Category Archives: poesia

Mottetto per un veliero

Il rosa, il viola che macchiò le mani,
maglia di un tempo a riga di divani,
di piglio nella luce e nel libeccio
improvvisano il verde, il peschereccio
flagrante di memoria e d’avventura.
Mai visti quei colori per natura,
davvero? Ma lo chieda al marinaio
com’è forte l’azzurro di gennaio.

da Rime di viaggio per la terra dipinta, Alfonso Gatto, Mondadori (1969)

L’acqua che ti fece

Sei alta, pianta mia, di foglie ricca:
filtri la migliore luce, quella uscita
dalla vite, lungo il sampietrino,
scansando il pampino, con sguardo che ammicca.

Quando malferma piego la grande
bottiglia, formando piccoli gorghi
di poltiglia, mi piace guardare
mentre bevi. Davvero, mi piace.

Perché non parli? L’acqua che ti fece
barbara e verde e rossa, in autunno,
son io che la versai.

Contemplazioni e zzz, Carmela Moscatiello

I morti

Un’ombra

che s’allungò su la credenza,
o nel cortile sotto la caldaia
l’occhio che ancora luce
quando tutto è spento,
soltanto questo, ma sono
i morti. Male non fanno, che può
un flusso di memoria
senza muscoli o sangue? terrore
dei vani al crepuscolo, bianche
ombre, movenze agli spiani
tesi di luna nei sogni infantili…
Pure un turbamento sono, nelle sere
sommesse – pazienza, preghiere.
Sono su le giogaie e i passi
dei monti, anche nei giorni
quando spiegato è calmo il manto
delle domeniche a frange d’oro…

da Plumelia, Lucio Piccolo, All’Insegna del Pesce d’Oro, 1967

Un antichissimo topo diffonde il morbo

Un antichissimo topo diffonde il morbo tra noi
oscuro e involuto il pensiero va divorando
ciò che abbiamo cucinato, corre
da un uomo all’altro. Per questo
l’ubriaco non sa, quando annega
l’umor nero nel vino, di tracannare
il brodo vuoto dei
diseredati che raccapricciano.

E poiché la ragione non spreme dalle nazioni
più freschi diritti, allora
nuova infamia va aizzando le razze
l’una contro l’altra. L’oppressione
gracchia in schiera, sui cuori vivi
piomba come su carogne –
sul globo cola miseria come saliva
sul mento degli idioti. Le estati

infilate allo spillo lasciano pendere
le ali della miseria. Nell’animo nostro
le macchine penetrano
come gli insetti in chi dorme.
Nel più profondo di noi si nascose la riconoscenza,
la fedeltà; la lacrima scorre,  di fiamma —
desiderio di vendetta e coscienza
gli uni contro gli altri sospingono.

Urla invano il poeta, sciacallo
che alle stelle vomita grida,
al nostro cielo, dove
risplendono i tormenti…
O stelle! Arrugginiti, volgari
pugnali di ferro, quante volte nell’animo
mi siete penetrate –
(qui solo il morire riesce).

Eppure ho fiducia. Piangendo ti chiamo,
nostro avvenire, non essere lento!…Ho fiducia:
oggi ormai non si impala più l’uomo
come al tempo dei nostri antenati.  Ecco, infine
ci dimenticheranno sotto la quieta
ombra dei pergolati.

da Gridiamo a Dio, Attila Jozsef, Guanda, a cura di Sandro Badiali e Gilberto Finzi

 

Fane games

La Passante

Vi sono dei momenti che ritornano a gesti incoscienti.
Fiore, è sera. Sbadiglio. Voi?

Il Passante

Io mi faccio in disparte e vi lascio passare.

La Passante

Troppo tardi, Signore. Vi siete già scoperto. Mi
cercherete.
“Calmo il meriggio discende al tramonto”.
Ho voluto sentirvi vivere, morire e rinascere in me.
Che volte di più? Posseggo la virtù di leggervi nelli
occhi.

Il Passante

Per un minuto di crisi isterica?
Credete alle risposte di un isterico?

La Passante

Indemoniato? Isterico?
Domenico di Guzman li abbruciava.

Il Passante

Parliamo senza ambagi.
Scoperto, spogliato? Se mi sapete.

La Passante

Dalla carne alla carne.

Il Passante

Vi sbagliate di nuovo.
Nel giardino saputo foglia a foglia,
come alla vostra voglia si compiacque,
un insetto, un virgulto, una pietruzza non avete
scoperto,
rimangono sconosciuti e inesperimentati.
In sulla stessa soglia della casa, un tenue lichene
grigio niello d’argento, disegna una cifra ad insegna,
che voi non conoscete, leggetela.
Anche una fine peluria di muschio
tra pietra e pietra velluta un’enigma. Leggete ancora.
Per ciascuno minuto la natura vi postilla una sigla,
vi convita a sorprese, vi porge un problema.
Or voi che amate catalogare l’anime,
un gesto vi rimanda all’infinito,
svolgete il teorema della semplice anima mia.
Due strofe, poesia delicata in versi:
due accordi, un’armonia limpida e vocale:
un profumo di fiori: o un impeto selvaggio:
tale una fiamma erompe dal Mongibello e abbrucia:
pioggia lenta di maggio sulle rose:
o polvere vetusta sulle cose:
contraddizioni. Ora trovate i nomi,
analizzate, scomponete, turate dentro le fiale
dell’alchimia morale
le varie essenze, le varie presenze, le infinite virtù
di questo spirito: e sui cristalli che mi serrano bene
incollate leggende a previsione di un non lontano
avvelenamento.
Questa chimica è assai pericolosa.

da Per quando cadon le foglie: III episodio, in Cinque episodii per l’esegesi di un blasone, in Le Antitesi e Le Perversità di Gian Pietro Lucini, Guanda, a cura di Glauco Viazzi

(dopo più e più anni, rileggendo questo, dovrò ricordare che è Il Passante ad avere la rima)

Sole e ipsismo

Il sole sulla destra che mi picchia sulla gota
scompare fonoassorbito da un pannello
riappareriscompare e così via
per tutta la tratta dell’autostrada sua
che fa da tangenziale alla cittade mia

Fotoassorbito
dal suo singhiozzo
faccio la ruota
priva di mozzo

e sbando dentro senza sbandar fuori
io sono dentro
sono di fori
Eccomi mondo!
Io picchio e m’alzo
scandito balzo

e solo come il sole vi circondo

da Rimato a morte, Giulio Braccini, Edizioni Braccine

In the morning you always come back

Lo spiraglio dell’alba
respira con la tua bocca
in fondo alle vie vuote.
Luce grigia i tuoi occhi,
dolci gocce dell’alba
sulle colline scure.
Il tuo passo e il tuo fiato
come il vento dell’alba
sommergono le case.
La città abbrividisce,
odorano le pietre –
sei la vita, il risveglio.

Stella sperduta
nella luce dell’alba,
cigolio della brezza,
tepore, respiro –
è finita la notte.

Sei la luce e il mattino.

20 marzo ’50

da Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, Cesare Pavese

Talor, mentre cammino per le strade
della città tumultuosa solo,
mi dimentico il mio destino d’essere
uomo tra gli altri, e, come smemorato,
anzi tratto fuor di me stesso, guardo
la gente con aperti estranei occhi.

M’occupa allora un puerile, un vago
senso di sofferenza e d’ansietà
come per mano che mi opprime il cuore.
Fronti calve di vecchi, inconsapevoli
occhi di bimbi, facce consuete
di nati a faticare e a riprodursi,
facce volpine stupide beate,
facce ambigue di preti, pitturate
facce di meretrici, entro il cervello
mi s’imprimono dolorosamente.
E conosco l’inganno pel qual vivono,
il dolore che mise quella piega
sul loro labbro, le speranze sempre
deluse,
e l’inutilità della lor vita
amara e il lor destino ultimo, il buio.

Ché ciascuno di loro porta seco
la condanna d’esistere: ma vanno
dimentichi di ciò e di tutto, ognuno
occupato dall’attimo che passa,
distratto dal suo vizio prediletto.

Provo un disagio simile a chi veda
inseguire farfalle lungo l’orlo
d’un precipizio, od una compagnia
di strani condannati sorridenti.
E se poco ciò dura, io veramente
in quell’attimo dentro m’impauro
a vedere che gli uomini son tanti.

da L’opera in versi e in prosaPianissimo (1914), Camillo Sbarbaro, Garzanti /  Scheiwiller, 1985