Category Archives: la scrittura

il significatore

collage di Hannelore Baron

 

“Vedete, ‘nella vita’ io facevo il filologo. Avete idea di cosa significa? Significa incontrare un testo grasso, flaccido, pieno di macchie e di impurità, e dirgli: testo, io ti riporterò alla tua verità. Mi seguite?”

“Sì”.

“Allora dovete scegliere gli strumenti più affilati. Le lame della paleografia, la grattugia della recensio, lo squartamento della tradizione nelle nudità dello stemma, l’amputativo tronchese della variantistica: e poi sezionare, eviscerare, potare: e poi prendere dei secchi, delle casse, scavare delle fosse, e metterci dentro tutto quel crassume escerpato, tutta quella schifosa corruzione, ah! Sto male soltanto a pensarci! Insomma, quando avete pulito e asciugato dappertutto siete voi due soli, voi e il testo, perfetto nella sua semplicità originaria, nudo, scheletrico, puro! Avete capito?”

“Sì”.

“No, non potete. Non avete mai fatto un’edizione critica”.

Ancora quel rantolo, ora più gorgogliante. Quando riprese a parlare mi parve più vecchio di quanto avessi immaginato fino a quel momento.

“Anche se non tutto quello che ho detto vi è chiaro, so cosa state pensando: che per mera inerzia analogica io sia passato dai testi agli umani, tentando l’intreccio dei visceri dopo aver saggiato quello delle parole e delle forme”.

“No, no, io non penso niente…”

“Male! Mi avete chiesto perché uccido? In un certo senso è per avere degli interlocutori. Voi entrate in casa mia dopo avermi rotto la finestra, frugate nelle mie tenebre con la vostra torcia indiscreta, e non volete essere mio interlocutore? Mmmmh…penso che non sappiate nemmeno cos’è l’ermeneutica, per cui ve la dirò io. È la scienza dell’interpretare, sommamente decisiva al filologo e al critico. Ora immaginatevi questo: un uomo che per tutta la sua vita sveste e riveste i testi di interpretazioni, che li ruota fra le mani come prismi per trarne sempremai nuove luci, che inventa nuove rubriche ove ascriverli, un uomo che li palpa, i testi, e palpandoli li sente gonfi di tutte le interpretazioni che prima di lui altri uomini han dato loro, interpretazioni cui la sua, sopraggiungendo postrema, conferirà nuovi accenti…I capolavori! Ma siamo noi che li abbiamo fatti diventare tali, leggendoli e rileggendoli, e caricandoli di senso fino a saturarli di storia e di energia, ecco, quando ho capito questa cosa io, il significatore, ho cominciato a chiedermi: e a me chi lo conferisce il senso? Chi mi interpreta?(…)”.

 

Da La serietà della serie in Euridice aveva un cane, Michele Mari, Einaudi

il discorso poetico e le lenzuola gualcite

Il discorso poetico è un processo incrociato, e si compone di due specie di suono: la prima di esse è il cambiamento – che noi possiamo udire e percepire – degli strumenti stessi del discorso poetico, emersi strada facendo nello slancio del discorso; la seconda è il discorso vero e proprio, ossia l’attività che, sul piano dell’intonazione e della fonetica, viene svolta da tali strumenti.
Concepita in questi termini, la poesia non è una parte della natura – si trattasse anche della sua parte migliore, più eletta – e, ancora meno, è un suo rispecchiamento, ciò che si tradurrebbe in un dileggio del principio di identità; ma con strabiliante indipendenza essa si installa in un campo d’azione nuovo, extraspaziale, impegnandosi non tanto a raccontare, quanto piuttosto a recitare la natura, attraverso i mezzi strumentari denominati volgarmente immagini.
Il discorso, o il pensiero, poetico soltanto in modo estremamente convenzionale può essere definito sonoro, poiché in esso noi udiamo soltanto l’incrociarsi di due linee, una delle quali, se presa a sé, è affatto muta, mentre l’altra, se presa al di fuori della sua metamorfosi strumentaria, è priva di qualsiasi interesse, e si presta a venir parafrasata, il che, a mio parere, è un indizio sicurissimo dell’assenza della poesia: giacché, dove un’opera si rivela commisurabile alla sua parafrasi, là non ci sono lenzuola gualcite, la poesia, per così dire, là non ha pernottato.

da Conversazione su Dante, Osip  Mandel’štam, Il Melangolo, trad.di Remo Faccani

quando il testo offre in figura il suono


Alphabet, Robert Mapplethorpe

Il silenzio con cui le parole ci confrontano – perché è vero, le parole scritte tacciono, non più udibile è la voce che le ha pronunciate- non fa che ripetere il silenzio del mondo. Perché anche le cose tacciono; e tuttavia il mondo è pieno di suoni, e tutto ha la sua voce. È solo questione di ascolto, ma disciplinando l’orecchio potremo finalmente raggiungere quell’attenzione dell’anima che ci farà udire, nelle lettere mute della scrittura, la voce -lì dove la lettera si ricongiunge ad un corpo.

da Nomi, Nadia Fusini, Feltrinelli

Tree of Codes di jonathan safran foer

Ecco il nuovo libro di Jonathan Safran Foer, presentato dall’Autore:

e qui di seguito la reazione dei potenziali lettori:

 

E ora le parole di T.S.Eliot:

Non è molto quello che sappiamo circa il valore dell’opera dei nostri contemporanei; anzi, è ben poco, quasi quanto sappiamo del valore della nostra stessa opera. Vi si possono trovare qualità che esistono soltanto per la sensibilità contemporanea, così come vi si possono nascondere virtù che diverranno evidenti soltanto col tempo. Quale posto le spetterà quando noi tutti saremo scrittori defunti, non possiamo dirlo con alcuna approssimazione. Se proprio si deve parlare dei contemporanei, è quindi importante stabilire prima di tutto che cosa possiamo affermare con convinzione e che cosa deve restare aperto al dubbio e alla congettura. L’ultima cosa che possiamo giudicare è certamente la loro “grandezza”, o piuttosto la loro relativa eccellenza o mediocrità in rapporto al concetto di “grandezza”. Nel concetto di grandezza, infatti, sono impliciti significati morali e sociali che possono essere percepiti soltanto da una prospettiva più remota e dei quali si può forse dire addirittura che sorgono nel corso della storia. Non si può predire quale sorte avrà una certa poesia, quale azione eserciterà sulle generazioni successive. E tuttavia possiamo credere, con un certo fondamento, che esista qualche cosa, una qualità, che può essere riconosciuta da un piccolo numero, soltanto un piccolo numero, di lettori contemporanei; ed è la genuinità.
Dico di proposito “soltanto un piccolo numero”, perché sembra probabile che, quando un poeta riesce a conquistare in vita un pubblico numeroso, una porzione sempre crescente di ammiratori lo ammirerà per ragioni estranee, per ragioni non sostanziali. Non è detto che siano cattive ragioni, ma allora la notorietà del poeta sarà semplicemente quella di un simbolo, dovuta alla sua capacità di compiere sui lettori un’azione stimolante, o consolante, in ragione del particolare rapporto che lo lega ad essi nel tempo. Questa azione sui lettori contemporanei può essere a volte il risultato, giusto e legittimo, di una grande poesia; ma è anche accaduto, assai spesso, che fosse il risultato di una poesia effimera.
Non sembra molto importante il fatto che il poeta debba lottare con un’epoca distratta e paga di sé, e quindi ostile a nuove forme di poesia, oppure con un’epoca come l’attuale, incerta, diffidente di se stessa e avida di nuove forme che le diano un blasone e il rispetto di se stessa. Per molti lettori moderni ogni novità formale, per quanto epidermica, è la prova, o l’equivalente, di una sensibilità nuova; e se poi la sensibilità è fondamentalmente ottusa e dozzinale, tanto meglio; poiché non vi è strada più rapida per arrivare a una popolarità immediata, anche se passeggera, che quella di servire merci stantie in confezioni nuove. Vi sono alcune prove che permettono di accertare la novità e la genuinità di un prodotto, e una di queste – è una prova puramente negativa, d’accordo- si può eseguire osservando la reazione dei cosiddetti “amanti della poesia”; se il prodotto suscita la loro avversione, è probabile che ci troviamo davanti a una poesia veramente nuova e genuina.
Mi rendo conto chei pregiudizi mi inducono a non concedere tutta la mia stima a certi autori, nei quali vedo dei nemici pubblici piuttosto che dei soggetti sui quali esercitare la critica; e oso aggiungere che un altro pregiudizio, di diversa natura, mi spinge a concedere un consenso acritico ad altri scrittori. Può anche darsi che io ammiri gli autori giusti per le ragioni sbagliate. Ma ho più fiducia nella mia stima per gli autori che ammiro, che nella mia disistima per gli autori che mi lasciano freddo o mi esasperano. E quando affermo che tra le qualità riconoscibili in un contemporaneo quella che io chiamo genuinità è più importante della grandezza, faccio una distinzione tra la funzione dello scrittore da vivo e la sua funzione da morto. Da vivo il poeta continua quella battaglia per la difesa di una lingua viva, per conservare la forza e la sottigliezza della lingua, per la salvezza di una certa sensibilità, che dev’essere sostenuta in ogni generazione; da morto, fornisce modelli per coloro che dopo di lui riprendono la battaglia.

frammento da Il fascino di un microscopio, di T.S.Eliot, saggio sulla poesia di Marianna Moore, Adelphi

e quelle di Isaac Singer:

Ho deciso da molto tempo che le forze creative della letteratura non risiedono nell’originalità forzata prodotta dalle variazioni di stile e dalle macchinazioni linguistiche, ma nelle innumerevoli situazioni che la vita continua a creare, e in particolare nelle strambe complicazioni che intervengono tra uomo e donna. Per uno scrittore si tratta di potenziali tesori impossibili da esaurire, mentre tutte le innovazioni linguistiche (formali, estetiche) diventano ben presto cliché.

Io concludo chiedendo, a chi ha già letto Tree of codes, se in seguito all’operazione di scultura (def. di Gianluigi Ricuperati nella splendida recensione nell’inserto domenicale del sole 24 ore del 5 dicembre 2010) (scultura su una traduzione!) nel libro nato da/sopravvissuto a Le botteghe color cannella di Bruno Schulz vi sia  l’intenzionalità dello scrittore o se tutto sia lasciato unicamente alla responsabilità del lettore.

Perché si scrive

Scrivere è difendere la solitudine in cui ci si trova; è un’azione che scaturisce soltanto da un isolamento ef­fettivo, ma comunicabile, nel quale, proprio per la lon­tananza da tutte le cose concrete, si rende possibile una scoperta di rapporti tra esse.
È una solitudine, però, che non ha bisogno di essere difesa, che non ha bisogno cioè di giustificazione. Lo scrittore difende la sua solitudine, rivelando ciò che trova in essa e in essa soltanto.
Se esiste un parlare, perché scrivere? Ma l’espres­sione immediata, quella che sgorga dalla nostra spon­taneità, è qualcosa di cui non ci assumiamo interamen­te la responsabilità, perché non emana dalla totalità in­tegrale della nostra persona; è una reazione sempre dettata dall’urgenza e dalla sollecitazione. Parliamo perché qualcosa ci sollecita e ci sollecita dall’ esterno, da una trappola in cui ci cacciano le circostanze e da cui la parola ci libera. Grazie alla parola ci rendiamo li­beri, liberi dal momento, dalla circostanza assediante e istantanea. Ma la parola non ci pone al riparo, né per­tanto ci crea, anzi, il suo uso eccessivo produce sempre una disgregazione; per mezzo della parola vinciamo il momento e subito dopo siamo vinti da esso, dalla suc­cessione di momenti che superano il nostro assalto senza lasciarci rispondere. E’ una continua vittoria, che alla fine si trasforma in sconfitta.
E da questa sconfitta intima, umana, non di un singolo uomo ma dall’essere umano, nasce l’esigenza di scrivere. Si scrive per rifarsi della sconfitta subita ogniqualvolta abbiamo parlato a lungo. La vittoria del resto, può darsi solo dove si è subita la sconfitta, nelle stesse parole. Queste stesse parole, avranno ora, nello scrivere, una diversa funzione: non serviranno più il momento oppressore, non serviranno più a giustificarci di fronte all’assalto del momentaneo, bensì, partendo dal centro del nostro essere raccolto in se stesso, ci difenderanno di fronte alla totalità dei momenti, di fronte alla totalità delle circostanze, di fronte alla vita intera.

da Verso un sapere dell’anima, Maria Zambrano, Raffaello Cortina Editore, traduzione a cura di Rosella Prezzo

Bellezza

“Se mi dicessero di scegliere tra l’appartenere ai poderosi della terra e l’appartenere a quelli che possono dar vita a una nuova parola, non vacillerei nemmeno un momento. E se mi dicessero che mi danno una grande poesia in cambio della miseria, ma solo una grande poesia, scelgo quest’ultima, benché sia solo una. Così è stato da quando ho capito che la poesia non era per me solo una propensione, ma un destino implacabile. Non c’è cosa che non dia per la Bellezza che a sua volta è una forma di Dio; la più vicina alla Sua Natura. per questo la curo e con essa curo le mie azioni più che il mio fisico. Dobbiamo fare in modo che la Bellezza non scompaia”

Lettera di Eunice Odio all’amico poeta Juan Liscano, trad. di Tomaso Pieragnolo, da Questo è il bosco e altre poesie, Via del Vento Edizioni

 

ancora su Eunice Odio

la vita sognata

E la pratica della cucina verbale della poesia mi faceva ben vedere che se n(o)i possiamo combinare le parole, è perché non sono  – – cose. Così pensare (in senso attivo) significa a un tempo prendere i significati delle parole per cose, per non parole – e tuttavia combinarli come fossero gettoni disponibili, o modellare le immagini adiacenti come colori o linee o argilla.

da Quaderni – Volume Primo – Ego, Paul Valéry, Adelphi, trad. di Ruggero Guarini

infanzia reintegrata

 

Bruno Schulz scrisse ad Andrzej Plesniewicz il 4 marzo 1936:

Il genere d’arte che mi sta a cuore è appunto la regressione, è l’infanzia reintegrata. se fosse possibile riportare indietro lo sviluppo, raggiungere per qualche via circolare un’infanzia reintegrata, avere ancora una volta la sua pienezza e la sua immensità: sarebbe l’avveramento dell’epoca geniale, dei tempi messianici, che da tutte mitologie ci sono promessi e giurati. Il mio ideale è di maturare verso l’infanzia. solo questo sarebbe l’autentica maturità.

(dall’introduzione di Ripellino ne Le botteghe color cannella, einaudi)