Category Archives: naufragi

perché non si torna a casa

viale carlo troya, milano

Il ricordo è un veleno che si compone con i nostri anni, la coscienza che la vita è la decorazione della nostra solitudine.

Vado accanto al fiume che non esiste più verso una biblioteca che è chiusa e non potrò tornare mai alla casa da cui sono appena uscito perché scomparsa da molti anni ed hanno cambiato il nome della via, i numeri nei portoni, sono diversi i bar, la luce è un’altra e le coppie che si amavano hanno smesso di abbracciarsi alla stessa ora nella stessa ombra.

E’ vero, la città che ci fece ci disfa e nelle macerie torna a costruirci. Posso camminare nella strada dell’autunno passato, però so che gli amanti di oggi cercano nei loro baci le labbra di allora. Il desiderio si umilia per durare e si trasforma in coscienza scoprendo che sogna da un corpo invecchiato, da una pienezza inesistente.

In mezzo, io. E sì, la vita è un sogno, ma non per mancanza di verità, non perché siano menzogna le realtà delle sue cicatrici, bensì perché nei sogni convivono tutti i tempi di una stessa città e tutto si accumula dietro ad uno sguardo, nello scantinato della nostra solitudine, e sono di carne e d’ossa le vie scomparse anni fa e l’uomo che va insieme a un fiume che non esiste più può dimenticare per un momento che la sua vita, quello che lui chiama la sua vita…

Divenendo presente, Granada assomiglia a un ricordo. Nel giardino di oggi cade la pioggia lentissima dell’inverno passato.

da Rimanere senza città e altre prose, Luis García Montero, Via del Vento Edizioni, a cura di Alessandro Ghignoli

il porto

Il pescatore che rema a casa all’imbrunire
Non considera la quiete in cui si muove,
Così io, poiché il sentimento fa annegare, più non dovrei chiedere
Il crepuscolo sicuro che le tue mani calme davano.
E la notte, spronatrice di antiche falsità,
A cui ammiccano le stelle che sorvegliano le alture,
Non dovrebbero udire alcun segreto che ci sfugge; il tempo
Conosce quel mare scaltro e amaro, e l’amore erige muri.
Eppure gli altri che ora mi osservano avanzare verso il largo,
Su un mare che di ogni parola d’amore è più crudele,
Possono vedere in me la calma che il mio passaggio crea,
Sfidando nuove acque in un antico imbroglio;
E i protetti dal pensare possono imbarcarsi sicuri sulle navi
Sentendo brusii di rematori annegare accanto agli astri.
da Isole. Poesie scelte (1948-2004), Derek Walcott, Adelphi, trad.di Matteo Campagnoli

la macchina del tempo

 

In rete uno sconosciuto carica una foto/un video di un momento non necessariamente importante della propria vita: immaginiamo che questo signore scelga la foto di gruppo che ritrae un divertente bagno di mezzanotte alla Secca di Moneglia, immortalato nei primi minuti del 13 agosto 1991 e immaginiamo
ora che, proprio e solo in questa foto, si veda sullo sfondo il terrazzino della camera numero 12 dell’Hotel Leopold e un signore che fuma una sigaretta (la sua ultima). Lo sconosciuto carica la foto/il video su facebook o su youtube indicizzando con la seguente dicitura “La Secca, Moneglia, 13 agosto 1991″.
Ora invece ecco un’altra persona che sceglie di caricare in rete la foto o il video di una serie di onde di una mareggiata a Moneglia avvenuta in un giorno di luglio alla fine degli anni ’70 e, per caso o per scelta, include nello sguardo dell’obiettivo l’ abbraccio salvifico di un bambino intorno al piccolo tronco di una bambina che arriverà ad essere un albero carico di frutti grati.

Questa è la mia macchina del tempo. Io non potrò viaggiare fino alla mia infanzia, ma grazie alla precisa
indicizzazione di ciascuna foto e di ciascun video, forse i miei figli potranno viaggiare nel proprio tempo (non quello scelto dall’occhio dei genitori), almeno virtualmente.

Le foto che si scattano in famiglia e tra amici non sono davvero quelle rappresentative degli istanti di “radicamento”. Le foto/i video scattate/ripresi da sconosciuti possono invece casualmente cristallizzare quei momenti. La foto della bambina che rotola sulla sabbia, immaginando di lottare con il lupo, non sarà memorabile per lei (che giocava alla lotta ma non è uscita mutata dal gioco): sarà solo una bella foto, ben scattata, forse poetica.

 

Ci si radica inconsapevolmente, non è possibile riconoscere un momento come importante (e quindi scegliere di fotografarlo) mentre lo si vive. Non si può essere testimoni della propria vita (artificio dell’autobiografia).

L’unica foto che mi sorprende in uno dei momenti di ‘radicamento’ è quella che chiamo “Una giornata perfetta”: mio padre la scattò in un giardino labirintico e a terrazze a Molinetti di Recco nel 1979 e lui fu uno sconosciuto inconsapevole  dell’importanza di quell’istante; altrimenti non avrebbe scattato la foto.

 

Se volete donare una macchina del tempo ai posteri, indicizzate esattamente le foto e i video oppure seguite l’articolo di Chiara Somajni nell’inserto Domenica del Sole 24 ore del 30 maggio 2010

http://www.librinecessari.it/macchina del tempo.jpg

per alan