Category Archives: la lettura

E allora l’uomo, senza la pelle delle lettere, si sente un Neanderthal, pronto per il buco di Schnuren, la gattabuia. Quando per tanto tempo non ha letto niente – (…)- i buchi nel colino del suo spirito s’ingrandiscono e tutto ci passa attraverso, ed è come se tutto, tranne i residui più grossolani, sparisse. Sono le cose che legge a permettergli di catturare il vissuto, e senza letture è come se non vivesse.

da L’illettore. Una confessione, Hermann Burger, L’Orma Editore, trad. di Anna Ruchat

Book mob a Roma

Il 26 maggio 2016 a Roma a Piazza SS Apostoli, dalle 17 alle 21 vieni anche tu a sostenere le librerie dell’usato e del fuori catalogo

Perin del Vaga – Luca Cambiaso – scuola lombarda – Georges de la Tour

Cristo davanti a Caifa
Genova, Galleria di Palazzo Bianco (deposito dell’Accademia Ligustica)

“è stato ben a ragione definito il più grande notturno del ‘500 ed in verità le soluzioni luministiche attuate in questo dipinto ebbero larga eco specialmente nel secolo successivo. Particolare significato presentano le relazioni con l’opera del La Tour (Mostra didattica del 1951 a Palazzo Bianco”

da Luca Cambiaso e la sua fortuna, AA.VV. (Angelo Costa, Caterina Marcenaro, schede redatte da Giuliano Frabetti e Anna Maria Gabbrielli, allestimento della mostra curato dal pittore Eugenio Carmi), Ente Manifestazioni Genovesi, Palazzo dell’Accademia, Genova, Giugno-Ottobre 1956

Se fosse rimasta avrebbe dovuto per forza delinquere

Gli diceva
“Vieni qui, piccolino mio” – ma era grande, molto più grande di lei, in ogni senso-
e gli tirava indietro i capelli, così sudati dopo ogni declamazione, e lo chiamava Volodja e gli dava ragione in tutto.
Lo seguiva sui selciati dentati che lui vedeva e lei no, persa dietro la sua nuca – a Pietroburgo, di notte.

Era una vecchia pazza e si era innamorata di Majakovskij, ma lui era morto settant’anni prima.
UN po’ era anche un bene così non poteva vederla, coi cernecchi ritinti e gli occhi scerpellini. Una vera vecchia. Una rarità nel suo tempo, dove erano tutte ricucite e travestite da ragazze. Ma all’epoca di Majakovskij, una megera come tante.

Non la sopportava più nessuno.
Già prima poco. Ma adesso, il deserto.
E’ diventata noiosa e indigesta a tutti.
Parla sempre di lui, studia il russo, inveisce contro Lili Brik e quel finocchio del marito, si lascia andare a scene di gelosia.
Una matta da autobus – infrequentabile.
Crede di vivere a Pietroburgo nel 1909, a Mosca nel ’30-
fino al 14 aprile, quando lui si spara – e là si ferma tutto.
Aveva cambiato tempo e terra.
veniva anche comodo, in quel momento, tanto vergognoso per la nostra storia. Frattanto, era scoppiata la guerra*.

* Correva l’anno 1999, e si era convenuto di chiamare “guerra” la gratuita e vigliacchissima aggressione contro i Balcani da parte della Vecchia America e della Nuova Europa. Fu la prima guerra umanitaria, dove i paesi più ricchi si erano messi a bombardare quelli più poveri, per il loro bene. E poi se li guardavano in TV e ci facevano pure le gare della bontà, aggiungendo l’insulto della beneficenza – briciole! ma per bombardarli, migliaia di miliardi.
Fu una guerra agli ospedali, ai treni che trasportavano uomini e oche, ai ponti al Danubio, ai cani, morti nelle strade di Niš, ai vecchi nei loro giardinetti. La vecchia si vergognava. Prima aveva nome e cognome, rispondeva delle sue azioni. Ma ormai era “gli Italiani”, quelli che si erano uniti al massacro.

Ma lei, sorda. Lei era partita.

Se fosse rimasta avrebbe dovuto per forza delinquere, qualche gesto estremo –
capitare con la borsa della spesa piena di bombe nella sede del governo italiano, e fare saltare tutto.
Ma le dispiaceva per sé, nonostante la sua vita non valesse niente.
E non lo fece.
Si volse a Majakovskij
come le nobili mucche, movendo appena il muso.
Semplice come un muggito – Prostoe kak myčanie.

da Gelosa di Majakovskij, Barbara Alberti, Marsilio

sulla poesia

E’ a volte utile ricordarsi degli aspetti più semplici di ciò che viene normalmente considerato complicato. prendiamo, per esempio, lo scrivere una poesia. Esso consiste di tre stadi: il primo è quando uno viene talmente ossessionato da un concetto emotivo, che è costretto a farci qualcosa. Quello che fa è il secondo stadio, cioè costruire un congegno verbale che riproduca questo concetto emotivo in chiunque si prenda la briga di leggerlo in un qualsiasi luogo e in un qualsiasi tempo. Il terzo stadio è la situazione ricorrente di chi in diversi tempi e luoghi mette in moto il congegno e ricrea in se stesso ciò che il poeta sentiva quando l’ha scritto. Gli stadi sono interdipendenti e tutti necessari.

Philip Larkin in Il principio del piacere –  nel numero 3/4 della rivista Arsenale del Luglio-Dicembre 1985, Ed. Il Labirinto

Da ultimo, luce dei miei occhi, Maberto. Questi si era preso un 6,5 a una verifica scritta in cui dimostrava sì di aver capito e assimilato le lezioni, ma in un linguaggio così barbaro da non permettere una valutazione superiore. Si era già rifatto con una brillante interrogazione. Ma qua, cosa non è successo, Maberto si legge un libro di Oliver Sacks e poi entra in scena a farci lezione, sboccato ed entusiasta, esponendo con un registro linguistico inadeguato il senso e i dettagli di tutta una serie di complessi ed affascinanti casi clinici; Maberto parla come se stesse raccontando l’ultima puntata del suo telefilm preferito a un amico, al bar, magari solo fra maschi (un paio di volte infatti devo richiamarlo all’ordine); e ne parla con coscienza di causa. Cos’ha scoperto? Che ha letto, per la prima volta in vita sua, un libro senza una trama e senza personaggi, ma (parole sue, e qua si vola) “in realtà il protagonista è il medico, l’antagonista la malattia e i casi clinici sono i personaggi secondari, ognuno che propone una specie di prova da superare.” E li racconta, questi casi, avendoli compresi e compatiti, con autentica passione cognitiva. Voto 9.
Cosa ho fatto? Nulla. Quel giorno esco da scuola e mi sento un insegnante.

da Questa birberia del leggere e scrivere. Appunti di pedagogia pratica/1, Giulio Braccini, con una prefazione di Leonardo Tondelli, Emiliano degli Orfini – Roma

 

Don Chisciotte

Egli:

1. è povero;

2. non è un cavaliere, ma semplicemente Alonso Quixano;

3. ha avuto una specie di inclinazione per una buona ragazza di campagna, anche se pare che lei non ne abbia mai sentito parlare ;

4. non ha nulla  da fare fuorché andare a caccia e leggere romanzi sulla cavalleria errante;

5. è leggermente pazzo, per esempio vende la sua terra per comprare quei libri.

da Gl’irati flutti, W.H.Auden, Arsenale Editrice, a cura di Gilberto Sacerdoti

Paint truth but not always in drab clothes

Il 27 settembre 1897, Garrett Barcalow Stevens scrive al figlio diciassettenne Wallace in una lunga lettera che:

“When we try to picture what we see, the purely imaginary is trascended, like listening in the dark we seem to really hear what we are listening for – but discerning real objects one can draw straight or curved lines and the thing may be mathematically demonstrated – but whodoes not prefer the sunlight – and the shadow reflected.
Point in all this screed – Paint truth but not always in drab clothes. Catch the reflected sun-rays, get pleasurable emotions – instead of stings and tears.
I must have eaten something at dinner that dispelled my humour. (…)
The funniest thing about this letter is that there isn’t a bit of fun in it.”

da Letters of Wallace Stevens, selected and edited by Holly Stevens, University of California Press, 1981 (V edizione)

Kien, si lasci abbracciare!!

S’era concesso due intere giornate di libertà sotto il pretesto di rimettersi dagli strapazzi passati, di prepararsi a quelli futuri, e di battere un’ultima volta la città alla ricerca di librerie sconosciute. I suoi pensieri erano lieti e tranquilli, lui seguiva passo passo la rinascita della sua memoria, trascorreva le prime vacanze che si fosse spontaneamente concesso dai tempi dell’università in compagnia di una creatura devota, di un amico che teneva in grandissimo controllo il cervello – come era solito dire lui invece di istruzione – senza peraltro mostrarsi importuno; che portava con sé una biblioteca di notevoli dimensioni, senza aprire abusivamente uno solo dei libri che si struggeva di leggere, deforme e per sua stessa confessione cattivo camminatore, eppure abbastanza robusto e tenace da far buona prova di facchino. Poco mancava che Kien cedesse alla tentazione di credere nella felicità, questa spregevole meta degli analfabeti. Quando essa viene da sola, quando non la si rincorre e non la si tiene stretta a forza e la si tratta con un certo distacco, si può tranquillamente sopportarne la vicinanza per un paio di giorni.

da Auto da fé, Elias Canetti, Garzanti, trad. di Luciano e Bianca Zagari

Ezio ad Ada

19 maggio 1950

Ada,

eccoti il nostro “Lord Jim”: spero che tu mi permetta di chiamarlo così: oggi come oggi non c’è niente di più nostro di quel libro: neanche noi.
Naturalmente, non sei tenuta a leggerlo: ma se un giorno penserai di farlo, mi farai davvero un regalo. Comunque, anche senza esser letto, credo che “Lord Jim” continuerà ad essere una presenza silenziosa e comprensiva su noi due. Certi libri, per certe persone, sanno servire anche a questo: e il silenzio alle volte ha illimitate possibilità e risonanze.
E adesso vorrei dirti qualcosa. L’altro giorno, tra l’altro, hai parlato del canto del cigno. Ed io ti dico: i cigni cantano, sì, ma poi muoiono: non accettano di accovacciarsi in un cortile. Per questo ci sono le anatre. Ma sono anatre. E non cantano. E tutto quel che hanno è un continuo appetito. Nient’altro. Abbiamo parlato di fantasmi?: ma i fantasmi non sanno piangere, come fai tu: e poi sono lugubremente coerenti: e tu invece hai un mucchio di incoerenze magnifiche. Sei un’incoerenza vestita da donna. Hai detto che non c’è niente di più nobile della sofferenza: e forse è vero: ma “volere” la sofferenza, ma “scegliere” la sofferenza è un fuggire la vera sofferenza: e in definitiva è un raffinatissimo egoismo. Sei selvatica, e cerchi una gabbia. Dici che la carne non esiste, e fai dipendere invece il tuo spirito direttamente dalla carne. Un’incoerenza incarnata, ecco tutto.
Tutto questo è triste. E forse inutile. Tu sai già tutto quello che potrei dirti: e, soprattutto, quello che ti taccio. Come io di te. Io ti ho sempre parlato in questi giorni come se le tue risposte più vere tu le affidassi al silenzio, all’evasione, e perfino alla bugia: le tue parole (tranne l’ultima volta) io le ho sempre trascurate come si trascura una traduzione troppo imperfetta e infedele che tradisce completamente l’originale. Ma adesso basta. Essere noioso non piace a nessuno: specie a me.
Uno di questi giorni ti telefonerò. Non temere, però. Non voglio quello che tu chiami, e rendi, l’impossibile: l’impossibile sono abituato a chiederlo solo a me: vorrei solo renderlo consolante e operante: non così triste. E troveremo certo il modo.
Tante cose,

Ezio

P.S. Conosco la tua antipatia per scrivere lettere, e anch’io la condivido. Ma se una volta tanto ti decidi a scegliere una sofferenza che fa piacere a me, scrivimi due righe di risposta. Se no, si ha la sensazione di aver gettato un sasso nel pozzo: senza neppure, per di più, sentirne il tonfo.

da Lettere, Silvio D’Arzo, MUP, a cura di Alberto Sebastiani