Category Archives: orfeo e euridice

La civetteria della tua unghietta

La civetteria della tua unghietta
di morto, che viene a cercare
il remoto verde del mio ramo,
io tollero, anzi reclamo.

La commedia è rovesciata e tu
sei Portinari che torna e cerca
un po’ di vita, sperandola
leggera, mondana.

Ma il verde presto vira al blu,
il blu al nero pesto:
così,  Agafio, il tuo gomito  non torna
al centro della soglia.

da Contemplazioni e zzz, Carmela Moscatiello

 

appunti per CAPSULA PETRI n.2

Ma la condizione della mia felicità, come tutto ciò che è umano, è precaria. La contemplazione di Faustine potrebbe – sebbene non possa tollerarlo neppure come pensiero – interrompersi:
Per un guasto alle macchine (non so ripararle);
Per qualche dubbio che potrebbe sopraggiungere e rovinarmi questo paradiso (debbo riconoscere che ci sono, fra Morel e Faustine, conversazioni e gesti capaci di indurre in errore persone dal carattere meno saldo del mio);
Per la mia morte.
Il vero vantaggio della mia soluzione è che della morte il requisito e la garanzia dell’eterna contemplazione di Faustine.

da L’invenzione di Morel, di Adolfo Bioy Casares, Bompiani, Il Pesanervi, trad. di Livio Bacchi Wilcock

a mio padre

Neanche con te che ora mi sorridi
con occhi nuovi in sogno
tra il viola delle nubi il giallo
asfissiante dei crisantemi –
lo slancio d’un volo che è finito,
neanche con te troverebbe le ali.
E mentre t’allontani (rimuori)
timido come da una riva ti guardo,
ti sorrido, dopo quanti anni?

da Sguardo dalla finestra d’inverno, Ferruccio Benzoni, All’Insegna del Pesce d’Oro

Are you happy?

Le cattive madri, Giovanni Segantini, 1894

Provava un doloroso bisogno di offrirsi, di donarsi agli altri, di appartenere a qualcuno, come un servo, o un cane, o una cosa: voleva appartenere loro anche dopo la loro scomparsa, affinché il dono potesse piangere la perdita del suo possessore. Sperava che la sua dedizione non fosse corrisposta, che il dono non venisse accolto, che il suo amore restasse infelice perché essere abbandonati non ha forse un suono morbido, carezzevole e benefico?. E mai nessuno straniero fu così felice come Walser e la sua controfigura, Simon Tanner. Accoglieva negli occhi e nel cuore, l’ immensa felicità che vibra sulla superficie del mondo, e il dolore che si annida nelle sue pieghe. Viveva nella felicità, come in una casa accogliente e bene ammobiliata. Il mondo, per lui, era un’ eterna domenica, un paradiso di gioia.

dall’articolo di Pietro Citati su La Repubblica del 18/10/1990

Je t’aime

da lbv212 su flickr

stretto

ILVA (Taranto), luglio 2012

*

Condotto nella
landa
dell’inconfondibile traccia:

Erba, scritta disgiunta. Le pietre, bianche,
con l’ombra degli steli:
Non leggere più – guarda!
Non guardare più – va’!

Va’, la tua ora
non ha sorelle, sei –
sei a casa. Una ruota, pian piano,
gira da sé, i raggi
s’arrampicano,
s’arrampicano su un campo nerastro, la notte
non ha bisogno di stelle, in nessun luogo
si chiede di te.

*

In nessun luogo
si chiede di te –
il luogo dove giacquero, ha
un nome – non ne
sa. Non giacquero lì. Qualcosa
stava fra loro. Non
videro attraverso.

Non videro, no,
parlarono di
parole. Nessuna
si destò, il
sonno
scese su di loro.

*

Scese, scese. In nessun luogo
si chiede –
Io, sono io,
io stavo tra voi, io ero
aperto, ero
udibile, io ticchettavo a voi, il vostro respiro
obbediva, io
lo sono ancora, ma
voi dormite.

*

Lo sono ancora –

Anni.
Anni, mesi, un dito
tasta in su e in giù, tasta
intorno:
zone di sutura, tangibili, qui
si apre ampio uno squarcio, qui
si richiuse di nuovo, chi
lo coprì?

*

Lo coprì –
chi?
Scese, scese
scese una parola, scese,
scese attraverso la notte,
volle risplendere, volle risplendere.
Cenere.
Cenere, cenere.
Notte.
Notte – e- notte. – Dal-
l’occhio va’, dall’umido.

*

Dal-
l’occhio va’,
dall’umido –
Uragani.
Uragani, da sempre,
turbini di particelle, l’altro,
lo
sai già, lo
leggemmo nel libro, ero
opinione.

Era, era
opinione. Come
ci afferrammo
noi -noi, con
queste
mani?

Era anche scritto che.
Dove? Sten-
demmo sopra un silenzio,
allattato a veleno, grande,
un
verde
silenzio, un sepalo, vi
aderiva un’idea vegetale –
verde, sì
aderiva, sì
sotto un cielo
beffardo.

Di, sì,
vegetale-

Sì.
Uragani, tur-
bini di particelle, rimase
tempo, rimase,
di tentar dalla pietra -fu
ospitale, non troncò la parola. Come
si stava bene:

granulosa,
granulosa e fibrosa. Steluta,
fitta;
uvosa e radiosa; renimorfa
placosa e
grumosa; soffice, ra-
mificata -: lei
non troncò la parola,
parlò,
parlò volentieri a occhi asciutti, prima di chiuderli.

Parlò, parlò.
Fu, fu.

Noi
non mollammo, stemmo
nel mezzo, una
struttura di pori, e
venne.

Ci venne incontro, venne
attraversò, rappezzò
invisibilmente, rappezzò
l’ultima membrana,
e
il mondo, un miriocristallo,
concrezionò, concrezionò.

*

Concrezionò, concrezionò.
Poi –
Notti, disgregate. Cerchi,
verdi o blu, rossi
quadrati: il mondo rischia il proprio intimo
nel gioco con le nuove
ore. – Cerchi,
rossi o neri, chiari
quadrati, né
ombra di volo, né
tavola d’altare, né
anima in fumo si alza e partecipa al gioco.

*

Si alza e
partecipa al gioco –
Al levarsi delle civette, dalla
pietrificata lebbra,
dalle
nostre mani fuggite, nel
più recente ripudio,
al di sopra del
parapalle presso
il muro sepolto:

visibili, di
nuovo: i
solchi, i

cori, un tempo, i
salmi. O, o-
sanna.

Così
stanno ancora templi. Una
stella
ha forse ancora luce.
Niente,
niente è perduto.

O-
sanna.

Al levarsi delle civette, qui
i colloqui,grigiogiorno,
delle tracce d’acqua freatica.

*

( – – grigiogiorno,
delle
tracce d’acqua freatica –
Condotto
nella landa
dalla
inconfondibile
traccia:

erba.
Erba,
scritta disgiunta.)

da Poesie, Paul Celan, Mondadori, a cura di Moshe Kahn e Marcella Bagnasco

Post dedicato alla militanza di Federico Fantinel

memoria e abitudine

Memoria e abitudine fanno parte dello stesso meccanismo della sensazione.
E persino (nella veglia) – le sensazioni si decifrano soltanto grazie alla memoria coordinata – o percezione chiara.
La memoria ridiscende continuamente. Essa risponde alla domanda: che cosa sta per accadere? – e – che cosa fare? Essa mi istruisce nella direzione dal passato verso il futuro.
L’abitudine è la stessa cosa ma nell’atto e negli stimoli automatici. (1905. Senza titolo, III, 498)

da Quaderni Vol.III – Memoria, Paul Valéry, Adelphi, trad.di Ruggero Guarini

scena muta

Ci teniamo vicini
all’urlo, mentre passa il dodici
e l’attimo separato
dal suo vortice resta qui, nel cuore
buio dell’estate, nell’annuncio
di una volta sola. Tu
non ci sei. Resta la tua assoluta
voce nella segreteria, questa
morte che non ha luogo.

da Scena muta, in Tema dell’addio, in Poesie, Milo de Angelis, Mondadori

La tendenza a ritrovare in un mondo esterno ostile ciò a cui si è affezionati, costituisce forse anche la fonte originaria della costruzione dei simboli

da Analisi dei paragoni, in Fondamenti di psicoanalisi, Sandor Ferenczi, Guaraldi

limiti

Di queste vie che scavano il ponente
Una certo (non so quale) ho percorso
Ormai l’ultima volta, indifferente
E senza saperlo, sottomesso

A Chi prefigge onnipotenti norme
E una misura rigida e segreta
Alle ombre, ai fantasmi e alle forme
Che tessono e che disfano la vita.

Se per tutto c’è termine e c’è regola
E l’ultima volta e per sempre ed oblio
Chi potrà dirci a chi, in questa casa,
Senza saperlo abbiamo detto addio?

Fa grigio il vetro la notte morente,
della pila di libri che una tronca
Ombra allunga sul tavolo impreciso
Ce n’è qualcuno che non leggeremo.

C’è al Sud più d’un portone consumato
Coi suoi vasi di pietra e i fichi d’India,
Che al mio passo nostalgico è vietato
Come se fosse una litografia.

Hai richiuso per sempre qualche porta
E c’è uno specchio che t’attende invano,
E quel crocicchio che ti sembra aperto
È vegliato dal quadrifonte Giano.

Fra tutti i tuoi ricordi, ce n’è uno
Che s’è perduto irreparabilmente;
Non ti vedran riandare alla sua fonte
Il bianco sole né la gialla luna.

Non riandrà la tua voce quel che il perso
Disse in suo idioma d’uccelli e di rose,
Quando al tramonto di luce dispersa
Vorresti dire memorande cose.

E l’incessante Rodano ed il lago
Tutto l’ieri sul quale oggi mi chino?
Sarà perduto come lo è Cartago
Che con fuoco e con sale arse il latino.

Credo udire nell’alba un frettoloso
Rumore, come gente che va via:
È quello che m’ha amato e obliato;
Già spazio, tempo, Borges mi abbandonano.

da Poesia, Anno IV, Luglio-Agosto 1991 n.42, Jorge Luis Borges a cura di Francesco Tentori Montalto

gli amici di julian barbour

 

Il rifiuto della “geometria piana”, di cui Proust parla, è anche rifiuto del moto uniforme. Questo nemico del tempo degli orologi, per unità successive, con moto discontinuo. L’effetto di continuo è ottenuto mediante scatti tendenzialmente isocroni, ognuno dei quali è il periodo. Un periodo mai diretto e paratattico ma avvolto su se stesso, elicoidale.

 

(…)

 

È come se guardassimo entro un grande orologio: la tensione della molla maggiore ingrana successive ruote dentate, ognuna con una frazione di ritardo sull’altra; e, quando potresti credere che non ce la faccia più, ecco lo spostamento della lancetta è avvenuto tutt’a un tratto e tutto è avanzato di una unità. Subentra allora un attimo di silenzio, prima che ricominci l’ostinato sforzo di sommuovere ancora una volta un congegno denso di parole. La tensione, o energia, di ogni singolo periodo è, come si è detto, di natura raziocinante; obbedisce ad una meccanica classica, aborre dall’imprecisione non dal vuoto, ogni incertezza rinserra nel suo decorso e ribatte nelle sue clausole. Ma dove invece Proust svela di essere davvero al di là di ogni meccanica classica è nella qualità fluida instabile della forza di coesione che lega periodo a periodo. Questi non si compenetrano: si giustappongono.

 

(…)

 

La vittoria sul tempo non è ottenuta solo col recupero di quello “perduto” o col bronzo dell’opera ma proprio, per antifrasi, svolgendo permutazioni che nel tempo si distruggono a vicenda, che celebrano tremende ma infine futili vittorie ed evocano per converso una identità raccolta e intera, un presente istantaneo ed eterno.

da Verifica dei poteri, Franco Fortini, Garzanti

Lo Scorrevole, Vettor Pisani

vecchie soglie


Jan Saudek

Vecchie soglie di porte infracidite
che non s’aprono più; il mendico stanco
vi si sdraiò attendendo l’elemosina;
la servitù sonnecchiava
i giorni di vacanza;
vi sostavano gli amanti
a succhiarsi la bocca
l’ultima volta, prima del distacco;
sopra le pietre versava
il vino conviviale
in onore dell’ospite,
si sfogliavan le rose
in omaggio agli sposi.
Chi andava al camposanto
si fermava a salutare
per sempre la sua casa
i suoi beni che abbandonava.
Adesso con le pietre in coltello
che il gelo sgretola e marcisce l’acqua
che sgocciolan le gronde arruginite
tutto l’autunno, guardan su cortili chiusi
su orti cinti da muraglie che ricopre
la verde gelatina dei licheni.
Sopra, d’estate, al tempo del frumento
qualche lucciola grave di rugiada
fa lume a un triste gallo canterino
che non si stanca mai di divulgare
quanti sono a compor la sua famiglia.
Vi vengono al riparo della pioggia
i bei pavoni con gli arcobaleni
delle lor code ripiegati ed i tacchini
con le loro pesanti e rustiche
decorazioni di corallo;
vi oziano i gatti bianchi al sole;
v’aprono i loro ombrelli avvelenati
i funghi e i ciclamini
espongon lì d’intorno
lor corone di sè in esiglio.

Dopo una vita fantastica e breve
mute e deserte tornano le soglie;
il pietoso Natale le raccoglie
sotto i bianchi sepolcri della neve.

da Poesie elettriche, Corrado Govoni, Quodlibet