Category Archives: poesia

Exhaustion at Sunset

The empty heart comes home from a busy day at the office. And what is the empty heart to do but empty itself of emptiness. Sweeping out the unsweepable takes an effort of mind, the fruitless exertion of faculties already burneded. Poor empty heart, old before its time, how it struggles to do what the mind tells it to do. But the struggle comes to nothing. The empty heart cannot do what the mind commands. It sits in the dark, daydreams, and the emptiness grows.

da Almost invisible, Mark Strand, Alfred Knopf Publisher, 2013

XVIII

Géronte, d’une autre Isabelle,
A quoi t’occupes-tu
D’user un reste de vertu
Contre cette ribelle?

La perfide se rit de toi,
Plus elle t’encourage.
Sa lèvre meme est ou outrage.
Viens, gagnons notre toit.

Temps est de fruir l’amour, Héronte,
Et son arc irrité.
L’amour, au déclin de l’été,
Ni la mer, ne s’affronte.

***

Perché, o Geronte, d’un’altra Isabella,
t’incamponisci a perdere
quel di virtù che serbi estremo verde
contro una tal ribelle?

Si permette, la perfida, e si nega,
con alterno dileggio.
Perfino il labbro suo ti porta oltraggio.
Rincasiamo, ti prego.

Tempo è, Geronte, di fuggir l’amore
e il suo arco iracondo.
Sfida l’amore non giova, né l’onda,
quando l’estate muore.

da Le Controrime, Paul-Jean Toulet, Sellerio, La Civiltà Perfezionata, 1981, a cura di Gesualdo Bufalino

Lamento dei contrasti malinconici e letterari

Si può ancora amare, ma darsi con tutta l’anima
è una felicità che non si ritroverà mai più.

Corinne ou l’Italie

Lungo un cielo crepuscolaceo
Una campana angelisuzza in pace
L’aria esiliescente e matrigna
Che non perdonerà mai.

Laggiù, sul pendio dei bastioni,
Si profila una rozza-
Convalescente che bruca
Cocci di stoviglie; si fa tardi.

Chi m’ha amato mai? Io m’ostino
Su questo ritornello davvero impotente.
Senza pensare che son davvero sciocco
A farmi cattivo sangue.

Ho un fisico decente,
Un cuore di bimbo beneducato,
E per un cervello magnifico
Il mio non è male, sapete?

Ebbene, dopo aver pianto sulla Storia,
Ho voluto vivere un tantino felice;
Era domandar troppo, s’ha da credere;
Avevo l’aria di chi parla ebraico.

Ah, cuore mio, di grazia, lascia perdere!
Quando ci penso, in verità,
Mi vengono i sudori della spossatezza,
Roba da sprofondar nella sporcizia.

E tuttavia il cuore mi scalpita di genio
Perdutamente, mio Dio!
E se qualcuna vuole la mia vita,
Io non domando di meglio!

Ma va’, povera anima veemente!
Tuffati, essere, nei loro apatici Giordani,
Due frizioni di vita corrente,
e presto sarai esorcizzato.

Ahimè! chi me ne può rispondere?
Toh, sapete voi forse
Cos’è un’anima ipocondriaca?
Io ne ho una, e di prezzo modico.

Elena, io vago per la stanza;
E mentre tu stai prendendo il tè (o choppi egusi soup),
Laggiù, nell’oro d’un fiero settembre,
Rabbrividisco in tutte le membra,
Preoccupato della tua salute.

Mentre, dall’altra parte…

da Les Complaintes, in Poesie e prose di Jules Laforgue, Mondadori, a cura di Ivos Margoni

E., la strada per il pozzo è quella a scendere che trovi dopo la macchia di ginestre.

Sebbene tu cerchi

Sebbene tu cerchi che la tua stessa
fugacità sia l’arpa, il flauto, il ruscello,
sai che su la fronte è il segno
di una malinconia senza fine;
e se l’aria della notte che avanza
scioglie la maggiorana, i mirti,
il chiaro calice della datura
in fumo umido di fragranza,
sai che la favola sboccia,
poco dura, s’allontana
e l’amaro è dell’ultima goccia.
Anche se il disperso ritrova
il confine, il lume notturno, il riposo,
anche se il tumulto gioioso
delle campane irrompe
nell’aria della sera,
e la corona da le gemme invernali
dolce si curva a la Primavera dei bianchi sponsali.
Ora su le colline oscure, su le curve dei monti
le terse cinture, le cacce di scintille
prende il primo scoramento che poi trascolora
e saranno in fondo a le valli, brusio, brina,
all’eriche sonaglio di stille che vapora,
breve fluire di fonti che l’erba disperde,
che la terra densa ai raggi caldi beve.

da Bosco il prestigiatore, in Antologia poetica, Lucio Piccolo, All’Insegna del Pesce d’Oro di Vanni Scheiwiller, 1999

Avanti un’altra, prego

Sempre troppo avidi di futuro,
cogliamo brutte abitudini d’attesa.
Sempre qualcosa si avvicina;
e ogni giorno diciamo Fino a allora,

guardando dagli scogli la minuscola
nitida flotta delle promesse che si avanza.
Ma come è lenta! E quanto tempo spreca,
rifiutando di muoversi più in fretta!

Eppure sempre ci lascia lì a tenere
miseri steli di delusione tra le mani,
poiché, anche se niente ostacola
la manovra d’attracco di tutte quelle navi,

nessuna di esse, grande, imbandierata,
inclinata su un fianco sotto il peso
delle guarniture d’ottone, ogni gomena bene in vista,
e la polena dalle tette d’oro

che s’inarca verso di noi, getta mai l’àncora.
Non è ancora presente che di già
si trasforma in passato.
Continuiamo a pensare fino all’ultimo

che si metteranno in panna
per scaricare nella nostra vita
ogni sorta di beni, tutto quanto
ci spetta per la devota e lunga attesa.

Ma ci sbagliamo:
solo una nave dalle vele nere
ci cerca, poco conosciuta, rimorchiandosi dietro
un enorme silenzio senza uccelli.
Sulla sua rotta
non c’è acqua che generi o si franga.

da Ti ingannasti meno in Le nozze di Pentecoste, Philip Larkin, Einaudi, tradd. di Renato Oliva e Camillo Pennati

Next, please

Always too eager for the future, we
Pick up bad habits of expectancy.
Something is always approaching; every day
Till then we say,

Watching from a bluff the tiny, clear,
Sparkling armada of promises draw near.
How slow they are! And how much time they waste,
Refusing to make haste!

Yet still they leave us holding wretched stalks
Of disappoiintment, for, though nothing balks
Each big approach, leaning with brasswork prinked,
Each rope distinct,

Flagged, and the figurehead with golden tits
Arching our way, it never anchors; it’s
No sooner present than it turns to pat.
Right to the last

We think each one will heave to and unload
All good into our lives, all we are owed
For waiting so devoutly and so long.
But we are wrong:

Only one ship is seeking us, a black-
Sailed unfamiliar, towing at her back
A huge and birdless silence. In her wake
No waters breed or break.

Modello per autoritratti

Io non sono non c’è non chi è

non abito non credo non ho

cinquantanni ventuno dodici che c’è

quando bevo nell’acqua nuotare non so

con la penna che danza la polvere che avanza

non credo non vedo se esco né tocco

mangiare se fame digerite non do

prima corpo poi mente poi dico poi niente

è un’altra chissà se alla fine cadrà

né una vita né due né un pianeta né un altro

le lingue non capisco le grida annichilisco.

(1970)

da Metropolis, Antonio Porta, Feltrinelli

L’acqua che ti fece

Sei alta, pianta mia, di foglie ricca:
filtri la migliore luce, quella uscita
dalla vite, lungo il sampietrino,
scansando il pampino, con sguardo che ammicca.

Quando malferma piego la grande
bottiglia, formando piccoli gorghi
di poltiglia, mi piace guardare
mentre bevi. Davvero, mi piace.

Perché non parli? L’acqua che ti fece
barbara e verde e rossa, in autunno,
son io che la versai.

Contemplazioni e zzz, Carmela Moscatiello

I morti

Un’ombra

che s’allungò su la credenza,
o nel cortile sotto la caldaia
l’occhio che ancora luce
quando tutto è spento,
soltanto questo, ma sono
i morti. Male non fanno, che può
un flusso di memoria
senza muscoli o sangue? terrore
dei vani al crepuscolo, bianche
ombre, movenze agli spiani
tesi di luna nei sogni infantili…
Pure un turbamento sono, nelle sere
sommesse – pazienza, preghiere.
Sono su le giogaie e i passi
dei monti, anche nei giorni
quando spiegato è calmo il manto
delle domeniche a frange d’oro…

da Plumelia, Lucio Piccolo, All’Insegna del Pesce d’Oro, 1967

Un antichissimo topo diffonde il morbo

Un antichissimo topo diffonde il morbo tra noi
oscuro e involuto il pensiero va divorando
ciò che abbiamo cucinato, corre
da un uomo all’altro. Per questo
l’ubriaco non sa, quando annega
l’umor nero nel vino, di tracannare
il brodo vuoto dei
diseredati che raccapricciano.

E poiché la ragione non spreme dalle nazioni
più freschi diritti, allora
nuova infamia va aizzando le razze
l’una contro l’altra. L’oppressione
gracchia in schiera, sui cuori vivi
piomba come su carogne –
sul globo cola miseria come saliva
sul mento degli idioti. Le estati

infilate allo spillo lasciano pendere
le ali della miseria. Nell’animo nostro
le macchine penetrano
come gli insetti in chi dorme.
Nel più profondo di noi si nascose la riconoscenza,
la fedeltà; la lacrima scorre,  di fiamma —
desiderio di vendetta e coscienza
gli uni contro gli altri sospingono.

Urla invano il poeta, sciacallo
che alle stelle vomita grida,
al nostro cielo, dove
risplendono i tormenti…
O stelle! Arrugginiti, volgari
pugnali di ferro, quante volte nell’animo
mi siete penetrate –
(qui solo il morire riesce).

Eppure ho fiducia. Piangendo ti chiamo,
nostro avvenire, non essere lento!…Ho fiducia:
oggi ormai non si impala più l’uomo
come al tempo dei nostri antenati.  Ecco, infine
ci dimenticheranno sotto la quieta
ombra dei pergolati.

da Gridiamo a Dio, Attila Jozsef, Guanda, a cura di Sandro Badiali e Gilberto Finzi