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la prodigiosa chimera è esistita

adolf wolfli campbell

Immaginiamo un uomo non americano che trentadue anni prima di Andy Warhol metta in un quadro l’immagine fedele di una lattina di zuppa Campbell’s: già lo sbalordimento ci pervade. Ma sbizzarriamoci: immaginiamo che questa lattina non sia un caso, ma rientri in una tecnica di contaminazione di ritagli pubblicitari e disegno che anticipa di decenni l’intero corpus della pop-art; immaginiamo che lo stesso uomo, senza essere stato mai in Francia e senza aver mai incontrato un dadaista né un surrealista, componga calligrammi serpentiformi alla Apollinaire e tratti artisticamente delle radiografie  come farà Man Ray con i suoi “Rayographs”. Spingiamoci oltre e immaginiamo che preceda Picasso nel recupero del primitivismo e disegni volti che sono simultaneamente di fronte e di profilo; immaginiamo che senza aver letto Borges quest’uomo chieda un numero spropositato di fogli di carta per realizzare una mappa di Berna in scala 1:1; immaginiamo che scriva poesie fondate su associazioni foniche e giochi di parole degni delle filastrocche di Lewis Carroll o dei limericks di Edward Lear, e che costelli la sua prosa di parole inventate o deformate ricorrendo a morfemi ebraici, latini e dialettali come aveva fatto Rabelais, come faceva Joyce e come avrebbero fatto Céline e Gadda; immaginiamo che quest’uomo (che a questo punto, è chiaro, non può essere esistito) abbia tanto spirito da associare in un quadro una figura a un’altra solo perché i loro nomi rimano fra loro; e abbia inoltre un così forte senso del ritmo da organizzare i suoi disegni secondo leggi metriche (“Che peccato che non ci siano due stelle in più”, disse una volta lamentando la mancanza di spazio, “perché allora sarebbe stata proprio una bella marcia”); e che senza aver mai studiato musica inventi un personale sistema di notazione musicale prendendosi il lusso di utilizzare il pentagramma e le note tradizionali solo a fini decorativi;

adolf wolfli note

e che nelle sue composizioni associ alle bestie feroci di un Rousseau o di un Ligabue gran quantità di animali fantastici e di animali stilizzati fino a essere simboli di animali: e che senza aver mai visto una mostra o il salone decorato di un albergo, un ristorante o una stazione, abbia un linguaggio figurativo che sembra fortemente influenzato dall’art déco.
Per poter aspirare all’esistenza una simile chimera avrebbe avuto bisogno di una vasta e profonda cultura, di viaggiare molto e conoscere diverse lingue, di incrociare i percorsi dei maggiori artisti e pensatori del proprio tempo, di frequentare i caddè o i campus dove certe svolte decisive sono state sognate per la prima volta… E invece la prodigiosa chimera non solo è esistita, ma era del tutto illetterata (non sappiamo quanto tempo abbia frequentato le scuole elementari, probabilmente solo il tempo di imparare a leggere e scrivere), non si mosse mai dal circondario di Berna, non frequentò altri che contadini e manovali, non ebbe maestri di musica o di disegno.

(continua per altre imperdibili 17 pagine!!!)

Adolf Wölfli in I demoni e la pasta sfoglia, Michele Mari, Cavallo di Ferro

adolf wolfli volti paesaggi

angelus novus di Elio

l'angelo di elioHa sei braccia e sei mani, cinque gambe con cinque piedi, ha undici ali intorno alla testa che ha tre occhi, ha una bocca con quattro nasi sotto (perché loro possono).
Un’amaca gialla attaccata all’albero lo aiuta insieme alle ali a tenerlo sospeso sopra il prato che sembra (ma non è) mosso dal vento.
Il cielo sembra un’onda ma non lo è, perché è il cielo.

Elio, 5 anni

appunti per Trentasei e dieci vedute n.29

veduta numero 29

Cerchiamo ora di immaginare un possibile poeta.

(…)

Dovrà astrarsi e al tempo stesso astrarre la realtà, attirandola nella propria immaginazione.

(…)

Bergson definisce la percezione visiva di un oggetto immobile come il più stabile degli stati interni: “Poniamo che l’oggetto rimanga sempre identico,” dice, “e che io lo osservi sempre dallo stesso lato, sotto la stessa angolatura e alla stessa luce; nondimeno, la visione che ne ho in questo momento è diversa da quella che ne ho appena avuto, se non altro perché la seconda è di un istante successivo alla prima. C’è la mia memoria, che porta nel presente qualcosa del passato”.

(…)

Il poeta dà alla parola “realtà” un suo significato, e la stessa cosa fanno il pittore e il musicista; ed essa, oltre a ciò che significa in generale per i sensi e l’intelletto, ha ancora, diciamo, un significato particolare per ciascuno. Ma nonostante ciò la parola “realtà”, così come io l’ho usata in senso generico, possiede un’immediata capacità di adattamento. Il soggetto della poesia non è “l’insieme di oggetti solidi e statici che si estendono nello spazio”, ma la vita che è vissuta nel luogo che essa crea; la realtà, dunque, non è quel luogo esterno ma la vita che si vive.

(…)

Quando parlo di pressione della realtà, penso a una vita violenta.

(…)

Il poeta che ho immaginato deve essere in grado di resistere e di sottrarsi alla pressione che la realtà esercita.

(…)

Sì, la materia che domina la poesia – la sua fonte inesauribile- è la vita, non l’obbligo sociale. Non si ama la nostra madre antica, né si ritorna a lei per un obbligo sociale ma per una suggestione che non può essere soppressa.

(…)

Quale sarà la funzione del poeta? Non sarà certo quella di condurre la gente fuori dallo stato confusionale in cui si trova, e neppure quella di darle conforto mentre viene sballottata da una parte all’altra, dietro ai suoi capi. La sua funzione è piuttosto quella di dare agli altri la sua immaginazione perché la facciano propria, e potrà dire di avere raggiunto il suo scopo solo quando essa illuminerà la loro mente. Il suo ruolo, in breve, è di aiutare gli altri a vivere la loro vita.

(…)

Il poeta dà alla vita quelle supreme finzioni senza le quali non riusciremmo a pensarla.

da L’angelo necessario, Wallace Stevens, Coliseum

elio che mi ritrae mentre lo ritraggo

diritto all’irrazionalismo superiore

carne.01

Perché il romanziere dovrebbe sentirsi obbligato a spiegare il comportamento dei suoi personaggi e a darne ragione, mentre la vita, per parte sua, non spiega mai nulla e lascia nelle sue creature tante zone oscure, indiscernibili, indeterminate, che sfidano ogni chiarimento?

Gilles Deleuze in Bartleby o la formula della creazione, Gilles Deleuze e Giorgio Agamben, Quodlibet

appunti per Trentasei e dieci vedute n.13

 michael nash warsaw 1946

“Ricordi quand’eravamo più piccoli, e giuocavamo a Cesare e Pompeo, e com’io facea sempre Pompeo e tu Cesare, e Giulia la Pilla?”
“Sì, certamente, come potrei scordarmi d’un giuoco ch’empiva le nostre giornate?”      “Noi rimanevamo Tardegardo ed Orazio, e dando cominciamento a quel giuoco non sapevamo cosa quelle due fantasime avrebbero detto, né fatto: e pur una volta iniziato elle atteggiavansi da sè sole, senza che noi dovessimo meditar sulle parole e su’ gesti; Cesare e Pompeo riviveano d’una vita gelosamente lor propria, e noi eravamo quaj minatori, ch’estraevamo dalle lor pieghe, senza poterlo sapere, tante ascose verità. Lo stesso m’avviene scrivendo. Prima di stendere la mia scrittura io non so ancora cosa la mia Luna dirà, né donde trarrà le risposte, ma carta dopo carta, direbbe il padre Dante, io m’inluno, e veggo le cose dal suo punto d’osservazione, e dimentico Tardegardo, e scrivo secondo ella ditta”.

da Io venìa pien d’angoscia a rimirarti, Michele Mari, Cavallo di Ferro