Category Archives: poesia

Moto a luogo

Moto a luogo verso
quel tempo e quel luogo
giorno per giorno cose convogliate
sospinte in quella zona
tanto simile a un mare
con alto livello di freschezza
lampeggiante e preciso
fra contorni nebbiosi
tempo e luogo da dire
coi modi del futuro
ogni giorno poggiati
umilmente sul solo
supporto della mente.

da L’osso, l’anima, Bartolo Cattafi, Mondadori, Lo Specchio, 1964

Raccapriccio

Era come se  l’irrimediabile si fosse compiuto:
L’orrore era al suo culmine
Insieme alla disperazione
E allo sconforto.
E ciò che si estendeva
A tutta la mia vita spirituale futura.
Dio allora si era reso introvabile.
C’era un punto nero
Dov’era confluita la mia sorte
Che restava lì
Inchiodata
Fin quando il tempo
Non venga riassorbito dall’eternità.

da Poesie della crudeltà, di Antonin Artaud, Stampa Alternativa, trad. di Pasquale Di Palmo

Poeta, non letterato

Che cosa significa che un poeta si fermi più del lecito a sfruttare il paese? Significa che finga a sé stesso di non sapere quel che già sa. Fonte della poesia è sempre un mistero, un’ispirazione, una commossa perplessità davanti a un irrazionale – terra incognita. Ma l’atto della poesia – se è lecito distinguere qui, separare la fiamma dalla materia divampante – è un’assoluta volontà di veder chiaro, di ridurre a ragione, di sapere. Il mito e il logo. Chi ha veduto una volta la propria ispirazione, chi ha ridotto a parole, a discorso, articolandola nel tempo e nello spazio, l’estatica meraviglia dell’essere, si rassegni e a proposito del mito in questione non finga a sé stesso, per rigustare il tormentoso piacere, una verginità che ha perduto. Se, beninteso, la sua occhiata, la sua riduzione dal mito a figura, è stata esauriente e sovrana (e quest’occhiata non è mai folgorante; occorrono giorni e anche anni di tormentosi tentativi e di ricerche); costui può contentarsi e attendere con equanimità che dal groviglio della coscienza, del ricordo e della macerazione gli nasca una nuova verginità, una nuova ispirazione, un nuovo mito. Per ora dovrà contentarsi. O fingendo di non sapere quel che già sa, cincischiare il pubblicato mistero e farsi letterato.

da Poesia è libertà, Saggi sul mito, Cesare Pavese, La Noce d’Oro, Tebaide, 2021

Obbligo di fedeltà

Per le vie della città c’è il mio amore. Poco importa
dove va nel tempo diviso. Non è più l’amore mio, chiunque
può parlargli. Non ricorda più; chi fu ad amarlo?

Cerca il suo pari nell’augurio degli sguardi. Lo spazio
che percorre è la mia fedeltà. Delinea la speranza e leggero
la congeda. E’ preponderante senza prender parte.

Io vivo in fondo a lui come un felice relitto. A sua insaputa,
la mia solitudine è il suo tesoro. Nel grande meridiano
dove s’iscrive il suo slancio, la mia libertà lo scava.

Per le vie della città c’è il mio amore. Poco importa
dove va nel tempo diviso. non è più l’amor mio, chiunque
può parlargli. Non ricorda più; chi fu ad amarlo e
chi gli fa lume da lontano affinché non cada?

da Poesie e prose, René Char, Feltrinelli, Biblioteca di Letteratura, trad. di Giorgio Caproni

Duet and Gratitude

DUET

Sometimes, when we came together, you scream
like you are being born. I sing like I am dying.

My skin in the morning cool, my feet on
the boards, finding my slippers. Pushing open
the gate of the kettle, for warmth. You are
in bed with a smile on your sleeping mouth.

You play Arab music, French music,
Madagascan music that I’ve never heard
I play UK rappers, minimal techno,
Alice Coltrane. Your hair is tied up with
colourful cloth as you move from the hips
through the flat. We cook for eachother.
We dedicate days to our lovemaking
Any less than a full day and you look at me, hurt.

I maintain a full wave at my neighbours
But worry about what they hear through the walls –
Aware of how often we wake the night
and call out for each other

GRATITUDE

I have seen us
Sat together in the evening

Not saying much.
Listening to the fire.

Or laid out on the camping mat,
Your fingertips pulling

At strands of my hair.
Or dancing

To flamenco in the living room.
Well – you dancing.

Me awe-struck, clutching
Your hips.

Your name like a bird
Trying to burst out of my throat

da Running upon the wires,/Un arpeggio tra le corde, Kae Tempest, Edizioni e/o a cura di Riccardo Duranti

Scende da cavallo

Scende da cavallo, le offre la coppa
Dell’addio. Le chiede dove va
E perché deve. Io leggo questa poesia di un altro,
La riscrivo, la trasformo. ” Amico mio,

La felicità mi ha sorriso poco su questa terra.
Dove vado? Io cerco in queste montagne
Il silenzio, la pace del cuore. E’ la mia patria,
Non errerò mai più lontano da essa.

Il mio cuore? Va verso la sua ora?
Ma guarda, questa terra che amiamo è rifiorita,
E’ primavera, è nuovamente come nuova,

Le cime ovunque ridiventano blu.
Ti dirò addio? No, che per sempre,
Per sempre scrosci l’acqua, rifiorisca l’erba!”

da L’ora presente, Yves Bonnefoy, Mondadori, Lo Specchio, 2013 Trad.di Fabio Scotto

***

Il descend de cheval

 

Il descend de cheval, il lui offre la coupe
De l’adieu. Il lui demamnde où elle va
Et porquoi il le faut. Je lis ce poème d’un autre
Je le réécris, le transforme. “Mon ami,

Le bonheur ne m’a guère souri su cette terre.
Où vais-je? Je cherche dans ces montagnes
Le silence, la paix du coeur. C’est ma patrie,
Je n’errerai plus jamais loin d’elle.

Mon coeur? Va-t-il paisible vers son heure?
Mais vois, cette terre que nous aimons a refleuri,
C’est le printemps, elle est à nouveau comme neuve,

Les cimes de partout redeviennent bleues.
Vais-je te dire adieu? Non, qu’à jamais,
à jamais bruisse l’eau, refleurisse l’herbe!”

Maledizione a lui, maledizione!

Maledizione a lui, maledizione!
e al tempo perso senza una ragione.
Oh, lo deploro dal fondo del cuore.
Come hai detto? Non sento…per favore
non potresti parlare un po’ più forte?
Mi stai mandando, sappilo, alla morte,
proprio così, e non te ne rendi conto.
Oppure te ne freghi. Ci sei? Pronto!
Pronto! mi senti o ti sei addormentato?
A latrare, tesoro, mi hai insegnato,
ad abbaiare al ritmo dei miei singhiozzi,
bambino mio tiranno che mi ingozzi
da un anno ormai di tutti i tuoi terrori.
Qui, dico, si comincia a dar di fuori,
si corre il palio, qui, della pazzia.
E dunque va’ all’inferno anima mia,
telefona da lì, se ce la fai!
da Donna di dolori, Patrizia Valduga, Mondadori, Il Nuovo Specchio, 1991