancheria alla tua pelle, scavando questa specie di vertigine, questa disfunzione del tuo sistema digestivo e respiratorio, di questo malessere, di questa debolezza improvvisa, di questa titubanza che ti fa stare sul chi va là, di questo appesantimento delle palpebre e della testa che ti fa non proprio sedere ma crollare al tuo posto senza preoccuparti di ritirare il libro che avevi lasciato e che tiri fuori di sotto le cosce penosamente, appoggiandoti all’angolo (…)

da La modificazione, Michel Butor, Mondadori, trad. autorizzata di Oreste del Buono

Perin del Vaga – Luca Cambiaso – scuola lombarda – Georges de la Tour

Cristo davanti a Caifa
Genova, Galleria di Palazzo Bianco (deposito dell’Accademia Ligustica)

“è stato ben a ragione definito il più grande notturno del ‘500 ed in verità le soluzioni luministiche attuate in questo dipinto ebbero larga eco specialmente nel secolo successivo. Particolare significato presentano le relazioni con l’opera del La Tour (Mostra didattica del 1951 a Palazzo Bianco”

da Luca Cambiaso e la sua fortuna, AA.VV. (Angelo Costa, Caterina Marcenaro, schede redatte da Giuliano Frabetti e Anna Maria Gabbrielli, allestimento della mostra curato dal pittore Eugenio Carmi), Ente Manifestazioni Genovesi, Palazzo dell’Accademia, Genova, Giugno-Ottobre 1956

un collage

Un uovo di pasqua alto così – posso essere utile? – in inglese o in italiano? – preferirei direttive precise – io amo nadia fusini – indifferente – non si vince più – c’è pure una mappa – libreria incanto – è un segno – ormai non c’è più la libreria né l’amica – con la perdita dell’innocenza – praticamente bilingue – so valutare debiti e crediti – questione di possibilità – se non avessi letto Eliot … – trattori e lavatrici – un inchino a terra – non sono mai riuscito a leggerlo – un amico milanese – potrei seguirla all’infinito, questo è il mio campo – macché pagàno! – un cardinale – titolo irresistibile per noi – è caratteriale – la sua amica con la smart – è un brutto periodo – più in là – buona giornata.

L’unità

(…) l’unità di un gruppo di poesie (il poema) non è un astratto concetto da presupporsi alla stesura, ma una circolazione organica di appigli e di significati che si viene via via concretamente determinando. Succede anzi che, composto tutto il gruppo, la sua unità non ti sarà ancora evidente e dovrai scoprirla sviscerando le singole poesie, ritoccandone l’ordine, intendendole meglio. Mentre l’unità materiale di un racconto si fa per così dire da sé ed è cosa naturalistica per il meccanismo stesso del raccontare.

da A proposito di certe poesie non ancora scritte, appendice a Lavorare stanca, Cesare Pavese, Einaudi

ancora sul barzottismo

Nella Bibbia, Dio crea il mondo dal nulla. Sin dal big bang, contiguità inquietante tra il puro essere e il nulla. Nel “passaggio dal nulla all’essere” nota Hegel “vi è un punto in cui l’essere e il nulla coincidono e la differenza loro sparisce” (Hegel, Scienza della Logica, Laterza). È in questa coincidenza di essere e nulla, “puro vuoto” carico di tensione, che vive per un tempo non numerabile l’estatico (e in cui sprofonda l’angosciato).

da La mente estatica, Elvio Fachinelli, Adelphi