Category Archives: naufragi

far off-shore

Look, the raft, a signal flying,
Thin-a shread;
None upon the lashed spars lying,
Quick or dead.
Cries the sea-fowl, hovering over,
“Crew, the crew?”
And the billow, reckless, rover,
Sweeps anew!

Herman Melville

 

Lontano in alto mare

Guarda, la zattera, un segnale svolazzante,
esile, uno straccio.
Nessuno giace sulle tavole legate,
sveglio o morto.
Urla l’uccello marino planandoci sopra:
“E la ciurma, la ciurma?”
E le onde rabbiose e indifferenti
la spazzano di nuovo.

“Pezzi di mare. Poesie” di Herman Melville, Acquaviva, trad.di Giuseppe D’Ambrosio Angelillo

naviganti

Nella mia giovinezza ho navigato
lungo le coste dalmate. Isolotti
a fior d’onda emergevano, ove raro
un uccello sostava intento a prede,
coperti d’alghe, scivolosi, al sole
belli come smeraldi. Quando l’alta
marea e la notte li annullava, vele
sottovento sbandavano più al largo,
per fuggirne l’insidia. Oggi il mio regno
è quella terra di nessuno. Il porto
accende ad altri i suoi lumi; me al largo
sospinge ancora il non domato spirito,
e della vita il doloroso amore 
.

Umberto Saba

1,2,3,4,5,6,7,8,9,10


Saul Steinberg

All’estremità si stendevano ben allineate le cinque dita, che partendo dal mignolo si allungavano gradualmente verso la punta dell’alluce: ciò mi pareva molto più bello delle fattezze del suo viso. Lineamenti come i suoi si trovano anche in altre donne, ma non avevo mai visto, fino ad allora, piedi così regolari e così splendidi. Quando hanno il collo piatto in modo sgradevole e le dita divaricate che lasciano intravedere le fessure, provocano la stessa spiacevole sensazione di un brutto viso. Al contrario, il collo del suo piede era ben in carne e le cinque dita ben accostate come la lettera inglese “m” e allineate in ordine come una fila di denti.

da I piedi di Fumiko, Tanizaki Jun’ichiro, Marsilio

naufragi

Francesco Balsamo

Paul Celan a Ingeborg Bachmann, Parigi 16.2.1952

Cara Ingeborg,
poiché mi è così difficile rispondere alla tua lettera, ti scrivo soltanto oggi. Non è la mia prima lettera per te da quando cerco una risposta, ma spero che infine questa sia la lettera che davvero ti mando.
Questo è quanto voglio dirti: non parliamo più di cose perdute per sempre, Inge – esse riaprono soltanto la ferita, suscitano in me collera e fastidio, resuscitano il passato – e questo passato così spesso mi sembrava una colpa, lo sai, te l’ho fatto sentire, capire -, fanno affondare tutto in un buio, sopra il quale bisogna stare a lungo accovacciati per riportarle alla luce, l’amicizia si rifiuta ostinatamente di intervenire in nostro aiuto -, come vedi accade il contrario di quanto desideri, tu crei, con poche parole che il tempo disperde davanti a te non proprio a breve distanza l’una dall’altra, quelle oscurità che devo giudicare severamente proprio come un tempo ho fatto con te.
No, non rompiamoci il capo per ciò che non ritornerà più, Ingeborg. E ti prego, non venire a Parigi per me! Ci faremmo soltanto del male, tu a me e io a te – e perché mai, ti chiedo?
Ci conosciamo abbastanza, per renderci conto che fra noi può restare solo l’amicizia. L’altro è irrimediabilmente perduto.
Se mi scrivi, so che a questa amicizia tu tieni un poco.

Ancora due domande: il dott. Schoenwiese non ha più interesse a fare una trasmissione con le mie poesie? Milo non mi ha scritto, dunque anche dell’invito per la Germania non se ne fa nulla?
Da Hilde Spiel ho ricevuto da circa due mesi fa una lettera genitle, questo è tutto finora: non ha risposto a una mia lettera nella quale le chiedevo se potevo ancora sperare di trovare un editore. Soffro molto per questa faccenda delle poesie, ma nessuno mi aiuta. Tant pis.

Fatti sentire di nuovo, Inge. Sono sempre felice, quando scrivi. Sono felice davvero.

 

Ingeborg Bachmann a Paul Celan, Vienna, 21.2.1952

Caro Paul,
ieri ho ricevuto la tua lettera del 16. – grazie. Scusa, però, se ti faccio alcune domande alle quali non dovrebbe esserti difficile rispondere, se credi alla possibilità di un’amicizia fra noi.
Non voglio porti di fronte a nuovi problemi e pretendere da te di riprendere il nostro legame dal punto in cui lo abbiamo interrotto. Non verrò a Parigi per te. Ma non è escluso che io venga lo stesso, un giorno o l’altro – è quasi normale per il mestiere che faccio. E vorrei chiederti, per evitare malintesi, se vuoi sapere quando vengo e, in tal caso, se hai intenzione, eventualmente, di venire a prendermi, oppure no? O ti secca rivedermi? Non arrabbiarti se te lo chiedo, ma la tua lettera mi ha reso molto insicura, ti capisco e non ti capisco; ho sempre saputo quanto era difficile, – il tuo disgusto e la tua “rabbia” sono comprensibili – ciò che non capisco, questo dovevo dirlo una buona volta – è questo terribile rifiuto alla riconciliazione, “il non perdonare e non dimenticare mai”, questa terribile diffidenza che sento verso di me.
Ieri, mentre leggevo e rileggevo la tua lettera, mi sono sentita una miserabile, tutto mi è sembrato senza senso e inutile, il mio impegno, la mia vita, il mio lavoro. Non dimenticare che le “oscurità” che tu condanni in me, sono una conseguenza del mio parlare nel vuoto. Non ho più la possibilità di riparare e questo è il peggio che possa capitare. La mia situazione diventa sempre più desolata. Ho puntato tutto su un’unica carta e ho perso. Ciò che sarà di me dopo mi interessa poco. Da quando sono ritornata da Parigi, non sono più capace di vivere come ho vissuto prima, ho disimparato la curiosità per il nuovo, non lo voglio neanche più, non voglio assolutamente più nulla. E non temere che io ricominci a parlarne – voglio dire delle cose passate.
Parlaiamo dunque d’altro: Schoenwiese porterà le tue poesie – la prossima settimana viene a Vienna e io sono certa che nelle trattative tra il suo e il nostro studio questo “punto” sarà risolto positivamente. I ritardi non hanno nulla a che vedere con te o con noi, ma dipendono da difficioltà esterne. La stazione radio ha appena superato una grave crisi, alcune cose sono cambiate – e in ogni momento sono sorti tanti problemi di natura tecnica, che gravano su una grande azienda, e questo ha protato a trascurare il lavoro vero e proprio. invece, trovo più triste che Hilde Spiel non faccia sapere nulla di sé. Ma tu non lasciarti scoraggiare! La cosa non deve toccarti.
Cerca, ti prego, di non dimenticare mai che noi – Nani, Klaus e tanti altri – pensiamo sempre a te e che un giorno uno di noi avrà le mani libere e acquisterà tanta influenza da volgere tutto al meglio.
Ingeborg

da Troviamo le parole. Lettere 1948-1973, Ingeborg Bachmann, Paul Celan. Nottetempo

la torinese


Miroslav Tichy

Quei giorni pensavo com’era stato semplice andare
con un’altra, Barbara spalle magre, e una mattina
che stavo al Passetto, venne su dalla stradina
degli scogli una biondina mi vide e mi sorrise
si fermò lì con me, era di Torino. Diceva che Ancona
le piaceva molto com’era bella col mare da due parti.
Che era in vacanza a Senigallia, ma preferiva venire
sola in città. Diversa la biondina dalle altre. Seni
tondi, un neo sulla spalla sinistra. I capelli leggeri,
piccoli ricci raccolti sulla testa dalla molletta.
– Stiamo nascosti- le dico- è meglio- e scendiamo
poi sotto, fino alle grotte dei pescatori. Di diverso
anche ha lei come si offre, col busto mi spinge il seno alla mano, le labbra alle labbra e tiene con le dita
il mio mento. In piazza Cavour, dove fermano le corriere,
prende la sua per Senigallia e io resto seduto
sopra i cassoni chiusi che il giorno contengono i libri
e mi dico questa mi piace più di tutte, chissà poi perché.

da Canzoni di bella vita, Valentino Ronchi, Lampi di Stampa

le falene

 

La toilette intime, Jean-Antoine Watteau

 

Nel periodo “iniziale” dell’infezione tubercolare –che principia dall’ingresso del bacillo nell’organismo o meglio dall’inizio della sua attività patologica, e che è caratterizzato dalla secrezione e immissione in circolo delle tossine,- si determina una vera eccitazione delle diverse facoltà: intellettive, affettive e volitive. Il malato è irascibile, irritabile per ogni nonnulla, ansioso, sospettoso, in uno stato di inspiegabile sovreccitazione e colle antenne della sensibilità pronte a vibrare alle più piccole segnalazioni dell’ambiente che lo circonda

Studi, Jean-Antoine Watteau

Nella fase di “rivelazione”, dopo un primo periodo di disorientamento che segue inevitabilmente alla conoscenza del male, il malato ha una pausa più o meno lunga, di equilibrio, di calma, di ragionamento. Ed è proprio in questo periodo che si ha un assestamento mentale; così individui che prima della malattia erano ottimisti lo ridiventano, mentre in altri, al contrario, si accentua la nota pessimistica che persisterà, più o meno continua e crescente, fino al termine della vita.

Jupiter et Antiope, Jean-Antoine Watteau

Durante il periodo di “stato”, poi, i sentimenti generalmente preponderanti sono due: una affettività morbosa che genera amicizie violente, passioni amorose tenaci (Catullo per Lesbia, Chopin e De Musset per George Sand, Keats per Fanny Browne, Elisabetta Barrett per Roberto Browning), o una religiosità estrema (San Francesco d’Assisi, San Luigi Gonzaga, Santa Teresa di Lysieux), e d’altra parte un egoismo talvolta aspro (Leopardi).

L’euforia è caratteristica del periodo terminale, della fase preagonica.

da Falene, Salvatore Collari, Casa Editrice Ceschina-Milano

Mila, Dario Sutter

la camera incantata


La camera incantata di Franco Gentilini

 

Ricordi di ricordi,
libri letti e riletti,
sogni tutte le notti risognati,
ombre di ombre, fotografie
di cari alle pareti

e la vita? Sparita;
chiusi i dolci occhi, spenti
i sorrisi, il presente
cancellato dall’ieri, tutto è già stato.
Fra carte, libri e sogni,
la vita se n’è andata,
dormita male dalla parte del cuore.

Roma, 9 gennaio 1983

Giorgio Vigolo, dall’Almanacco della Cometa n.4, 1989, Edizioni della Cometa

perché non si torna a casa

viale carlo troya, milano

Il ricordo è un veleno che si compone con i nostri anni, la coscienza che la vita è la decorazione della nostra solitudine.

Vado accanto al fiume che non esiste più verso una biblioteca che è chiusa e non potrò tornare mai alla casa da cui sono appena uscito perché scomparsa da molti anni ed hanno cambiato il nome della via, i numeri nei portoni, sono diversi i bar, la luce è un’altra e le coppie che si amavano hanno smesso di abbracciarsi alla stessa ora nella stessa ombra.

E’ vero, la città che ci fece ci disfa e nelle macerie torna a costruirci. Posso camminare nella strada dell’autunno passato, però so che gli amanti di oggi cercano nei loro baci le labbra di allora. Il desiderio si umilia per durare e si trasforma in coscienza scoprendo che sogna da un corpo invecchiato, da una pienezza inesistente.

In mezzo, io. E sì, la vita è un sogno, ma non per mancanza di verità, non perché siano menzogna le realtà delle sue cicatrici, bensì perché nei sogni convivono tutti i tempi di una stessa città e tutto si accumula dietro ad uno sguardo, nello scantinato della nostra solitudine, e sono di carne e d’ossa le vie scomparse anni fa e l’uomo che va insieme a un fiume che non esiste più può dimenticare per un momento che la sua vita, quello che lui chiama la sua vita…

Divenendo presente, Granada assomiglia a un ricordo. Nel giardino di oggi cade la pioggia lentissima dell’inverno passato.

da Rimanere senza città e altre prose, Luis García Montero, Via del Vento Edizioni, a cura di Alessandro Ghignoli