Category Archives: la lettura

Kien, si lasci abbracciare!!

S’era concesso due intere giornate di libertà sotto il pretesto di rimettersi dagli strapazzi passati, di prepararsi a quelli futuri, e di battere un’ultima volta la città alla ricerca di librerie sconosciute. I suoi pensieri erano lieti e tranquilli, lui seguiva passo passo la rinascita della sua memoria, trascorreva le prime vacanze che si fosse spontaneamente concesso dai tempi dell’università in compagnia di una creatura devota, di un amico che teneva in grandissimo controllo il cervello – come era solito dire lui invece di istruzione – senza peraltro mostrarsi importuno; che portava con sé una biblioteca di notevoli dimensioni, senza aprire abusivamente uno solo dei libri che si struggeva di leggere, deforme e per sua stessa confessione cattivo camminatore, eppure abbastanza robusto e tenace da far buona prova di facchino. Poco mancava che Kien cedesse alla tentazione di credere nella felicità, questa spregevole meta degli analfabeti. Quando essa viene da sola, quando non la si rincorre e non la si tiene stretta a forza e la si tratta con un certo distacco, si può tranquillamente sopportarne la vicinanza per un paio di giorni.

da Auto da fé, Elias Canetti, Garzanti, trad. di Luciano e Bianca Zagari

Ezio ad Ada

19 maggio 1950

Ada,

eccoti il nostro “Lord Jim”: spero che tu mi permetta di chiamarlo così: oggi come oggi non c’è niente di più nostro di quel libro: neanche noi.
Naturalmente, non sei tenuta a leggerlo: ma se un giorno penserai di farlo, mi farai davvero un regalo. Comunque, anche senza esser letto, credo che “Lord Jim” continuerà ad essere una presenza silenziosa e comprensiva su noi due. Certi libri, per certe persone, sanno servire anche a questo: e il silenzio alle volte ha illimitate possibilità e risonanze.
E adesso vorrei dirti qualcosa. L’altro giorno, tra l’altro, hai parlato del canto del cigno. Ed io ti dico: i cigni cantano, sì, ma poi muoiono: non accettano di accovacciarsi in un cortile. Per questo ci sono le anatre. Ma sono anatre. E non cantano. E tutto quel che hanno è un continuo appetito. Nient’altro. Abbiamo parlato di fantasmi?: ma i fantasmi non sanno piangere, come fai tu: e poi sono lugubremente coerenti: e tu invece hai un mucchio di incoerenze magnifiche. Sei un’incoerenza vestita da donna. Hai detto che non c’è niente di più nobile della sofferenza: e forse è vero: ma “volere” la sofferenza, ma “scegliere” la sofferenza è un fuggire la vera sofferenza: e in definitiva è un raffinatissimo egoismo. Sei selvatica, e cerchi una gabbia. Dici che la carne non esiste, e fai dipendere invece il tuo spirito direttamente dalla carne. Un’incoerenza incarnata, ecco tutto.
Tutto questo è triste. E forse inutile. Tu sai già tutto quello che potrei dirti: e, soprattutto, quello che ti taccio. Come io di te. Io ti ho sempre parlato in questi giorni come se le tue risposte più vere tu le affidassi al silenzio, all’evasione, e perfino alla bugia: le tue parole (tranne l’ultima volta) io le ho sempre trascurate come si trascura una traduzione troppo imperfetta e infedele che tradisce completamente l’originale. Ma adesso basta. Essere noioso non piace a nessuno: specie a me.
Uno di questi giorni ti telefonerò. Non temere, però. Non voglio quello che tu chiami, e rendi, l’impossibile: l’impossibile sono abituato a chiederlo solo a me: vorrei solo renderlo consolante e operante: non così triste. E troveremo certo il modo.
Tante cose,

Ezio

P.S. Conosco la tua antipatia per scrivere lettere, e anch’io la condivido. Ma se una volta tanto ti decidi a scegliere una sofferenza che fa piacere a me, scrivimi due righe di risposta. Se no, si ha la sensazione di aver gettato un sasso nel pozzo: senza neppure, per di più, sentirne il tonfo.

da Lettere, Silvio D’Arzo, MUP, a cura di Alberto Sebastiani

venerato monumento in lingua ebraica

Ricordi la frase, così centrale in Nietzsche, che ti avevo letto?

“Si è artisti solo al prezzo di sentire ciò che tutti i non artisti chiamano ‘forma’ come contenuto, come ‘la cosa stessa’. Con ciò ci si ritrova certo in un mondo capovolto, perché ormai il contenuto diventa qualcosa di meramente formale, compresa la nostra vita”.

Tu, invece non hai la consapevolezza della tragica desolazione, della disperata astrazione, della fatale falsificazione che si compie vedendo nelle parole di Giobbe un “venerato monumento in lingua ebraica” anziché il miserabile relitto della sua speranza tradita. Certamente, tutto quello che sta a cuore a te, che t’impegna così profondamente, non interessava né tanto né poco Giobbe sul suo letamaio: infatti si scagliava precisamente contro tutto il “venerato monumento in lingua ebraica” che lo precedeva.

Lettera di Sergio Quinzio a Guido Ceronetti del 22 settembre 1971, da L’esilio e la gloria. Scritti inediti 1969-1996, In forma di parole, 1998

il mio lettore (appunti per 24 scatti n.9)

Da un po’ di anni dormo sonni agitati e sogno un vecchio che impazzisce per la solitudine. Soltanto il sogno riesce ancora a raffigurarmi in modo realistico. Mi sveglio in un pianto di solitudine, persino quando di giorno mi sento più a mio agio in mezzo agli amici che ancora mi restano. Non sopportò più la mia vita, e il fatto che oggi o domani entrerò nella morte infinita mi porta a pensare. Per ciò, dal momento che devo pensare, così come chi, gettato in un labirinto, deve cercare una via d’uscita tra pareti lucide di stallatico, sia pure attraverso la tana di una pantegana, per ciò soltanto scrivo ancora queste righe. Purtroppo non sono mai stato, nonostante i miei tanti sforzi, credente, non ho avuto crisi di dubbio o di rifiuto. Sarebbe stato forse meglio che lo fossi, poiché la scrittura richiede una condizione drammatica e il dramma nasce dalla lotta estenuante tra speranza e sconforto, dove la fede immagino abbia un ruolo essenziale. Ai tempi della mia giovinezza metà degli scrittori si convertiva, mentre l’altra metà perdeva la fede, il che, ai fini della loro produzione letteraria, aveva quasi gli stessi effetti. Quanto li invidiavo, per il fuoco che i loro demoni attizzavano sotto i paioli in cui crogiolavano in quanto artisti! Ed eccomi ora nel mio cantuccio, un groviglio di cenci e cartilagini, sulla cui mente o cuore o fede non scommetterebbe nessuno, perché non avrebbe null’altro da prendermi.
Me ne sto qui, in poltrona, atterrito al pensiero che fuori non esiste più nulla, se non una notte densa come un infinito blocco di pece, una nebbia scura che ha inghiottito lentamente a mano a mano che crescevo in età, case, strade, volti. L’unico sole dell’intero universo sembra essere ormai la lampada abat-jour, e l’unica cosa che illumina un viso raggrinzito di vecchio.
Dopo la mia morte, la mia bara, il mio cantuccio, continuerà a scivolare nella nebbia scura e densa, non portando da nessuna parte questi fogli perché qualcuno li legga. In essi c’è però, finalmente, tutto. Ho scritto alcune migliaia di pagine di letteratura: tutto in fumo. Trame narrate magistralmente, fantocci dai sorrisi elettrizzati, ma come dire qualcosa, per quanto minima, in questa convenzione dell’arte? Vorresti stravolgere il cuore del lettore, e lui cosa fa? Alle tre termina il tuo libro, e alle quattro comincia a leggerne un altro, indipendentemente da quanto valesse il libro che tu gli hai messo fra le mani. Questa quindicina di fogli sono però un’altra cosa, un altro gioco. Il mio lettore adesso non è altri se non la morte. Vedo perfino i suoi occhi scuri, umidi, concentrati come quelli delle bambine, intenti a leggere a mano a mano che scrivo, rigo dopo rigo. Questi fogli contengono il mio progetti di immortalità.

da L’uomo della roulette in Nostalgia, Mircea Cartarescu, Voland, a cura di Bruno Mazzini

sul diario

E veramente la struttura del diario consente respiro e naturalezza; essa cresce di giorno in giorno come un albero, permette di seguire il pensiero nel suo formarsi, senza dare niente per definito, senza correggere le contraddizioni. Consente quella continua attività di risposta alla vita che ci fa resistere a ciò che accade poiché mentre si vive e crediamo di essere sempre la stessa persona il mondo muta e noi senza pausa mutiamo in esso; non perché si invecchi e si cambi idee e usi, ma perché muoiono via via le persone che ci amano, in cui ci specchiamo per conoscerci, e con ognuna di loro muore quella parte di noi che esse vedevano. Gran parte del lavoro della vita consiste nel resistere a queste finestre che si accecano; nel costruire la nuova individualità necessaria alle persone che ora ci vedono. Nel suo continuo alternarsi di lamento di affermazione il diario testimonia e onora questo lavoro.

dalla  Introduzione di Bruna Cordati a: Florida Scott-Maxwell, La misura dei miei giorni, Marietti, 1998

l’occhio sorpreso dello spettatore

L’osservatore risulta essere simultaneamente “colui che guarda” e “colui che è guardato”. Sta a lui operare la relazione intertestuale.

(…)

è ” l’occhio sorpreso” dello spettatore (una definizione davvero felice, di Francoise Siguret) che deve stabilire la necessaria dipendenza tra i due livelli dell’immagine.

da L’invenzione del quadro. Arte, artefici e artifici nella pittura europea, Victor I. Stoichita, Il Saggiatore, trad. di Benedetta Sforza

leggi!!!

lettore in vitro

Come tutto sia assuefazione ne’viventi, si può anche vedere negli effetti della lettura. Un uomo diviene eloquente a forza di legger libri eloquenti; inventivo, originale, pensatore, matematico, ragionatore, poeta, a forza ec. Sviluppate questo pensiero, applicandovi l’esempio mio, e distinguendolo secondo i gradi di adattabilità, e formidabilità naturale o acquisita degl’individui. Quei romanzieri la cui fecondità ec. d’invenzione ci fa stupire, hanno per lo più letto gran quantità di romanzi, racconti, ec. e quindi la loro immaginazione ha acquistata una facoltà che qualunque ingegno, in parità di circostanze esteriori e indipendenti dalla sua natura, sarebbe capace di acquistare, in grado per lo meno somigliante. (21 agosto 1821)

p. 1541 dello Zibaldone, Giacomo Leopardi