Category Archives: la scrittura

Le storie, i sentimenti, i personaggi, la descrizione: riuscire a renderli totale provvisorietà; levare a ogni frase la terra sotto i piedi, levarle il fondamento, col gesto stesso con cui ci sforziamo di affidarla alla stabilità. Ogni racconto ci appare oggi simultaneamente del tutto  fondato e al tempo stesso del tutto infondato. Questo secolo ci ha educato alla memoria di entrambe tali condizioni. Questo continuo e duplice carattere di fondatezza e infondatezza della narrazione è una dimensione di probabilità. È ciò che risuona oggi nel limite estremo della scrittura: un movimento sotterraneo ed essenziale di probabilità e improbabilità continue. Ha a che fare, forse, proprio con l’ombra, con la quantità di ombra che il linguaggio porta con sé, che ogni parola porta con sé nel suo medesimo far luce, dunque dell’ombra che ciascuno di noi riesce a trattenere, a conservare e a far «parlare» all’interno della continua e probabile, puramente probabile luce delle parole.

da In questa luce, Daniele Del Giudice, Einaudi

giornalismo spazzatura

Oggi Il Messaggero tocca il fondo pubblicando il pezzo di Laura Bogliolo, che decide di raccontare l’esperienza del Baobab di Via Cupa (seguita e variamente sostenuta da oltre 16000 persone) dalla prospettiva di un meccanico e dell’Associazione Rinascita Tiburtina (seguita da 115 persone)…
Se il Baobab è riuscito, col sostegno di parte della cittadinanza, a soddisfare in un anno le esigenze alimentari e sanitarie di 35000 persone, la prospettiva dei volontari è per me più rilevante dell’opinione di un mazzetto di bottegai.

Se fosse rimasta avrebbe dovuto per forza delinquere

Gli diceva
“Vieni qui, piccolino mio” – ma era grande, molto più grande di lei, in ogni senso-
e gli tirava indietro i capelli, così sudati dopo ogni declamazione, e lo chiamava Volodja e gli dava ragione in tutto.
Lo seguiva sui selciati dentati che lui vedeva e lei no, persa dietro la sua nuca – a Pietroburgo, di notte.

Era una vecchia pazza e si era innamorata di Majakovskij, ma lui era morto settant’anni prima.
UN po’ era anche un bene così non poteva vederla, coi cernecchi ritinti e gli occhi scerpellini. Una vera vecchia. Una rarità nel suo tempo, dove erano tutte ricucite e travestite da ragazze. Ma all’epoca di Majakovskij, una megera come tante.

Non la sopportava più nessuno.
Già prima poco. Ma adesso, il deserto.
E’ diventata noiosa e indigesta a tutti.
Parla sempre di lui, studia il russo, inveisce contro Lili Brik e quel finocchio del marito, si lascia andare a scene di gelosia.
Una matta da autobus – infrequentabile.
Crede di vivere a Pietroburgo nel 1909, a Mosca nel ’30-
fino al 14 aprile, quando lui si spara – e là si ferma tutto.
Aveva cambiato tempo e terra.
veniva anche comodo, in quel momento, tanto vergognoso per la nostra storia. Frattanto, era scoppiata la guerra*.

* Correva l’anno 1999, e si era convenuto di chiamare “guerra” la gratuita e vigliacchissima aggressione contro i Balcani da parte della Vecchia America e della Nuova Europa. Fu la prima guerra umanitaria, dove i paesi più ricchi si erano messi a bombardare quelli più poveri, per il loro bene. E poi se li guardavano in TV e ci facevano pure le gare della bontà, aggiungendo l’insulto della beneficenza – briciole! ma per bombardarli, migliaia di miliardi.
Fu una guerra agli ospedali, ai treni che trasportavano uomini e oche, ai ponti al Danubio, ai cani, morti nelle strade di Niš, ai vecchi nei loro giardinetti. La vecchia si vergognava. Prima aveva nome e cognome, rispondeva delle sue azioni. Ma ormai era “gli Italiani”, quelli che si erano uniti al massacro.

Ma lei, sorda. Lei era partita.

Se fosse rimasta avrebbe dovuto per forza delinquere, qualche gesto estremo –
capitare con la borsa della spesa piena di bombe nella sede del governo italiano, e fare saltare tutto.
Ma le dispiaceva per sé, nonostante la sua vita non valesse niente.
E non lo fece.
Si volse a Majakovskij
come le nobili mucche, movendo appena il muso.
Semplice come un muggito – Prostoe kak myčanie.

da Gelosa di Majakovskij, Barbara Alberti, Marsilio

sulla poesia

E’ a volte utile ricordarsi degli aspetti più semplici di ciò che viene normalmente considerato complicato. prendiamo, per esempio, lo scrivere una poesia. Esso consiste di tre stadi: il primo è quando uno viene talmente ossessionato da un concetto emotivo, che è costretto a farci qualcosa. Quello che fa è il secondo stadio, cioè costruire un congegno verbale che riproduca questo concetto emotivo in chiunque si prenda la briga di leggerlo in un qualsiasi luogo e in un qualsiasi tempo. Il terzo stadio è la situazione ricorrente di chi in diversi tempi e luoghi mette in moto il congegno e ricrea in se stesso ciò che il poeta sentiva quando l’ha scritto. Gli stadi sono interdipendenti e tutti necessari.

Philip Larkin in Il principio del piacere –  nel numero 3/4 della rivista Arsenale del Luglio-Dicembre 1985, Ed. Il Labirinto

Da ultimo, luce dei miei occhi, Maberto. Questi si era preso un 6,5 a una verifica scritta in cui dimostrava sì di aver capito e assimilato le lezioni, ma in un linguaggio così barbaro da non permettere una valutazione superiore. Si era già rifatto con una brillante interrogazione. Ma qua, cosa non è successo, Maberto si legge un libro di Oliver Sacks e poi entra in scena a farci lezione, sboccato ed entusiasta, esponendo con un registro linguistico inadeguato il senso e i dettagli di tutta una serie di complessi ed affascinanti casi clinici; Maberto parla come se stesse raccontando l’ultima puntata del suo telefilm preferito a un amico, al bar, magari solo fra maschi (un paio di volte infatti devo richiamarlo all’ordine); e ne parla con coscienza di causa. Cos’ha scoperto? Che ha letto, per la prima volta in vita sua, un libro senza una trama e senza personaggi, ma (parole sue, e qua si vola) “in realtà il protagonista è il medico, l’antagonista la malattia e i casi clinici sono i personaggi secondari, ognuno che propone una specie di prova da superare.” E li racconta, questi casi, avendoli compresi e compatiti, con autentica passione cognitiva. Voto 9.
Cosa ho fatto? Nulla. Quel giorno esco da scuola e mi sento un insegnante.

da Questa birberia del leggere e scrivere. Appunti di pedagogia pratica/1, Giulio Braccini, con una prefazione di Leonardo Tondelli, Emiliano degli Orfini – Roma

 

e mi scopersi un giorno mugolare

Mi ero altresì creato un verso. Il che, giuro, non ho fatto apposta. A quel tempo, sapevo soltanto che il verso libero non mi andava a genio, per la disordinata e capricciosa abbondanza che esso usa pretendere dalla fantasia. Sul verso libero whitmaniano, che molto invece ammiravo e temevo, ho detto altrove la mia e comunque già confusamente presentivo quanto di oratorio si richieda a un’ispirazione per dargli vita. Mi mancava insieme il fiato e il temperamento per servirmene. Nei metri tradizionali non avevo fiducia, per quel tanto di trito e di gratuitamente (così mi pareva) cincischiato ch’essi portano con sé; e del resto troppo li avevo usati parodisticamente per pigliarli ancora sul serio e cavarne un effetto di rima che non mi riuscisse comico.
Sapevo naturalmente che non esistono metri tradizionali in senso assoluto, ma ogni poeta rifà in essi il ritmo interiore della sua fantasia. E mi scopersi un giorno a mugolare certa tiritera di parole (che fu poi un distico de I mari del Sud) secondo una cadenza enfatica che fin da bambino, nelle mie letture di romanzi, usavo segnare, rimormorando le frasi che più mi ossessionavano. Così, senza saperlo, avevo trovato il mio verso (…).

da Il mestiere di poeta (a proposito di Lavorare stanca), Cesare Pavese, Einaudi

per questa ragione io credo di dover continuare a scrivere poesia

(…)

Mi chiedi se io debba continuare a scrivere, se nessuno oltre a me vedrà mai il mio lavoro. Non c’è ragione di credere che qualcuno vedrà mai più il mio lavoro; tu potresti cambiare idea a proposito di un altro libro. Chiunque abbia conosciuto un certo numero di poeti deve esser stato urtato dal loro straordinario egotismo. Non c’é il minimo dubbio che l’egotismo sia alla base di ciò che una buona parte dei poeti fa. In ogni caso esistono, a questo proposito, altre teorie: per esempio, c’è la teoria secondo la quale scrivere poesia sarebbe un’attività sessuale.

 (…)

Siamo soliti dare numerose errate spiegazioni per ciò che facciamo istintivamente. E’ molto facile per me dire che io scrivo poesia per formulare le mie idee e per mettere me stesso in relazione con il mondo. Per questa ragione io credo di dover continuare a scrivere poesia,  indipendentemente dal fatto che qualcuno la veda o meno, e sicuramente ne scrivo molta che nessuno vedrà.

(…)

dalla lettera del 10 gennaio 1936 di Wallace Stevens a Ronald Lane Latimer

L’unico tranello inventato dall’uomo

La pittura, secondo l’esempio dei grandi pittori, è l’al di là del reale, il conferire alla fisionomia un valore inusitato, quale non ebbe nella considerazione diretta dei contemporanei. È la relazione di una sopravvivenza, che non è quella dell’immortalità comandata del cielo o dell’inferno.

(…)

È pittore colui che, noncurante dei critici d’arte che lodano fiumi e fiumi di pittura mediocre, fa uso dei colori nel modo che più gli piace, sempre però lasciando trasparire il grado di pallidezza o di rossore proprio della sua epoca.
Dipingere significa far chiose in modo insolito all’eterna verità con la sua protervia e il suo anelito futuro, il tutto realizzato con pitture opache e al tempo stesso tralucenti.

(…)

Pittura è tumefazione penzolante che si decompone solo di quel tanto cui è costretta a decomporsi, poiché i suoi strati di olio sono strati vermifughi, se li compose il genio.
La pittura è mistificatrice in questo, che, assieme con la letteratura -tutto il resto rimarrà indietro a causa di errori o di invecchiamenti-, è l’unico tranello inventato dall’uomo per fargliela al trascorrere del tempo, l’unico stratagemma contro natura, tenendo conto che natura significa morte, passaggio, oblio.

da El Greco, visionario illuminato, Gomez de la Serna, Abscondita, trad. di Enrico Miglioli

p.s.: a proposito della Signora, che non fu mai sposa ma compagna, scrive Gomez de la Serna: ” ne la Trinità, questi angeli hanno la bellezza del primo amore-il quadro è del primo periodo del Greco, intorno al 1578-, e la misteriosa amata del pittore, che apparirà poi molte volte nei suoi quadri, volta le spalle allo spettatore, perché El Greco volle dipingere le sue gambe vigorose, quelle gambe che perdono nel loro abbozzo e nella loro bianchezza tutti gli altri particolari della loro struttura. In questa rappresentazione della seconda discesa che fu l’ascensione ai cieli nello stanco volo del resuscitato, queste gambe costituiscono il complesso ultraumano del quadro. Direi siano le migliori nella pittura, che tanto di gambe si è pasciuta. Sono messe lì con indifferenza, come se la cosa non avesse alcun interesse, e attraggono invece tutta l’attenzione canagliesca dei citrulli visitatori di musei. Abbandonate alla loro pallidezza, ricurve come colte di sorpresa mentre si denudavano, grassocce, come se non potessero essere belle per la contemplazione, sono le gambe che principalmente attrassero l’artista nel primo incontro con l’inverosimile donna. Esse gravitano con tale erotica pesantezza che le nubi di questo quadro toccano terra e il globo mistico si abbassa grazie a questa zavorra femminea. Il valore di questa estremità, che furono lo scandalo taciuto dei rigorosi contemplatori, il peccato ipocrita dei pignoli osservatori barbuti, getta un’ombra di dubbio sullo spirito religioso del quadro.”

sulla scrittura

A volte credo che potrei scrivere, descrivere, ma poi divento così stanca, improvvisamente, e penso: perché tutte quelle parole? Vorrei che ogni singola parola che mi trovo a scrivere fosse una nascita, davvero una nascita, che nessuna parola fosse artificiale; vorrei che ogni parola fosse essenziale, altrimenti non ha proprio alcun senso. Ed è per questa ragione che non potrò mai vivere della “scrittura” e invece dovrò sempre avere un altro lavoro parallelo per guadagnarmi la giornata. Ogni parola deve nascere da una necessità interiore: scrivere non può essere altro.

di sera, alle undici di mercoledì 22 aprile 1942, dal Diario (1941-1943) di Etty Hillesum, Adelphi, edizione integrale a cura di Jan G. Gaarlandt