Category Archives: poesia

La nicchia

E’ tócc

Dal vólti
u m pisrébb da turnè
te mi tócc da burdèl
che tótt e’ dè
e’ canticéva i an
a la mi ma’
e al sairi agl’éra tévdi
cmè di bès.

Gianni Fucci

da Lengua n.6, Il Lavoro Editoriale, 1986

 

La nicchia

Delle volte / mi piacerebbe tornare / nella mia nicchia da bambino / quando tutto il giorno / canticchiavano gli anni / e la mia mamma / e le sere erano tiepide / come baci.

Solstizio d’estate VII

Nel piccolo giardino il pioppo.
Il suo respiro conta le tue ore
giorno e notte,
clessidra che il cielo riempie.
Al rafforzarsi della luna le sue foglie
fanno scivolare passi neri sul muro bianco.
Al limite sono i radi pini
poi marmo e luminaria
e uomini come son fatti gli uomini.
Ma il merlo trilla
quando viene a bere
e senti a volte tubare la tortorella.

Nel piccolo giardino, dieci passi,
puoi vedere la luce del sole
cadere su due garofani rossi
un ulivo e un gramo caprifoglio.
Accetta chi sei.
La poesia
non immergerla nei platani profondi
nutrila di quella terra e di quella roccia che hai.
Il più
scava sul posto per trovarlo.

1966

Giorgio Seferis

da “Poesia. Mensile di cultura poetica”, Anno III – Numero 25, Gennaio 1990, Crocetti Editore, poesia tradotta da Mario Vitti

L’armata

Una notte nel transito dei carri
ci desterà un odore di acciaio
parole guaste, tonfi di cavalli
sudore amaro, vento di pennacchi.
Udremo scalpicciare i chiusi armigeri
sotto le voci rare
e un rullio di carriaggi dal largo
zittire i siti.
Così avverrà il passaggio dell’armata.
Nella piazza schiacciata
ci incontreremo all’alba ammutoliti.

da L’erba bianca, Giorgio Cesarano, Schwarz Editore

Ore

Elemosina al malandrino in caccia!
occhio feroce ad occhio d’assassino!
ferro sul ferro dello spadaccino!
– l’anima mia non è in stato di grazia!-

Io sono lo svitato di Pamplona,
ho paura del riso della luna,
luna spiona in crespo nero…Orrore!
su tutto incombe un grande spegnitoio.

Mi sembra quasi un gracidar di rane…
è la malora che mi chiama, giù
nel cavo della notte: …due rintocchi.

Più di quattordici ore ho già contato…
Un’ora, una lacrima – Tu piangi, cuore mio.
Su, canta ancora – Smetti di contare.

Tristan Corbiere in Poesia. Mensile di Cultura Poetica. Anno 1 – Numero 2- Febbraio 1988, trad. di Clemente Fusero

Un occhio

Sul terrazzo un piccione moribondo
aveva scelto un angolo di muro
e stava rannicchiato mentre forse
credeva di volare e si sentiva
legato a una luce e a un filo d’aria
che muoveva le foglie nel ricordo vago

di lui si vedeva un occhio lento
che non misurava più nulla
ed era come un segreto che fermava
ogni cosa i volti i suoni
ciò che continuava intorno
l’arrivo ad ali aperte tra le foglie
che da sempre aspettano i ritorni

era là il piccione moribondo
ed il suo occhio lentamente andava
lontano dalla vista immediata
chiuso e aperto in un’incerta sorte
d’incomprensibili segni.

1989

Roberto Rebora

da POESIA – Mensile di cultura poetica, Anno III – Numero 28, Aprile 1990, p. 68

dalla Notizia Biografica (1910-1992) a cura di Giuliano Donati a p.71 dello stesso numero della rivista:

Nato a Milano. Suo padre, Mario, era fratello di Clemente Rebora. Ha compiuto studi irregolari e presto abbandonati. Ha poi iniziato, sempre nel capoluogo lombardo, a svolgere diversi lavori, tra cui quello di magazziniere dei carboni all’Officina del gas della Bovisa e di produttore di pubblicità per la Olivetti. Undici anni della sua vita sono trascorsi in servizio militare, terminato con il campo di concentramento dal 1943 al 1945 in Polonia e in Germania. Tra i seimila prigionieri di Wietzendorf ebbe modo di incontrare il filosofo Enzo Paci, il pittore Giuseppe Novello e il giovane comunista Alessandro Natta. Tornato in Italia iniziò la sua collaborazione a giornali e riviste come critico teatrale. Per circa vent’anni si occupò della Scuola del Piccolo Teatro. (…)

Sereni esile mito
filo di fedeltà
non sempre giovinezza è verità
un’altra gioventù giunge con gli anni
c’è un seguito alla tua perplessa musica…
Chiedi perdono alle ‘schiere dei bruti’
se vuoi uscirne. Lascia il giuoco stanco
e sanguinoso, di modestia e orgoglio.
Rischia l’anima. Strappalo, quel foglio
bianco che tieni in mano.

1954

da L’ospite ingrato, Franco Fortini, De Donato Editore

L’oechin

Ecco, pe-a fosca marinn-a

un’atra onda a s’avansa;

a gonfia, a s’adrissa, a s’inarca

comme unna chiggia de barca;

paa che a se-o veugge aberaa.

 

Ma lee, tranquillo e beato

con a caressa de ae

o te che scuggia de dato.

 

Poesse faa comme l’oechin,

pe ogni onda che arriva

a arsame sempre un pittin.

da L’oechin, poesie scelte, Edoardo Firpo, Francesco Pirella Editore

Traduzione del poeta:

Il gabbiano

Ecco sulla fosca Marina

un’altra onda si avanza;

si gonfia, si drizza, s’inarca

come una chiglia di barca,

e pare che voglia agguantarlo.

 

Ma lui, tranquillo e beato

con la carezza dell’ali

le scivola sopra.

 

Potessi fare come il gabbiano,

ad ogni onda che arriva

alzarmi sempre un pochino.

 

 

(Dedicato a Emmanuel Chadi Namdi)

è meglio la luna o la mezzaluna? (il rovescio)

è meglio la luna o la mezzaluna?
Nessuna di esse – dice la luna-
il meglio è ciò che non è –
raggiungilo – cancellerai lo splendore.

Il godimento non è del possesso –
rabbrividisci quando ottieni.
Segue il decomporsi dello slancio –
la sua natura è prisma.

da Le stanze di alabastro, Emily Dickinson, SE Studio Editoriale, trad. di Nadia Campana

Le lavandaie

Nove lavandaie sull’altra riva
Agitano senza suono i battipanni,
E non riesco proprio a capire,
Dove sono delle lavandaie le mani.

Nove lavandaie risciacquano la biancheria.
La competizione di luce e di suono
Nella mia infanzia, nella mia esistenza
A forza è penetrata come una grande lezione.

Sono là, istupidito
Dall’improvvisa perspicace intuizione,
E per sempre la melodia ho separato
Dal moto visibile al mondo.

da Il destino di poeta, Varlam Salamov, La casa di Matriona, a cura di Angela Dioletta Siclari