Category Archives: proprietà emergenti

Io lo chiamo eros

è l’eros a stimolare il pensiero:
“Io lo chiamo eros, secondo le parole di Parmenide il più antico tra gli dei (…) Il colpo d’ala di quel dio mi sfiora ogni volta che compio un passo essenziale nel pensiero e mi avventuro per una strada inesplorata”.

da Anima mia diletta!”  – Lettere di Martin Heidegger alla moglie Elfirede 1915-1970, Il Melangolo, trad.di P.Massardo e P.Severi (cit. da Byung-Chul Han ne La scomparsa dei riti, Nottetempo)

I drop down to hear my mind breathing out

Deep, deep down in the long roots of doubt
I stop,so I could sigh some more breathing out
Oh, but I could not breathe in
As this moment rose the dream is gone
Oh, steering these waters you show me dawn
That I adore
Made me want so much more

Long, long gone in this field of draught
I drop down to hear my mind breathing out
Oh, but I could not breathe in
As this, I’ll source the pain is gone
Oh, clearing these waters you show me dawn
That I adore
Made me want so much more

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Going to the dogs è un espressione inglese «andare in rovina»,  “toccare il fondo”.

Il nostro modo di vedere le cose è influenzato da ciò che sappiamo o crediamo

Nel medioevo, quando gli uomini credevano all’esistenza fisica dell’Inferno, la vista del fuoco aveva probabilmente un significato diverso da quello attuale. Il loro concetto di Inferno doveva, però, essere strettamente correlato alla vista del fuoco che consuma e delle ceneri che rimangono; nonché all’esperienza di dolore provocato dalle bruciature.

Quando si è innamorati, la vista della persona amata ha una pienezza che nessuna parola e nessun abbraccio riescono a eguagliare: una pienezza che soltanto l’atto del fare l’amore può temporaneamente raggiungere.

Eppure questo vedere che viene prima delle parole, e di cui esse non riescono mai a dare del tutto conto, non dipende dalla reazione meccanica a uno stimolo. (La si può vedere in questi termini solo se si isola quell’esigua parte del processo che riguarda la retina). Vediamo solamente ciò che guardiamo. Guardare è un atto di scelta. Il risultato di tale atto è che quanto vediamo si pone alla nostra portata. Anche se non necessariamente alla portata della nostra mano. Toccare è mettersi in relazione con quanto si tocca. (Chiudete gli occhi, muovetevi per la stanza e noterete come la facoltà di toccare non sia che una sorta di visione statica e limitata). Noi non guardiamo mai una cosa soltanto; ciò che guardiamo è, sempre, il rapporto che esiste tra noi e le cose. La nostra visione è costantemente attiva e costantemente mobile. E, costantemente, costringe le cose a girarle attorno, costruendo ciò che ci circonda nella nostra individualità.

Poco dopo aver imparato a vedere, ci accorgiamo che possiamo essere a nostra volta visti. L’occhio altrui si combina con il nostro per rendere pienamente credibile il nostro essere parte del mondo visibile.

Questione di sguardi. Sette inviti al vedere fra storia dell’arte e quotidianità, John Berger, Il Saggiatore, trad. di Maria Nadotti

Appunti:

– il nostro modo di vedere le cose è influenzato dal nostro desiderio (corrispondenza biunivoca tra vittima e carnefice)

– 9.4        5.       9..5.00 di cui sopra, ho sempre ritenuto (e di conseguenza mi sono tenuta) 7.          2.2            8.00.     2.6.00.4..        cercare 4.7.2.0.3.2.1.       .01.4..4. quali il 1.2.40.      9.4         3.2.  o il 9.6..40.       9.995.7.3.21.

– guardare come guatare, con l’avidità proiettiva (e narcisista), carburante per il motore della mitopoiesi;

– riprendere (ancora) Adriana Cavarero (Tu che mi guardi, tu che mi racconti) e Gertrude Stein e spingere fino a ‘tu che rendi pienamente credibile il mio essere parte del mondo visibile” (corrispondenza biunivoca?)

Machine

In generale le classi di quegli affetti che potrebbero essere definiti più passivi o delicati, come i sentimenti teneri o sentimentali, sono in gran parte assenti dall’esperienza cosciente del paranoide, il che sembra accadere tanto in quei paranoidi furtivi e costretti, quanto in quelli arroganti e megalomani. La tenerezza e il sentimento, in altre parole, sono ugualmente incompatibili sia in un ambito mentale generale rigidamente teso e sorvegliato, sia in uno arrogante e militante. Dove si manifestano dei sentimenti teneri e sentimentali, essi sono di solito ritenuti deboli o effeminati, e sono considerati con vergogna se sono interni, con sdegno se si manifestano in qualcun altro. Non solo il campo degli affetti, ma anche il campo degli interessi si contrae e si restringe in queste persone. La giocosità scompare e gli interessi scherzosi di solito sono assenti. Le persone paranoidi di solito non si interessano di arte o di estetica. è probabile che ai loro occhi tali interessi siano fiacchi, deboli, effeminati. Infine c’è un’ultima parte dell’esperienza soggettiva che si restringe, e che possiamo aggiungere a questo elenco, anche se la indicherò soltanto come un’impressione che sarebbe difficile confermare. Ho l’impressione che sotto un totale regime  paranoide di rigida mobilitazione ci sia anche una costrizione dell’esperienza fisica, sessuale; ad esempio, la sessualità tende a diventare meccanica e il piacere sessuale diminuisce.

 Considerato il generale restringimento dei loro interessi, è interessante notare che i paranoidi hanno spesso un grande interesse per le cose meccaniche, per gli strumenti, le apparecchiature elettriche e simili. Il che vale a prescindere dalla frequenza con cui tali elementi compaiono nel contesto del delirio paranoide. In realtà il loro sentimento comporta più che un semplice interesse. Le persone paranoidi spesso sembrano avere un rispetto speciale, e forse esorbitante, per cose e schemi meccanici, come calcolatrici, schemi di automazione e simili. In realtà il loro rispetto per cose e metodi meccanici e elettronici contrasta nettamente con il disprezzo che nutrono per buona parte di quel che è umano, e specialmente per quei casi che considerano di un’umanità rammollita, fiacca, difettosa, come i deboli e i malati, le persone sentimentali o le donne. Nel complesso, dal loro rispetto per l’una cosa e disprezzo per l’altra si ha facilmente l’impressione che preferirebbero un mondo completamente meccanizzato, in cui fossero eliminati gli aspetti sdolcinati e le indulgenze sentimentali insite nell’umana natura. Tali atteggiamenti chiariscono vieppiù che la mobilitazione del paranoide, con la sua rigida, meccanica direzionalità di comportamento, non è una misura aliena, presa per emergenza e con rammarico, ma, al contrario, è un modo costante di funzionamento intessuto di atteggiamenti che lo sostengono; e se molti caratteri paranoidi ne avessero il potere, senza dubbio tale modo sarebbe ancora perfezionato.

da Lo stile paranoide, in Stili nevrotici, David Shapiro, Casa Editrice Astrolabio, 1969

TAT test: giocando con Ingeborg

The meaning of your responses

This project is designed to give you information about both language use and personality assessment. The picture you were asked to describe came from the Thematic Apperception Test, or TAT. The purpose is to see how individuals reveal parts of their own personalities while looking at an ambiguous picture. The words that you used were analyzed using the LIWC (Linguistic Inquiry and Word Count) program developed at the University of Texas and University of Auckland in New Zealand. If you would like to get more information on LIWC, go to www.liwc.net.

Date/Time: 26 August 2020, 3:43 pm
 
Your TAT description: Two collegues are working on an experiment: even if they are at the same professional level, the man feels the right of checking how she is proceeding in the experiment; she is tollerating his presence, feeling uncomfortable. Is not to be excluded that the man, instead of really paying attention at what is happening during the experiment, is evaluating the fuckability of the collegue.
 
LIWC dimension               Your data        Average
Need for Achievement           5.8                   5.6
Need for Affiliation                  1.1                   1.3
Need for power                          1.7                   1.8
Self-references (I, me, my)    0.5                  0.8
Social words                                 11.4              12.0
Positive emotions                       1.8                  2.1
Negative emotions                     1.5                 1.6
Big words (> 6 letters)               18.7             17.7
 
Big words (words with more than 6 letters): Use of big words is weakly related to higher grades and standardized test scores. People who use a high rate of big words also tend to be less emotional and oftentimes psychologically distant or detached.

Otto Kranewitzer, il postino di Klagenfurt

Io: Da allora so cosa è il segreto postale. Oggi sono già in grado di figurarmelo perfettamente. Dopo il caso Kranewitzer ho bruciato la mia posta vecchia di anni, poi ho cominciato a scrivere lettere completamente diverse, per lo più a tarda notte, fino alle otto del mattino. Ma per me contano solo quelle lettere che non ho mai spedito. In questi quattro, cinque anni debbo aver scritto circa diecimila lettere, per me sola, dove c’era tutto. Molte lettere non le apro nemmeno, cerco di esercitarmi nel segreto postale, di elevarmi al livello del pensiero di Kranewitzer, di comprendere cos’è l’illecito, quell’illecito che potrebbe essere costituito dal leggere una lettera.  (…)

Malina: Perché ti sta tanto a cuore il segreto postale?

Io: Non per via di questo Otto Kranewitzer. Per me. Anche per te. E all’università di Vienna ho giurato su quella mazza. Fu il mio unico giuramento. A nessuno, a nessun rappresentante di una religione o di una politica sono stata mai capace di giurare. Già da bambina, quando non riuscivo a difendermi altrimenti, mi ammalavo subito gravemente, avevo delle vere e proprie malattie con la febbre alta, e non mi si poteva costringere a giurare. Tutti quelli che hanno fatto un solo giuramento lo sentono pesare di più. Più giuramenti si possono violare, ma uno solo no.

(pp.214 e 215 ) Malina, Ingeborg Bachmann, Adelphi, trad. di Maria Grazia Manucci

“Quando una donna dice a un uomo, ti strozzo, si tratta di una metafora, perché non ha a forza di farlo. La sua rabbia si rivolge dunque contro se stessa: ogni suicidio è un omicidio spostato. L’odio che non trova espressione diviene una tossina mortale, provoca un avvelenamento”

di Giannina Longobardi da Chi cade ha ali. Una lettura di Ingeborg Bachmann

l’insignificanza della condizione umana

(…) Ma la coscienza acuta e indistruttibile che ogni uomo ha della propria individualità, della propria originalità, che è condannato ad affermare a discapito di quella degli altri, ci separa dal resto; se “il naturale” non è completamente inaccessibile, sarà per il tramite delle arti e delle tecniche che a volte, realizzando i loro scopi essenzialmente umani, stabiliscono ancora una comunicazione oltre le barriere individuali. La musica popolare, soprattutto quella delle mie parti, è un esempio di tale risultato: non perché vi si esprima un’ipotetica anima collettiva, ma perché accosta intimamente il nero sconforto alla gioia più cristallina, restituendoci così l’insignificanza originaria della condizione umana.

Pierre Pachet

buoni da morire

Ritrovatosi sulla strada con i ragazzi, che portavano ciascuno una coperta e un tascapane e lo seguivano strascicando i piedi nella polvere, padre Péricard si era diretto verso l’interno, allontanandosi dalla Loira che riteneva piena di pericoli e inoltrandosi nei boschi. Ma già la truppa vi si era accampata, e il sacerdote pensò che i soldati sarebbero stati presto avvistati dagli aerei: dunque il pericolo era altrettanto grande lì nel bosco che lungo le rive del fiume. Così, abbandonando la statale, imboccò un percorso sassoso, quasi un sentiero, lasciando che l’istinto lo portasse a un qualche abituro isolato, come quando, in montagna, guidava il suo gruppo di sciatori verso un rifugio perduto nella nebbia o nella tormenta. Questa, invece, era una splendida giornata di giugno, così calda e luminosa che i ragazzi ne erano come inebriati. Rimasti in silenzio finoa  quel momento, e buoni, troppo buoni, ora si spintonavano, gridavano, e a padre Péricard arrivavano risate e frammenti soffocati di canzoni. Tese l’orecchio e colse un ritornello osceno sussurrato alle sue spalle, una sorta di bisbiglio a fior di labbra. Allora propose loro di cantare in coro una marcetta. Fu lui a iniziare a scandendo vigorosamente le parole, ma solo qualche voce lo eguì. Pochi istanti dopo tutti tacquero. A quel punto anche lui si mise a camminare in silenzio, domandandosi quali oscuri desideri, quali sogni quell’improvvisa libertà suscitasse nei poveri ragazzi. Uno dei piccoli si fermò di colpo e gridò: “Oh, una lucertola! Una lucertola! Guardate!” Fra due pietre al sole apparivano e sparivano agili code, spuntavano piccole teste piatte, gole palpitanti pulsavano rapide per lo spavento. I ragazzi guardavano affascinati. Qualcuno si era perfino inginocchiato sul sentiero. Il prete pazientò per alcuni secondi, poi li esortò a riprendere il cammino. Docili, i ragazzi si rimisero in piedi, ma nello stesso istante dalle loro mani partirono, come proiettili, dei sassi, scagliati con tanta abilità e una rapidità così sorprendente che due lucertole, le più belle, le più grandi, di un grigio delicato quasi azzurro, restarono uccise sul colpo.

“Perché lo avete fatto?” esclamò il prete in tono irritato.

Nessuno rispose.

“Perché? è un’azione vile!”.

“Ma sono come le vipere, mordono” disse un ragazzo dalla faccia smorta e stralunata e dal lungo naso a punta.

“Che sciocchezza! Le lucertole sono del tutto inoffensive”.

“Ah! Noi non lo sapevamo, padre!” replicò quello con una voce da teppista e una finta innocenza che non ingannarono il prete.

da Suite francese (cap. 25) di Irène Némirovsky, Adelphi, trad. di Laura Frausin Guarino

 

Kätchen e Pentesilea

Chi infatti ama la Kätchen non può non comprendere la Pentesilea, perché esse vanno appaiate come il + e il – dell’algebra e sono la medesima creatura, immaginata però in relazioni antitetiche.

Dalla lettera (Dresda, 8 dicembre 1808) di Heinrich von Kleist ad Heinrich Josef von Collin, citata a pag.9 dell’introduzione di Ervino Pocar alla Pentesilea, Guanda