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Se la colpa è degli uomini allora che Iddio venga

Se la colpa è degli uomini allora che Iddio venga
a chiamarmi fuori dalle sue mura di grossolana cinta
verdastra come l’alfabeto che non trovo. Se il muro
è una triste storia di congiunzioni fallite, allora
ch’io insegua le lepri digiune della mia tirannia
e sappia digiunare finché non è venuta la gran gloria.
Se l’inferno è una cosa vorace io temo allora d’essere
fra quelli che portano le fiamme in bocca e non
si nutrono d’aria! Ma il vento veloce che spazia
al di là dei confini sa coronare i miei sogni anche
di albe felici.

da Variazioni belliche, Amelia Rosselli, Garzanti, 1964

***

In effetti nell’interrompere il verso anche lungo ad una qualsiasi terminazione di frase o ad una qualsiasi sconnessa parola, io isolavo la frase, rendendola significativa e forte, e isolavo la parola, rendendole la sua idealità, ma scindevo il mio corso di pensiero in strati ineguali e in significati sconnessi. L’idea non era più nel poema intero…ma si straziava in scalinate lente, e rintracciabile era soltanto in fine, o da nessuna parte.

da Spazi metrici

***

Interrompevo il poema quando era esaurita la forza psichica e la significatività che mi spingeva a scrivere; cioè l’idea o l’esperienza o il ricordo o la fantasia che smuovevano il senso e lo spazio.

da Spazi metrici

Nessuna strada

Da quando decidemmo che la strada fra noi
cadesse in disuso,
e murammo i cancelli, piantammo alberi a schermo,
e scatenammo tutti gli agenti corrosivi del tempo,
silenzio, e spazio, ed estranei –
la nostra incuria ha avuto poco effetto.

Foglie si ammucchiano non spazzate, forse; non falciata
l’erba cresce e si abbarbica. Niente altro è cambiato.
La strada è così netta, e tanto poco
seppellita tra le erbe che stasera
percorrerla non sembrerebbe strano. E sarebbe possibile.
Tra poco il tempo sarà il più forte

e disegnerà un mondo
dove nessuna strada come questa
correrà tra noi due. Osservare quel mondo
sorgere come un sole freddo, ricompensando altri,
è la mia libertà. Non impedirlo
è il compimento della mia volontà.
Volerlo, è il mio male.

da Ti ingannasti meno in Le nozze di Pentecoste, Philip Larkin Einaudi

.-.-.-.

No road

Since we agreed to let the road between us
Fall in disuse,
And bricked our gates up, planted trees to screen us,
And turned all time’s eroding agents loose,
Silence, and space, and strangers – our neglect
Has not had much effect.

Leaves drift unswept, perhaps; grass creeps unmown;
No other change.
So clear it stands, so little overgrown,
Walking that way tonight would not seem strange,
And still would be allowed. A little longer,
And time will be the stronger,

Drafting a world where no such road will run
From you to me;
To watch that world come up like a cold sun,
Rewarding others, is my liberty.
Not prevent it is my will’s fulfilment.
Willing it, my ailment.

Al mi bel

Avanti un’altra, prego

Sempre troppo avidi di futuro,
cogliamo brutte abitudini d’attesa.
Sempre qualcosa si avvicina;
e ogni giorno diciamo Fino a allora,

guardando dagli scogli la minuscola
nitida flotta delle promesse che si avanza.
Ma come è lenta! E quanto tempo spreca,
rifiutando di muoversi più in fretta!

Eppure sempre ci lascia lì a tenere
miseri steli di delusione tra le mani,
poiché, anche se niente ostacola
la manovra d’attracco di tutte quelle navi,

nessuna di esse, grande, imbandierata,
inclinata su un fianco sotto il peso
delle guarniture d’ottone, ogni gomena bene in vista,
e la polena dalle tette d’oro

che s’inarca verso di noi, getta mai l’àncora.
Non è ancora presente che di già
si trasforma in passato.
Continuiamo a pensare fino all’ultimo

che si metteranno in panna
per scaricare nella nostra vita
ogni sorta di beni, tutto quanto
ci spetta per la devota e lunga attesa.

Ma ci sbagliamo:
solo una nave dalle vele nere
ci cerca, poco conosciuta, rimorchiandosi dietro
un enorme silenzio senza uccelli.
Sulla sua rotta
non c’è acqua che generi o si franga.

da Ti ingannasti meno in Le nozze di Pentecoste, Philip Larkin, Einaudi, tradd. di Renato Oliva e Camillo Pennati

Next, please

Always too eager for the future, we
Pick up bad habits of expectancy.
Something is always approaching; every day
Till then we say,

Watching from a bluff the tiny, clear,
Sparkling armada of promises draw near.
How slow they are! And how much time they waste,
Refusing to make haste!

Yet still they leave us holding wretched stalks
Of disappoiintment, for, though nothing balks
Each big approach, leaning with brasswork prinked,
Each rope distinct,

Flagged, and the figurehead with golden tits
Arching our way, it never anchors; it’s
No sooner present than it turns to pat.
Right to the last

We think each one will heave to and unload
All good into our lives, all we are owed
For waiting so devoutly and so long.
But we are wrong:

Only one ship is seeking us, a black-
Sailed unfamiliar, towing at her back
A huge and birdless silence. In her wake
No waters breed or break.

La luce profonda chiede per apparire

La luce profonda chiede per apparire
Una terra battuta e sonora di notte.
È un legno tenebroso quel ch’esalta la fiamma.
Occorre alla parola stessa una materia,
Inerte sponda di là d’ogni canto.

Dovrai per vivere varcare la morte,
La più pura presenza è un sangue versato.

Da Ultimi gestiMovimento e immobilità di Douve, Yves Bonnefoy, Einaudi, trad. di Diana Grange Fiori

pferdesport zentrum

“è dunque proprio vero tutto quel che non ha storia, né senso, né tregua, né misura? … Sì, tutto quello che non è chiaro, e che per me non è niente, e ha meno peso di quanto ne abbia, nelle mie mani nude di donna, una chiave d’Europa tinta di sangue…Ah! è dunque proprio vero tutto questo? … (e che cos’è ancora, qui sulla mia soglia,

“quell’uccello verde-bronzo, d’aspetto poco ortodosso, e che chiamano Starling?)

da II – Poema per la straniera in Esilio, Saint-John Perse, SE Studio Editoriale, trad. di Stefano Agosti

Dublinato

5.50…9.35 – 11.35

It was not Death, for I stood up,
And all the Dead, lie down –
It was not Night, for all the Bells
Put out their Tongues, for Noon.

It was not Frost, for on my Flesh
I felt Siroccos – crawl –
Nor Fire – for just my Marble feet
Could keep a Chancel, cool –

And yet, it tasted, like them all,
The Figures I have seen
Set orderly, for Burial,
Reminded me, of mine –

As if my life were shaven,
And fitted to a frame,
And could not breathe without a key,
And ’twas like Midnight, some –

When everything that ticked – has stopped-
And Space stures all around –
Or Grisly frosts –  first Autumn morns,
Repeal the Beating Ground.

But, most, like Chaos – Stopless – cool –
Without a Chance, or Spar –
Or even a Report of Land –
To justify – Despair.

Emily Dickinson (1862)

***

trad. di Barbara Lanati

Non era la morte, perché stavo in piedi,
mentre i morti, tutti, stanno distesi –
Non era la notte, perché le campane
a distesa suonavano il mezzogiorno.

Non era il gelo, ché sulla carne
sentivo lo scirocco – strisciare –
Non era il fuoco – ché i miei piedi di marmo
un altare avrebbero ghiacciato-

Eppure il sapore era quello,
e le forme composte,
che ho visto pronte alla sepoltura,
mi ricordavano  –  la mia –

Era come se la mia vita fosse stata
piallata e forzata in una struttura,
come se la chiave mancasse e con essa il respiro,
come a mezzanotte, a volte –

quando il ticchettio del mondo s’arresta –
e lo spazio fissa le cose d’intorno
e i morsi del gelo, i primi mattini d’autunno
attanagliano il respiro del suolo.

Ma più d tutto era il caos, freddo, perenne
senza un appiglio, un albero di nave,
neppure, un segnale di terra,
a giustifica della – Disperazione.

Modello per autoritratti

Io non sono non c’è non chi è

non abito non credo non ho

cinquantanni ventuno dodici che c’è

quando bevo nell’acqua nuotare non so

con la penna che danza la polvere che avanza

non credo non vedo se esco né tocco

mangiare se fame digerite non do

prima corpo poi mente poi dico poi niente

è un’altra chissà se alla fine cadrà

né una vita né due né un pianeta né un altro

le lingue non capisco le grida annichilisco.

(1970)

da Metropolis, Antonio Porta, Feltrinelli

Una notte

La stanza era povera e volgare
nascosta sopra una taverna infima.
Dalla finestra si vedeva il vicolo
stretto e sporco. Da sotto
venivano le voci di operai
che giocavano a carte, si divertivano anche.

E là, su un lettuccio da poco prezzo
ebbi il corpo dell’amore, ebbi le labbra
voluttuose e rosee dell’ebbrezza –
rosee di una tale ebbrezza, che anche ora
che scrivo, dopo tanti anni!
m’inebrio nella mia casa deserta.

da Settantacinque poesie, Constantinos Kavafis, Einaudi, traduzione a cura di Nelo Risi e Margherita Dalmati