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Appunti per Capsula petri n.25

La maschera di Medusa non ha il silenzio appagato e definitivo della testa di morto: al contrario, provoca il grido di morte, l’orrore della disorganizzazione dei tratti, la paura di perdere il contegno. Quello che scopriamo non ci rassomiglia. Il grido sarà allora più vicino al pianto del bambino appena nato che al rantolo del morente. E’ il grido pietrificato di colui che scopre di non essere in realtà un dio bensì un mostro deforme, un nano, un essere da incubo. Il confronto meduseo è un gioco di specchi dal rischio mortale. Offre il godimento di un vedere puro, di un vedere senza sapere cosa si vede, ma la scoperta è ripagata dall’orrore di essere visti: vedendo, si scopre che “sì” è proprio “quello”:(…)

da Medusa, Jean Clair, Abscondita

 

 

Le storie, i sentimenti, i personaggi, la descrizione: riuscire a renderli totale provvisorietà; levare a ogni frase la terra sotto i piedi, levarle il fondamento, col gesto stesso con cui ci sforziamo di affidarla alla stabilità. Ogni racconto ci appare oggi simultaneamente del tutto  fondato e al tempo stesso del tutto infondato. Questo secolo ci ha educato alla memoria di entrambe tali condizioni. Questo continuo e duplice carattere di fondatezza e infondatezza della narrazione è una dimensione di probabilità. È ciò che risuona oggi nel limite estremo della scrittura: un movimento sotterraneo ed essenziale di probabilità e improbabilità continue. Ha a che fare, forse, proprio con l’ombra, con la quantità di ombra che il linguaggio porta con sé, che ogni parola porta con sé nel suo medesimo far luce, dunque dell’ombra che ciascuno di noi riesce a trattenere, a conservare e a far «parlare» all’interno della continua e probabile, puramente probabile luce delle parole.

da In questa luce, Daniele Del Giudice, Einaudi

il mondo da una feritoia

Insieme poi ripigliavano il cammino.
Così che, nelle due giovani che guardavano, sì, discretamente, tuttavia in punta d piedi e col collo allungato fra le spine, quello che stava accadendo sulla strada, sorse quasi di colpo un’impressione che, anziché rendersi via via più costretta e faticosa di mano in mano che si andava allargando e completando, si rivestiva invece di una spontaneità come di ricordo: ed era, l’impressione, che quella strada, così animata ora ed allegra d’uomini e ragazzi, piena di quelle grida di richiamo accennanti per lo più a facili e prossime speranze, fosse la vita stessa dopotutto e che loro due, stando al di là della strada e oltre le siepi, venissero a trovarsi anche fuori dalla vita.

da All’insegna del Buon Corsiero –  in Nostro lunedì. Racconti, poesie, saggi, Silvio D’Arzo, Vallecchi

Canzoni lituane

Di notte, con occhi ferini, un cespuglio
io sono, un albero di giorno,
un’acqua nell’ombra meridiana,
sotto il sole l’erba.

O verso sera
una chiesa sul monte, dove il prediletto
esce e entra, un bianco
prete, e canta i suoi canti.

Attraverso il mondo
io l’amo, il raggio di luna
devo essere intorno alla porta,
intorno alla casa nel buio degli abeti.

Una volta mi alzo a volo
con i parlari degli uccelli di frasca nell’anno
al declino, quando il loro cuore,
un chicco di grandine, è bianco.

da Poesie, Johannes Bobrowski, Mondadori, a cura di Roberto Fertonani

 

Un bambino veniva avanti traballando sulle gambine discoste e cogliendo ad ogni passo un po’ di fango come un fiore.

Non s’accorse della mia carezza.

Aveva gli occhi pieni di sì chiaro stupore che, dopo, credevo d’aver accarezzato una margherita.

n.25 da Trucioli di Liguria, Camillo Sbarbaro, De Ferrari