Category Archives: naufragi

Avanti un’altra, prego

Sempre troppo avidi di futuro,
cogliamo brutte abitudini d’attesa.
Sempre qualcosa si avvicina;
e ogni giorno diciamo Fino a allora,

guardando dagli scogli la minuscola
nitida flotta delle promesse che si avanza.
Ma come è lenta! E quanto tempo spreca,
rifiutando di muoversi più in fretta!

Eppure sempre ci lascia lì a tenere
miseri steli di delusione tra le mani,
poiché, anche se niente ostacola
la manovra d’attracco di tutte quelle navi,

nessuna di esse, grande, imbandierata,
inclinata su un fianco sotto il peso
delle guarniture d’ottone, ogni gomena bene in vista,
e la polena dalle tette d’oro

che s’inarca verso di noi, getta mai l’àncora.
Non è ancora presente che di già
si trasforma in passato.
Continuiamo a pensare fino all’ultimo

che si metteranno in panna
per scaricare nella nostra vita
ogni sorta di beni, tutto quanto
ci spetta per la devota e lunga attesa.

Ma ci sbagliamo:
solo una nave dalle vele nere
ci cerca, poco conosciuta, rimorchiandosi dietro
un enorme silenzio senza uccelli.
Sulla sua rotta
non c’è acqua che generi o si franga.

da Ti ingannasti meno in Le nozze di Pentecoste, Philip Larkin, Einaudi, tradd. di Renato Oliva e Camillo Pennati

Next, please

Always too eager for the future, we
Pick up bad habits of expectancy.
Something is always approaching; every day
Till then we say,

Watching from a bluff the tiny, clear,
Sparkling armada of promises draw near.
How slow they are! And how much time they waste,
Refusing to make haste!

Yet still they leave us holding wretched stalks
Of disappoiintment, for, though nothing balks
Each big approach, leaning with brasswork prinked,
Each rope distinct,

Flagged, and the figurehead with golden tits
Arching our way, it never anchors; it’s
No sooner present than it turns to pat.
Right to the last

We think each one will heave to and unload
All good into our lives, all we are owed
For waiting so devoutly and so long.
But we are wrong:

Only one ship is seeking us, a black-
Sailed unfamiliar, towing at her back
A huge and birdless silence. In her wake
No waters breed or break.

Solus

O nulla, o vita mia, o vano spazio:
anche nel sole c’è una bianca assenza,
posata sui gradini e sulle statue.
O nulla, o vita che s’inventa al caso:
c’è sempre, nella festa e nel sereno,
lo gnomo dell’inganno. E le macerie
salgono in gesti inesistenti al cielo,
additano nel vuoto i lunghi sogni
della mia infanzia : e i corpi dei soldati
obliqui tra i sentieri…

Ma non so inventare
più il mio futuro: la mia sorte è uguale
agli uomini in silenzio dietro i morti.

da Poesie, Marcello Landi, Editrice Nuova Fortezza

a L.

einweisungsverfuegung / provvedimento di internamento *

I sopravvissuti ai campi di concentramento avevano prodotto testi universali, i libri sull’olocausto riempivano le biblioteche, ma i forzati non ebrei, che erano sopravvissuti allo sterminio messo in atto attraverso il lavoro, tacevano. Ne avevano deportati milioni nel Reich tedesco. Fabbriche, imprese, botteghe di artigiani, fattorie, famiglie di tutto il Paese si erano servite a piacimento del contingente di lavoratori-schiavi importati dall’estero, all’insegna del massimo sfruttamento con la minima spesa. In condizioni spesso disumane, simili a quelle dei campi di concentramento, erano costretti a svolgere il lavoro degli uomini tedeschi che si trovavano al fronte negli stessi Paesi natali dei deportati di cui devastavano i villaggi e le città, di cui sterminavano le famiglie.

Uomini e donne trasferiti con la forza in Germania in quantità a tutt’oggi sconosciute furono sfruttati a morte dall’economia di guerra tedesca; ma ancora decine di anni dopo la fine del conflitto, riguardo ai crimini dei lavoratori coatti – da 6 a 27 milioni di persone, i numeri oscillano drammaticamente a seconda delle fonti -, si trovava solo di rado uno sparuto resoconto in un opuscolo parrocchiale o nell’edizione domenicale di un giornale di provincia. Perlopiù venivano citati insieme agli ebrei, ma come un dato ‘trascurabile’, un episodio marginale, un’appendice all’olocausto.

Per la maggior parte della mia vita ho ignorato di essere figlia di forzati. Nessuno me l’aveva detto, né i miei genitori, né chiunque altro nell’ambiente tedesco in cui ero vissuta, ambiente che non contemplava nella propria cultura della memoria il fenomeno di massa del lavoro coatto. Per decenni non seppi niente della mia stessa vita. Non avevo idea di chi fossero tutte quelle persone con le quali convivevamo nei vari ghetti del dopoguerra, di come fossero arrivate in Germania: tutti quei rumeni, cechi, polacchi, bulgari, jugoslavi, ungheresi, lettoni, lituani, azerbajani e i molti altri ancora che, nonostante la babelica confusione linguistica, in qualche modo comunicavano tra loro. Sapevo soltanto di appartenere a una sorta di immondizia umana, di spazzatura, rimasta lì dai tempi della guerra.

(…)

Non sapevo perché i tedeschi chiamassero “Le case” i nostri palazzoni, forse per differenziarci dagli zingari che abitavano ancora più fuori, dentro baracche di legno. Gli zingari erano un gradino più in basso rispetto a noi, e in me suscitavano un orrore simile a quello che noi dovevamo provocare nei tedeschi.

da Veniva da Mariupol, Natascha Wodin, L’Orma Editore, trad. di Marco Federici Solari e Anna Ruchat

* termine adoperato in una lettera di assegnazione di domicilio ad un richiedente asilo in Germania nel 2018

Il tempo trascorso da allora è stato piuttosto logorante

Torino, 31 marzo 1942

Cara Filomena,
quest’ultima volta mi sono fermato a Roma abbastanza a lungo e ho pensato che era ridicolo non vedersi affatto come due nemici ereditati e lasciare i nostri saluti a Barberina o ad Antonio. Ma forse questa saggezza un po’ forzata ha ancora una sua ragione e servirà a rimediare a facili errori dell’anno 1941 (questo è il linguaggio a cui ci abituano i troppi giornali sulla guerra). La tua cartolina da Perugia mi ha ricondotto a tempi anche più antichi, a quell’estate di due anni fa in cui non si conoscevano i pericoli futuri e si parlava con eleganza e distacco dei propri problemi personali. Il tempo trascorso da allora è stato abbastanza logorante per il sistema nervoso. Io nutro ora la mia inquietudine di continui progetti e sento sempre più nei limiti esterni alla mia libertà un ostacolo durissimo. Anche tu quando ci siamo lasciati eri piuttosto incline allo spirito catastrofico, ora penso che la tua felice pacatezza romana abbia riguadagnato terreno e mi auguro che divida il tuo tempo fra i vari diritti e i tuoi svaghi personali.

Spero che ci vedremo presto con calma. Un amichevole saluto da,

Giaime

da C’era la guerra. Epistolario 1940-1943, Einaudi, Gli Struzzi, 2000, a cura di Luisa Mangoni

Caro Agafio,
se ti scrivo che l’assenza di libertà fatta subire a tante persone che ho incontrato negli ultimi tre anni mi logora, so che capisci. Sai come’è chiamata l’assegnazione di un centro di accoglienza in Germania? Einweisungsverfügung, cioè provvedimento di internamento: quando l’ho saputo, ho ricordato quel giorno in cui mi dicesti –  commentando i pregi della carta adesiva per risolvere il problema dei pesciolini d’argento – che i tedeschi san bene come uccidere. Le aggressioni del mondo e una certa passività delle persone a cui queste sono indirizzate, mi vuotano: oggi sono un’illettrice o una lettrice intermittente. Due mesi fa sono stata per due giorni ospite senza invito in un centro d’accoglienza in Germania, per fare una visita ad un caro nigeriano espulso dall’Italia. Era il più scuro di quel centro e sono stata testimone di un’esclusione spietata: i compagni di disavventura, tutti di fototipo più chiaro, facevano a gara per occupare la posizione di penultimi, conquistata pulendo gli spazi comuni al suo passaggio oppure invitandolo a non utilizzare un certo bagno. Avevo sperimentato un’assai più moderata forma di esclusione, quando unico fototipo levantino in una situazione di coabitazione, mi ero accorta di suscitare il disgusto nell’ospite che incappava in un mio capello, rimasto nella doccia come unico monumento ai caduti e ripuliti: grazie a questa esperienza, è stato inevitabile coincidere con il mio caro, con un’intensità tale da arrivare a pensare – al buio e con i rumori provenienti dal corridoio così simili a quelli di un ospedale – al suicidio. Ho abbracciato la segregazione del caro ed ho percorso mentalmente gli ultimi passi di Maslax, il ragazzino che si impiccò al ramo dell’albero dei giardinetti dinanzi al centro di accoglienza a Pomezia. Sono tornata a Roma, proprio grazie al mio amico, che quando parla del suo Dio (che io, atea, non provo ad intaccare con l’etilene della logica) ha gli occhi che virano al blu.

Torna, Agafio: negli ultimi tre anni ho parlato con vittime, aggressori, candidati al martirio o indifferenti. Non so quanto sia felice, quella tua pacatezza, ma la vorrei presente nella mia vita e se ho l’ardire di chiedere, è perché conosco il piacere della restituzione.

#Diciamono al decreto Salvini

Approvato all’unanimità, dal Consiglio dei Ministri il 25 settembre 2018, il decreto che intende:

1) incrementare e consolidare il numero di irregolari senza alcuna speranza di integrazione:

– abrogando il riconoscimento del permesso umanitario;

– prolungando i tempi di trattenimento per gli irregolari da 90 a 180 giorni;

– ridimensionando il sistema di accoglienza (SPRAR), che Salvini avrebbe voluto smantellare;

– attraverso il passaggio delle spese per il ricorso in appello dopo il diniego, dallo Stato al richiedente asilo.

2) scoraggiare ogni forma di dissenso e solidarietà attraverso:

– il daspo urbano (entrato in vigore con Minniti), che sarà esteso anche a presidi sanitari e agli ospedali, impedendo quindi alle persone senza fissa dimora di trovare riparo nei pronto soccorsi (come accade nel periodo invernale);

– la penalizzazione di occupazione di stabili e terreni (multe di migliaia di euro e fino a 4 anni di reclusione).

 

Modello per autoritratti

Io non sono non c’è non chi è

non abito non credo non ho

cinquantanni ventuno dodici che c’è

quando bevo nell’acqua nuotare non so

con la penna che danza la polvere che avanza

non credo non vedo se esco né tocco

mangiare se fame digerite non do

prima corpo poi mente poi dico poi niente

è un’altra chissà se alla fine cadrà

né una vita né due né un pianeta né un altro

le lingue non capisco le grida annichilisco.

(1970)

da Metropolis, Antonio Porta, Feltrinelli

Sottacqua

Ho sognato di trovarmi alla vecchia sede della libreria, che era tornata ad essere tale e gestita da persone che tutti – fuorché me – conoscevano. Mentre giravo per il locale, divenuto assai più grande, questo ha iniziato a riempirsi d’acqua ed io e i miei cari non riuscivamo a guadagnare l’uscita. Mi sono svegliata prima che l’acqua ci sommergesse.

La reale necessità di un luogo è stabilita dal numero e dal tipo di persone che vi si recano. Perfino Agafio non viene più.

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30 gennaio 1947

Devo assolutamente trovare un’altra sede: siamo stretti come sardine mentre gli affari sono in piena espansione. L’unico modo per avere uno spazio più grande senza svenarsi è comprare un bordello. La legge Marthe Richard qualche mese fa ha abolito la regolamentazione della prostituzione imponendo la chiusura delle case di tolleranza e ora sono tutte in vendita. E così me ne vado in giro per i casini della città alla ricerca di un affarone.

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9 febbraio 1947

Ogni appuntamento in banca: fiasco totale. E questo nonostante tutti i premi, la pubblicità, eccetera. La persona con cui ho parlato non capisce niente di libri e non mi aiuterà.

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12 aprile 1947

Ho appena venduto il mio ex bugigattolo a una signora di nome Maria Marquet. Ci farà un negozio di oggetti in opalina. le Editions Charlot si trasferiscono in un ex bordello al 18 della rue Grégoire-de-Tours, famoso per aver annoverato tra i suoi clienti il poeta Apollinaire. Abbiamo comprato l’intera palazzina a un prezzo vantaggioso (sarà forse perché dentro ci hanno assassinato il proprietario?). Un bordello. Un poeta. Un assassinio. Se non risaliamo la china così!

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12 agosto 1948

Gli azionisti della casa editrice, che poi altri non sono che i miei amici, hanno deliberato: mi vogliono fuori dalla società per tenermi dentro come consulente letterario. Charles Poncet e io dobbiamo farci da parte. Da un’impresa che porta il mio nome. Charlot senza Charlot. Assurdo. Siamo in rosso di 22 milioni. Ho la nausea al solo pensiero. Amrouche si occuperà della liquidazione, una parte del personale verrà licenziata, sarà un duro colpo. Sono costretto a vendere tutte le mie cose (che non sono poi molte) per pagare i debiti. Ho cercato di tirare su il morale a Dominique Aury e Madeleine Hidalgo, che sembrano molto sconfortate.

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2 settembre 1948

La direzione è ormai nelle mani di Amrouche e Autraud. Il clan Charlot, come lo chiama Jules Roy, si è sfaldato. Quasi tutti i miei autori passano a Gallimard, Seuil e Julliard.

Me ne torno ad Algeri, solo e con i miei sogni di letteratura e di amicizia mediterranea.

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1 dicembre 1949

Il tribunale di Parigi ha decretato il fallimento delle Editions Charlot. Crudele avventura parigina. Fine di un’amicizia collettiva.

Un capitolo della mia vita si è brutalmente concluso.

da La libreria della rue Charras, di Kaouther Adimi, L’Orma Editore, trad. di Francesca Bononi