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Maledizione a lui, maledizione!

Maledizione a lui, maledizione!
e al tempo perso senza una ragione.
Oh, lo deploro dal fondo del cuore.
Come hai detto? Non sento…per favore
non potresti parlare un po’ più forte?
Mi stai mandando, sappilo, alla morte,
proprio così, e non te ne rendi conto.
Oppure te ne freghi. Ci sei? Pronto!
Pronto! mi senti o ti sei addormentato?
A latrare, tesoro, mi hai insegnato,
ad abbaiare al ritmo dei miei singhiozzi,
bambino mio tiranno che mi ingozzi
da un anno ormai di tutti i tuoi terrori.
Qui, dico, si comincia a dar di fuori,
si corre il palio, qui, della pazzia.
E dunque va’ all’inferno anima mia,
telefona da lì, se ce la fai!
da Donna di dolori, Patrizia Valduga, Mondadori, Il Nuovo Specchio, 1991

Antinferno di Beckett

(…) Light out, long dark, candle and matches, imagine them, strike to light, light on, blow out, light out, strike another, light on, so on. Light out, light all the same, candlelight in light, blow out, light out, so on. No candle, no matches, no need, never were. As he (qui, she) was, in the dark any lenght, then the light when it flows till it ebbs any lenght, then again, so on, sitting, standing, walking, kneeling, crawling, lying, creeping, all any lenght, no paper, no pins, no candle, no matches, never were, talking to himself (qui, herself) no sound in the last person any lenght, five foot square, six high, all white when light at full, no way in, none out. Falling on his (qui, her) knees in the dark to murmur, no sound, Fancy is his only hope. (…)

da All Strange Away, Samuel Beckett, 1978

Statua falsa

Solo d’oro falso i miei occhi si dorano:

sono sfinge senza mistero né ponente.

La tristezza delle cose che non furono

nella mia anima è scesa velocemente.

 

Nel mio dolore si spezzano spade d’ansia,

spicchi di luce in tenebra si mescolano.

Le ombre che io emano non durano,

come ieri, per me, oggi è distanza.

 

Ormai non tremo di fronte al segreto ;

nulla ormai mi sbianca, nulla mi atterrisce ;

la vita corre su di me in guerra,

e neppure un brivido di paura!

 

Sono stella stordita che ha perduto i cieli,

sirena pazza che ha lasciato il mare;

sono tempio vicino al crollo senza dio,

statua falsa ancora eretta nell’aria…

 

Quasi e altre poesie, Mario de Sa-Carneiro, Via del Vento Edizioni, 2003, trad.di Alessandro Ghignoli

L’Ammiraglio de Ruyter nel castello di Elmina di Emanuel De Witte e Gli ambasciatori di Hans Holbein il giovane

Un africano è chino sulle ginocchia a reggere un dipinto a olio per il padrone. Il dipinto raffigura il castello che sovrasta uno dei principali centri della tratta degli schiavi in Africa occidentale.

(l’ammiraglio, come i due ambasciatori nel celebre dipinto di Holbein, appartiene) … a una classe persuasa che il mondo fosse lì per fare loro da casa. Nella sua forma estrema tale convincimento era confermato dalle relazioni che si stabilivano tra conquistatore coloniale e colonizzato.

Tali relazioni tra conquistatore e colonizzato tendevano ad autoperpetuarsi, La vista dell’altro confermava entrambi nella propria disumana stima di sé. La circolarità del rapporto – o anche la reciproca solitudine – (ci mostra che) il modo in cui l’uno vede l’altro, conferma il modo in cui ciascuno vede se stesso.

da Questione di sguardi. Sette inviti al vedere fra storia dell’arte e quotidianità, John Berger, Il Saggiatore, trad. di Maria Nadotti, pp.97-98

Nota: è possibile sostituire con una figura maschile e una femminile, i due poli della diade descritta.

I drop down to hear my mind breathing out

Deep, deep down in the long roots of doubt
I stop,so I could sigh some more breathing out
Oh, but I could not breathe in
As this moment rose the dream is gone
Oh, steering these waters you show me dawn
That I adore
Made me want so much more

Long, long gone in this field of draught
I drop down to hear my mind breathing out
Oh, but I could not breathe in
As this, I’ll source the pain is gone
Oh, clearing these waters you show me dawn
That I adore
Made me want so much more

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Going to the dogs è un espressione inglese «andare in rovina»,  “toccare il fondo”.

SSM

The narcissist

[Chorus: Inga Copeland]
Takes a lot of guts for you to come
Moving to the front, a getaway
Yes I know you’re trying on me
Takes a lot of lies for you to make
Step into the side or come my way
Cause I know you’re trying on me

[Verse 1: Dean Blunt]
Do you recognize me girl?
I phone you every night girl
Don’t recognize me girl
I wanna fold you
Don’t come around my way
I wanna fold you
So come closer girl, yeah, oh
Just come

[Chorus: Inga Copeland]
Takes a lot of guts for you to come
Moving to the front, a getaway
Yes I know you’re trying on me
Takes a lot of lies for you to make
Step into the side or come my way
Cause I know you’re trying on me
Cause I know you’re trying on me

Dean Blunt

Album: The narcissist II (2012)

Feat: Inga Copeland

Il nostro modo di vedere le cose è influenzato da ciò che sappiamo o crediamo

Nel medioevo, quando gli uomini credevano all’esistenza fisica dell’Inferno, la vista del fuoco aveva probabilmente un significato diverso da quello attuale. Il loro concetto di Inferno doveva, però, essere strettamente correlato alla vista del fuoco che consuma e delle ceneri che rimangono; nonché all’esperienza di dolore provocato dalle bruciature.

Quando si è innamorati, la vista della persona amata ha una pienezza che nessuna parola e nessun abbraccio riescono a eguagliare: una pienezza che soltanto l’atto del fare l’amore può temporaneamente raggiungere.

Eppure questo vedere che viene prima delle parole, e di cui esse non riescono mai a dare del tutto conto, non dipende dalla reazione meccanica a uno stimolo. (La si può vedere in questi termini solo se si isola quell’esigua parte del processo che riguarda la retina). Vediamo solamente ciò che guardiamo. Guardare è un atto di scelta. Il risultato di tale atto è che quanto vediamo si pone alla nostra portata. Anche se non necessariamente alla portata della nostra mano. Toccare è mettersi in relazione con quanto si tocca. (Chiudete gli occhi, muovetevi per la stanza e noterete come la facoltà di toccare non sia che una sorta di visione statica e limitata). Noi non guardiamo mai una cosa soltanto; ciò che guardiamo è, sempre, il rapporto che esiste tra noi e le cose. La nostra visione è costantemente attiva e costantemente mobile. E, costantemente, costringe le cose a girarle attorno, costruendo ciò che ci circonda nella nostra individualità.

Poco dopo aver imparato a vedere, ci accorgiamo che possiamo essere a nostra volta visti. L’occhio altrui si combina con il nostro per rendere pienamente credibile il nostro essere parte del mondo visibile.

Questione di sguardi. Sette inviti al vedere fra storia dell’arte e quotidianità, John Berger, Il Saggiatore, trad. di Maria Nadotti

Appunti:

– il nostro modo di vedere le cose è influenzato dal nostro desiderio (corrispondenza biunivoca tra vittima e carnefice)

– 9.4        5.       9..5.00 di cui sopra, ho sempre ritenuto (e di conseguenza mi sono tenuta) 7.          2.2            8.00.     2.6.00.4..        cercare 4.7.2.0.3.2.1.       .01.4..4. quali il 1.2.40.      9.4         3.2.  o il 9.6..40.       9.995.7.3.21.

– guardare come guatare, con l’avidità proiettiva (e narcisista), carburante per il motore della mitopoiesi;

– riprendere (ancora) Adriana Cavarero (Tu che mi guardi, tu che mi racconti) e Gertrude Stein e spingere fino a ‘tu che rendi pienamente credibile il mio essere parte del mondo visibile” (corrispondenza biunivoca?)

About lying

It is a bad habit to lie and it is very shamefully painted  by an ancient (Plutarco), who says that it is a demonstration of despising God and at the same time of fearing men.  It is not possible to represent more completely its horror, baseness and its debauchery. Indeed, what could be more ugly than being cowardly towards men and bold towards God?
Since our relations are regulated only by the way of the word, who falsifies it betrays public society. Words are the only instrument through which our wills and thoughts are communicated; it is the interpreter of ours soul: if words fail, we no longer have any connection, we no longer know each other. If the word deceives us, it destroys all our exchanges and dissolves all the bonds of our society.

Montaigne, Saggi, Libro II – Capitolo Xviii, p. 891,Adelphi

L. M., reveals to me that those who lie want an advantage over the other: and isn’t the advantage, the disparity sought and achieved, the basis of all human injustice?

The victim is not you, Oga.

altro sulla filopsichia

Anche se (…) l’inclinazione dell’umano fu una perpetua e irrequieta brama di potere dopo potere, onore dopo onore, ricchezza dopo ricchezza, che cessava solo con la morte, il cane e il gatto non rinnegarono mai la loro scelta. Sapevano che gli uomini non trovano la felicità in una condizione di pace mentale, il sommo bene di cui parlano gli antichi filosofi, ma al contrario in un continuo scorrere del desiderio da un oggetto all’altro. La conquista del primo non fa che aprire la via al successivo, cosicché, accecati dal loro tornaconto, sono destinati a desiderare senza tregua a costo di distruggere gli altri e alla fine se stessi. L’anima degli animali è più felicemente disposta al formarsi della virtù. A differenza che per l’uomo, per le bestie il bene comune non è diverso da quello dei singoli. Spinte per natura a cercare il bene privato, procurano il bene di tutti.

p.63 de L’assemblea degli animali, Filelfo, Einaudi

Fonti:
Thomas Hobbes, Leviathan, I, II:

“So that in the first place, I put for a general inclination of all mankind, a perpetual and restless desire of power after power, that ceaseth only in death”

(…)

“The felicity of this life, consisteth non in the response of a mind satisfied. For there is no such…Summum Bonum (greatest Good) as is spoken of in the Books of the Old Moral Philosophers… Felicity is the continuall progresse of the desire, from one object to another; the attaining of the former, being still but the way to the later”

Agrippine

“Crede che quella bella bambina le abbia passato un virus?”
Agrippine gli fu grata per quel “bella”, era come se la piccola di colpo si fosse materializzata lì con il suo grazioso pagne giallo e la sua cintura di perle.
Poi fece di no con la testa. No, moriva di maternità tardiva, moriva per aver concepito la sua piccina troppo tardi, da vecchia, moriva di parto per una specie di febbre puerperale che si porta via le donne che hanno sperato tutta una vita. Avrebbe voluto dire al ragazzo che non si moriva solo di malattie reali, ma anche di mali immaginari. Si moriva molto più spesso di desideri negati, di voglie represse, di un corpo inascoltato, che di uno scontro frontale con un camion.

da Di pipistrelli, di scimmie e di uomini, Paule Constant, L’Orma Editore, Kreuzville Aleph, 2020, trad. di Francesca Bonomi.