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Wallace Stevens e Kenneth Patchen

19 aprile 1941

Caro Patchen,

   Si renderà conto senz’altro che quello che lei propone è che io paghi per la stampa del suo libro e che prenda il libro come garanzia. Però, il libro non è per niente una garanzia; se per qualsiasi motivo la sua vendita dovesse essere impedita (posso dedurre che chi ha pensato per primo di pubblicarlo possa aver avuto un simile timore), come potrei fare per riavere i miei soldi? Se, anziché darne via delle copie, le distruggessi, lei probabilmente direbbe che io l’ho assassinata. […]

  Vorrei aiutarla, ma l’ultima cosa al mondo che posso pensare di fare è di farmi carico dei suoi problemi; ho già i miei. Se riesce a trovare diciannove persone disposte a mettere 50$ a testa, io sarò la ventesima. Non capisco come io sia potuto arrivare ad essere così coinvolto dalle sue faccende. Francamente devo dire che mi interessa quel che scrive solo in quanto letteratura e basta. […]

                                                                                            Sinceramente suo,

WS

traduzione di Aldo Bandinelli per Emiliano degli Orfini

Kenneth Patchen, uno dei padri della beat generation: per saperne di più

Da ultimo, luce dei miei occhi, Maberto. Questi si era preso un 6,5 a una verifica scritta in cui dimostrava sì di aver capito e assimilato le lezioni, ma in un linguaggio così barbaro da non permettere una valutazione superiore. Si era già rifatto con una brillante interrogazione. Ma qua, cosa non è successo, Maberto si legge un libro di Oliver Sacks e poi entra in scena a farci lezione, sboccato ed entusiasta, esponendo con un registro linguistico inadeguato il senso e i dettagli di tutta una serie di complessi ed affascinanti casi clinici; Maberto parla come se stesse raccontando l’ultima puntata del suo telefilm preferito a un amico, al bar, magari solo fra maschi (un paio di volte infatti devo richiamarlo all’ordine); e ne parla con coscienza di causa. Cos’ha scoperto? Che ha letto, per la prima volta in vita sua, un libro senza una trama e senza personaggi, ma (parole sue, e qua si vola) “in realtà il protagonista è il medico, l’antagonista la malattia e i casi clinici sono i personaggi secondari, ognuno che propone una specie di prova da superare.” E li racconta, questi casi, avendoli compresi e compatiti, con autentica passione cognitiva. Voto 9.
Cosa ho fatto? Nulla. Quel giorno esco da scuola e mi sento un insegnante.

da Questa birberia del leggere e scrivere. Appunti di pedagogia pratica/1, Giulio Braccini, con una prefazione di Leonardo Tondelli, Emiliano degli Orfini – Roma

 

Odori tre = vita

Argo ha anche altri dolori che il resto del mondo non sa e non sente. Quando vede il padrone che carezza un altro cane, egli vuol bene al padrone più del solito, ma un bene fatto di dolore, perché accarezza altri? Non ha me? Forse lo fa perché Argo sia più buono ed infatti se in quell’istante volesse qualcosa da me, obbedirei più presto che di solito. Ma egli di me non vuole e accarezza l’altro. L’odio per quest’altro è fatto anch’esso di dolore. Non è permesso di sbranarlo perché c’è il padrone eppoi ho paura di fargli vedere la mia ira perché potrebbe gioirne. Io mi caccio fra quell’intruso e il mio padrone per dividerli perché se sono divisi non soffro più e vado fra loro come per caso. Il padrone mi scaccia ma io ostinatamente continuo ad invadere quel piccolo tratto di terreno e scodinzolo simulando una gioia che sono ben lontano dal sentire. Perché questo è il dolore: vorrei urlare per sollevare l’animo mio ma allora non ci sarebbe più la speranza di allontanare quella brutta bestia dal mio padrone. Bisogna celare il dolore e procurare di tornar gradito. Poi quando l’altro finalmente se n’è andato, io ritrovo intero il mio padrone e il suo odore. L’altro non ne portò via niente. Ed io mi dico: Dunque fu stupido soffrire! Ma alla prossima occasione avviene esattamente la stessa cosa perché Argo è fatto per soffrire.

da Argo e il suo padrone, Italo Svevo

Eminente autore di versi liberi scrive a sua moglie

Le case della zona Ovest della città in seguito all’inondazione del 1916  (Minnesota Historical Society)

St. Paul, Minnesota

Giugno 19, 1916

Eminente autore di versi liberi arriva in città.
Dettagli sull’accoglienza.

St. Paul, Minnesota, Luglio 19, 1916. Il drammaturgo e avvocato Wallace Stevens è arrivato alla Union Station alle 10.30 di questa mattina. Alcuni dei trenta rappresentati della stampa non erano presenti ad accoglierlo. Egli ha proseguito a piedi verso l’Hotel St. Paul, dove non avevano una stanza per lui. A quel punto, portando un ombrello e due borse dall’aspetto misterioso, ha proseguito verso il Club Minnesota, a 4th & Washington-Streets, a St.Paul, dove si tratterrà durante il suo soggiorno a St.Paul. Al Club, il Sig. Stevens si è fatto una doccia inondando non solo il pavimento del bagno, ma anche quello della camera da letto. Egli ha usato tutti gli asciugamani per sistemare il pasticcio ed è stato obbligato ad asciugarsi con una salvietta. Dal Club il Sig.Stevens si è recato in centro per affari. Quando gli è stato richiesto se St.Paul gli fosse piaciuta, il Sig.Stevens, prendendosi un sigaro, ha detto: “Mi piace.”

Wallace Stevens a Elsie

p.s.: la discrepanza nelle date giugno/luglio potrebbe attribuirsi all’eccitazione di Stevens. Egli arrivò a Saint Paul prima del 23 giugno, quando scrisse lettere a entrambe, Harriet Monroe e a sua moglie, dal Club Minnesota. La busta in cui questa lettera è stata trovata ha il francobollo con il timbro del 19 giugno. E in una lettera a sua moglie del 27 giugno 1916 egli dice: “Mi aspetto di lasciare questo posto domani a tarda notte”.

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Immagino che il viaggio dell’avvocato Wallace Stevens a Saint Paul nel 1916, per conto delle assicurazioni, avesse in qualche modo a che fare con l’inondazione della zona Ovest della città.
Se, con questo resoconto alla moglie, Stevens avesse scherzosamente inteso attribuirsi la causa dell’inondazione, la lettera avrebbe una maggiore portata (visto che di acqua si scrive) esilarante.