Category Archives: macchina del tempo

… parlavo piuttosto con la tappezzeria

Dalma

A casa, nella stanza dei bambini, giocavo per lo più da solo. In verità giocavo poco, parlavo piuttosto con la tappezzeria. I molti cerchi scuri nel disegno della tappezzeria li vedevo come persone. Inventavo una quantità di storie in cui essi figuravano da protagonisti, qualche volta ero io a raccontargliele, ma qualche volta anche loro partecipavano al gioco; comunque non mi stancavo mai di questi personaggi della tappezzeria ed ero capace di stare ore e ore a discutere con loro.

da La lingua salvata, Elias Canetti, trad.di Amina Pandolfi e Renata Colorni

i puntini

disegno di marta luglio 2007

Il sole e la luna avevano forzato i suoi occhi e invaso il suo cervello, avvolti in uno sciame di visioni roteanti: il cactus delle Capanne di Fango girava intorno alle torri di Gormenghast, le torri vagavano intorno alla luna. Teste umane si precipitavano verso di lei, dapprima come puntini minuscoli su un orizzonte lontanissimo, poi, avvicinandosi, sempre più grandi, ingigantendo intollerabilmente, finché non le esplodevano in faccia: il marito morto, la signora Stoppa e Fucsia, Braigon, Lisca, la Contessa, Rantel, e il Dottore col suo sorriso da cannibale.

da Tito di Gormenghast, Marvin Peake, Adelphi, traduzione splendida di Anna Ravano

Filippo Bentivegna Sciacca

leggere Lucrezio

corpi mobili vitrali

Durante la lettura del De rerum natura mi è accaduto più volte di pensare che il punto di vista angolare dell’uomo quale la cultura etnica e la suscettibilità egoistica lo hanno fatto sia stato abolito e al suo posto ne subentri un altro, ancora umano, ma senza limiti e condizioni, primario. Insomma si potrebbe dire che mentre celebra la maturità del pensiero Lucrezio ripristina l’immagine “selvaggia” dell’universo rimovendone tutte le incrostazioni che la tradizioni culturale e religiosa vi ha sovrammesso: una carica doppiamente liberatoria dunque, di ordine intellettuale ed esistenziale.

(…)

Non si può dire che ci dia del destino un’immagine esaltante. Ma esaltante è il processo che sgombra la mente dai suoi timori; l’atto della mente che abbatte le barriere delle inerti credenze, voglio dire, e le permette di ricevere la rivelazione piena e inesorabile del mondo. Non meno esaltante la dura conseguenza dell’atto: la ragione dell’uomo è posta, sola e impavida, ad assistere al dramma perenne dell’universo di cui essa stessa incidentalmente fa parte.

da Vicissitudine e forma, Mario Luzi, Rizzoli

tempo qualitativo

La-Jetee-03

Il filosofo francese Henri Bergson, in opposizione con le interpretazioni scientifico-positivistiche del concetto di tempo (come successione di istanti statici calcolabili e determinati), avanza l’ipotesi di un tempo formato da istanti qualitativamente diversi l’uno dall’altro e aventi una durata distinta a seconda dell’investimento emotivo del momento. Il tempo diventa dunque un fattore soggettivo. La vera durata è quella la cui sintesi è qualitativa, ossia un graduale organizzarsi fra loro delle nostre sensazioni successive. Il tempo quantitativo è quello che considera gli istanti come due punti nello spazio e di un’azione calcola il punto di partenza e il punto di arrivo. Il tempo qualitativo invece è quello che considera la qualità di ciò che intercorre tra i due punti. Il protagonista del film di Marker (La Jetée) vive nella seconda dimensione; egli, attraverso la memoria, reitera all’infinito una durata temporale che ha avuto su di lui una carica emotiva dirompente.

da Chris Marker o del film-saggio, Ivelise Perniola, Lindau

jetee-2

appunti per Mi chiamo M.M. n. -2

12 luglio 1820

mira

Il sentimento della nullità di tutte le cose, la insufficienza di tutti i piacer a riempirci l’animo, e la tendenza nostra verso un infinito che non comprendiamo, forse proviene da una cagione semplicissima, e più materiale che spirituale. L’anima umana (e così tutti gli esseri viventi) desidera sempre essenzialmente, e mira unicamente, benché sotto mille aspetti, al piacere, ossia alla felicità, che considerandola bene, è tutt’uno col piacere. Questo desiderio e questa tendenza non ha limiti, perch’è ingenita o congenita coll’esistenza, e perciò non può aver fine in questo o quel piacere che non può essere infinito, ma solamente termina colla vita. E non ha limiti 1. nè di durata, 2. nè per estensione. Quindi non ci può essere alcun piacere che eguagli 1. nè la sua durata, perché nessun piacere è eterno, 2. nè la sua estensione, perché nessun piacere è immenso, ma la natura delle cose porta che tutto esista limitatamente e tutto abbia confini, sia circoscritto. Il detto piacere non ha limiti che per durata, perché, come ho detto non finisce se non coll’esistenza, e quindi l’uomo non esisterebbe se non provasse questo desiderio.

dal Pensiero 165 dello Zibaldone, Giacomo Leopardi

Non vorrei crepare senza (cit. Boris Vian):

– aver letto tutti i libri di Giovanni Amelotti (escluso Il Leopardi maggiore, che possiedo);

– aver compiuto un viaggio fino a Recanati nel 12 luglio 1820 (una volta arrivata là, saprei arrangiarmi);

– RD 70 → ∞ ;

– essere riuscita a trovare e vedere a Moneglia il quadro di Luca Cambiaso  in una inarrivabile sagrestia

appunti per Trentasei e dieci vedute n.11

librerie a budapest

 

L’ipertrofia della memoria, da cui derivano la consunzione e il blocco della Storia, consiste nel dejà vu. Non più storici (ormai incapaci, cioè, di compiere azioni genuinamente storiche) sono gli uomini per i quali il presente sembra dipendere in tutto dal passato, come una eco dal suono originario. Ma nessun passato autentico è così autorevole da imporre una dipendenza siffatta. Nessuna sequenza di eventi realmente accaduti merita il blasone di archetipo inarrivabile e cogente. A sottomettere a sé i viventi afflitti da ipermnesia provvede, invece, uno pseudopassato. Soltanto un fittizio “c’era una volta” può esigere di venir riprodotto in ogni sua piega dall’attuale hic et nunc. A dir meglio: soltanto il “c’era una volta” fantasmagorico, che tiene banco nell’esperienza del dejà vu.

da Il ricordo del presente. Saggio sul tempo storico, di Paolo Virno, Bollati Boringhieri

appunti per Trentasei e dieci vedute n.3

appunti trentasei e dieci vedute

Alla ricerca di una differenza:
Il Café de la Mairie è chiuso (non lo vedo; lo so perché l’ho visto scendendo dall’autobus)
Bevo una vittel mentre invece ieri prendevo un caffè (in che cosa questo trasforma la piazza?)
Il piatto del giorno del Fontaine St Sulpice è cambiato (ieri c’era il merluzzo)? Non c’è dubbio,ma io sono troppo lontano per decifrare cosa c’è scrito sulla lavagna dove viene annunciato il piatto.
(2 pullman di turisti, il secondo si chiama “Walz Reisen”): i turisti di oggi possono essere gli stessi di ieri (ma una persona che fa il giro di Parigi in pullman un venerdì ha voglia di rifarlo il sabato?)
Ieri, c’era sul marciapiede, proprio davanti al mio tavolino, un biglietto della metropolitana; oggi, ma non è detto che sia nello stesso posto, c’è l’involucro di una caramella (cellophane) e un pezzo di carta difficilmente riconoscibile (più o meno grande come una scatola di “Parisiennes” ma di un blu molto più chiaro).

da Tentativo di esaurimento di un luogo parigino TELP1, Georges Perec, Voland, a cura di Alberto Lecaldano