Category Archives: poesia

Talor, mentre cammino per le strade
della città tumultuosa solo,
mi dimentico il mio destino d’essere
uomo tra gli altri, e, come smemorato,
anzi tratto fuor di me stesso, guardo
la gente con aperti estranei occhi.

M’occupa allora un puerile, un vago
senso di sofferenza e d’ansietà
come per mano che mi opprime il cuore.
Fronti calve di vecchi, inconsapevoli
occhi di bimbi, facce consuete
di nati a faticare e a riprodursi,
facce volpine stupide beate,
facce ambigue di preti, pitturate
facce di meretrici, entro il cervello
mi s’imprimono dolorosamente.
E conosco l’inganno pel qual vivono,
il dolore che mise quella piega
sul loro labbro, le speranze sempre
deluse,
e l’inutilità della lor vita
amara e il lor destino ultimo, il buio.

Ché ciascuno di loro porta seco
la condanna d’esistere: ma vanno
dimentichi di ciò e di tutto, ognuno
occupato dall’attimo che passa,
distratto dal suo vizio prediletto.

Provo un disagio simile a chi veda
inseguire farfalle lungo l’orlo
d’un precipizio, od una compagnia
di strani condannati sorridenti.
E se poco ciò dura, io veramente
in quell’attimo dentro m’impauro
a vedere che gli uomini son tanti.

da L’opera in versi e in prosaPianissimo (1914), Camillo Sbarbaro, Garzanti /  Scheiwiller, 1985

Sybil Gage, mente centrale di Wallace Stevens

Qual è l’aspetto della sibilla? Non,
Una volta tanto, la donna lustrata, seduta
Fra colorazioni armoniose, rorida e gemmea
Di esse: simbolo sgargiante seduto
Sul seggio del sacro, iridato,
Che penetra la spirito con l’apparenza,
Summa delle vite più elevate
E loro scettro reggente, corona
Ed estremo fulgore e profondo spettacolo.
È invece la sibilla dell’io,
L’io come sibilla, il cui diamante,
Il cui principale abbracciare ogni ricchezza,
È la povertà, il cui gioiello trovato
Al più esatto centro della terra
È la necessità. Per questo l’aspetto della sibilla
È una cosa cieca che cerca tentoni la sua forma,
Una forma che è zoppa, una mano, una schiena,
un sogno troppo povero, troppo indigente
Per essere ricordato, le vecchie fattezze
Consunte e chine al nulla,
Una donna che guarda giù per la strada,
Un bimbo addormentato nella sua vita.
Misurano il diritto di usare. La mancanza produce
Il diritto di usare. La mancanza nomina col suo fiato
Categorie di nuda necessità.
Le quali solo nominarle è creare
Un aiuto, un diritto all’aiuto, un diritto
A sapere cosa aiuta e a raggiungere,
Per diritto di conoscenza, un altro piano.
La donna lustra è ora vista
In un isolamento, separata
Dall’umano nell’umanità,
Parte dell’inumano più,
L’ancora inumano più, eppure
Un inumano dalle nostre fattezze, noto
E ignoto, inumano per breve tratto,
Inumano per un tempo piccolo, minore”.

La grande vela di Ulisse sembrava,
Nelle pause di questo soliloquio,
Viva del battito di un enigma…
Come se un’altra vela procedesse
Diritta attraverso un’altra notte
E ammassi di stelle pendule si tutta la via.

da La vela di Ulisse – VIII, Wallace Stevens, da Il mondo come meditazione, Guanda, trad. di Massimo Bacigalupo

 

Nel 1954, un anno prima di morire, Wallace Stevens scriveva di Sybil in sé: pensiero dominante, musa, finzione suprema, monologo interiore, mente centrale.

Per saperne di più: (http://wallacestevens.com/wp-content/uploads/2016/05/Vol.-32-No.-1-Spring-2008.pdf)

Mentre lasci la stanza

Parli. Dici: Il carattere di oggi non è
Uno scheletro uscito dall’armadio. E nemmeno io.

Quella poesia sull’ananas, quella
Sulla mente che non è mai soddisfatta,

Quella sull’eroe credibile, quell’altra
Sull’estate, non sono ciò che pensano gli scheletri.

Mi domando, ho vissuto una vita da scheletro,
Come un miscredente della realtà,

Concittadino di tutte le ossa al mondo?
Ora, qui, la neve che avevo scordato diventa

Parte di una realtà prima, parte di
Un apprezzamento della realtà

E con ciò un’elevazione, come se andassi via
Con qualcosa che potessi toccare, toccare a fondo.

Eppure nulla è stato cambiato se non ciò che è
Irreale, come se nulla fosse cambiato affatto.

da Il mondo come meditazione, Wallace Stevens, trad. di Massimo Bacigalupo

La nicchia

E’ tócc

Dal vólti
u m pisrébb da turnè
te mi tócc da burdèl
che tótt e’ dè
e’ canticéva i an
a la mi ma’
e al sairi agl’éra tévdi
cmè di bès.

Gianni Fucci

da Lengua n.6, Il Lavoro Editoriale, 1986

 

La nicchia

Delle volte / mi piacerebbe tornare / nella mia nicchia da bambino / quando tutto il giorno / canticchiavano gli anni / e la mia mamma / e le sere erano tiepide / come baci.

Solstizio d’estate VII

Nel piccolo giardino il pioppo.
Il suo respiro conta le tue ore
giorno e notte,
clessidra che il cielo riempie.
Al rafforzarsi della luna le sue foglie
fanno scivolare passi neri sul muro bianco.
Al limite sono i radi pini
poi marmo e luminaria
e uomini come son fatti gli uomini.
Ma il merlo trilla
quando viene a bere
e senti a volte tubare la tortorella.

Nel piccolo giardino, dieci passi,
puoi vedere la luce del sole
cadere su due garofani rossi
un ulivo e un gramo caprifoglio.
Accetta chi sei.
La poesia
non immergerla nei platani profondi
nutrila di quella terra e di quella roccia che hai.
Il più
scava sul posto per trovarlo.

1966

Giorgio Seferis

da “Poesia. Mensile di cultura poetica”, Anno III – Numero 25, Gennaio 1990, Crocetti Editore, poesia tradotta da Mario Vitti

L’armata

Una notte nel transito dei carri
ci desterà un odore di acciaio
parole guaste, tonfi di cavalli
sudore amaro, vento di pennacchi.
Udremo scalpicciare i chiusi armigeri
sotto le voci rare
e un rullio di carriaggi dal largo
zittire i siti.
Così avverrà il passaggio dell’armata.
Nella piazza schiacciata
ci incontreremo all’alba ammutoliti.

da L’erba bianca, Giorgio Cesarano, Schwarz Editore

Ore

Elemosina al malandrino in caccia!
occhio feroce ad occhio d’assassino!
ferro sul ferro dello spadaccino!
– l’anima mia non è in stato di grazia!-

Io sono lo svitato di Pamplona,
ho paura del riso della luna,
luna spiona in crespo nero…Orrore!
su tutto incombe un grande spegnitoio.

Mi sembra quasi un gracidar di rane…
è la malora che mi chiama, giù
nel cavo della notte: …due rintocchi.

Più di quattordici ore ho già contato…
Un’ora, una lacrima – Tu piangi, cuore mio.
Su, canta ancora – Smetti di contare.

Tristan Corbiere in Poesia. Mensile di Cultura Poetica. Anno 1 – Numero 2- Febbraio 1988, trad. di Clemente Fusero

Un occhio

Sul terrazzo un piccione moribondo
aveva scelto un angolo di muro
e stava rannicchiato mentre forse
credeva di volare e si sentiva
legato a una luce e a un filo d’aria
che muoveva le foglie nel ricordo vago

di lui si vedeva un occhio lento
che non misurava più nulla
ed era come un segreto che fermava
ogni cosa i volti i suoni
ciò che continuava intorno
l’arrivo ad ali aperte tra le foglie
che da sempre aspettano i ritorni

era là il piccione moribondo
ed il suo occhio lentamente andava
lontano dalla vista immediata
chiuso e aperto in un’incerta sorte
d’incomprensibili segni.

1989

Roberto Rebora

da POESIA – Mensile di cultura poetica, Anno III – Numero 28, Aprile 1990, p. 68

dalla Notizia Biografica (1910-1992) a cura di Giuliano Donati a p.71 dello stesso numero della rivista:

Nato a Milano. Suo padre, Mario, era fratello di Clemente Rebora. Ha compiuto studi irregolari e presto abbandonati. Ha poi iniziato, sempre nel capoluogo lombardo, a svolgere diversi lavori, tra cui quello di magazziniere dei carboni all’Officina del gas della Bovisa e di produttore di pubblicità per la Olivetti. Undici anni della sua vita sono trascorsi in servizio militare, terminato con il campo di concentramento dal 1943 al 1945 in Polonia e in Germania. Tra i seimila prigionieri di Wietzendorf ebbe modo di incontrare il filosofo Enzo Paci, il pittore Giuseppe Novello e il giovane comunista Alessandro Natta. Tornato in Italia iniziò la sua collaborazione a giornali e riviste come critico teatrale. Per circa vent’anni si occupò della Scuola del Piccolo Teatro. (…)

Sereni esile mito
filo di fedeltà
non sempre giovinezza è verità
un’altra gioventù giunge con gli anni
c’è un seguito alla tua perplessa musica…
Chiedi perdono alle ‘schiere dei bruti’
se vuoi uscirne. Lascia il giuoco stanco
e sanguinoso, di modestia e orgoglio.
Rischia l’anima. Strappalo, quel foglio
bianco che tieni in mano.

1954

da L’ospite ingrato, Franco Fortini, De Donato Editore

L’oechin

Ecco, pe-a fosca marinn-a

un’atra onda a s’avansa;

a gonfia, a s’adrissa, a s’inarca

comme unna chiggia de barca;

paa che a se-o veugge aberaa.

 

Ma lee, tranquillo e beato

con a caressa de ae

o te che scuggia de dato.

 

Poesse faa comme l’oechin,

pe ogni onda che arriva

a arsame sempre un pittin.

da L’oechin, poesie scelte, Edoardo Firpo, Francesco Pirella Editore

Traduzione del poeta:

Il gabbiano

Ecco sulla fosca Marina

un’altra onda si avanza;

si gonfia, si drizza, s’inarca

come una chiglia di barca,

e pare che voglia agguantarlo.

 

Ma lui, tranquillo e beato

con la carezza dell’ali

le scivola sopra.

 

Potessi fare come il gabbiano,

ad ogni onda che arriva

alzarmi sempre un pochino.

 

 

(Dedicato a Emmanuel Chadi Namdi)