Category Archives: il disegno

appunti per Mi chiamo M.M. n.30

Lo scenario di produzione non è né “autoritratto” né “autobiografia”, pur partecipando di entrambi. Tematizza quella parte dell’esistenza di un artista che lo definisce come tale. Ha qualcosa dell’autobiografia, ma non è “autobiografia”: la vita di un pittore non è soltanto fatta del suo lavoro.

da L’invenzione del quadro. Arte, artefici e artifici nella pittura europea, Victor I. Stoichita, Il Saggiatore, trad. di Benedetta Sforza

l’occhio sorpreso dello spettatore

L’osservatore risulta essere simultaneamente “colui che guarda” e “colui che è guardato”. Sta a lui operare la relazione intertestuale.

(…)

è ” l’occhio sorpreso” dello spettatore (una definizione davvero felice, di Francoise Siguret) che deve stabilire la necessaria dipendenza tra i due livelli dell’immagine.

da L’invenzione del quadro. Arte, artefici e artifici nella pittura europea, Victor I. Stoichita, Il Saggiatore, trad. di Benedetta Sforza

appunti per 24 scatti n.8

Rembrandt possiede un secondo occhio che coglie delle cose, qualunque esse siano, la loro antichità naturale. Coglie quest’aspetto senza volerlo, con una precisione immediata e sfolgorante. Tutto in Rembrandt è antico, come se la vita fosse già avvenuta in quel punto in cui essa si ripete viva per sempre con tutto il tumulto, la sospensione eccitante, l’istantaneità del “movimento”. Non c’è quadro di Rembrandt che non possieda un back-ground, insieme uno sfondo e un’oscurità. Quest’antichità, questa vecchiaia delle cose proviene da un luogo immoto e remoto che le fa essere carnose, viventi, reali nella loro illusione e nella loro essenza tangibile. Questo luogo non può essere che l’oscurità e queste cose non possono essere che la luce.

da Rembrandt, in Falbalas, Cesare Garboli, Garzanti

i puntini

disegno di marta luglio 2007

Il sole e la luna avevano forzato i suoi occhi e invaso il suo cervello, avvolti in uno sciame di visioni roteanti: il cactus delle Capanne di Fango girava intorno alle torri di Gormenghast, le torri vagavano intorno alla luna. Teste umane si precipitavano verso di lei, dapprima come puntini minuscoli su un orizzonte lontanissimo, poi, avvicinandosi, sempre più grandi, ingigantendo intollerabilmente, finché non le esplodevano in faccia: il marito morto, la signora Stoppa e Fucsia, Braigon, Lisca, la Contessa, Rantel, e il Dottore col suo sorriso da cannibale.

da Tito di Gormenghast, Marvin Peake, Adelphi, traduzione splendida di Anna Ravano

Filippo Bentivegna Sciacca

una quercia sana

disegno di Luca Cambiaso

Ma io dico la verità: leggendo la Pentesilea di Kleist ho dimenticato l’epistolario di Kleist. La tragedia m’è bastata completamente per se stessa. La qual cosa può giudicare un mio semplicismo, ma può anche indicare un più puro interesse artistico. La chiarezza solare di caratteri e di immagini che c’è in Pentesilea, alcuni se la sono intorbidita perché non hanno avuto il coraggio, per una più semplice e sana comprensione artistica, di turarsi gli orecchi dinanzi a quella sirena che è la vita di Kleist. A forza di psicologizzare si sono fatti l’enigma. Lo svolgimento del dramma ha in sé tutti i motivi necessari perché andar a cercare per ciò  nella storia dell’individuo Kleist? Da questa storia appunto assillati storditi, è allora anche lo sbranare di Pentesilea ci può sorprendere come chi sa qual mistero patologico della natura kleistiana, che sa quale terribilità realistica. Ma invece pensate: Pentesilea è una natura di donna nella sua verginità originale, è una Urkraft, essere d’una passionalità elementare, non passato non raffinato per alcuna educazione moderna, d’un egoismo non tormentato da alcun concetto etico-sociale. È vero che la sua anima “non si lascia calcolare”,ma non per chi sa quale complicazione di sensibilità vibratili decadenti, ma semplicemente per la intensità e la direzione momentanee della sua energia vitale. Pentesilea è una “quercia sana”.

da Kleist e la Pentesilea, di Carlo Stuparich (raccolto in La Famiglia Stuparich. Saggi critici, a cura di Vittorio Frosini, Del Bianco Editore

appunti per Mi chiamo M.M. n.21

gyula pal and albert henning dance with a mask 1930 ca

Dance with a mask, 1930

Ciò che la figlia del vasaio (Butade di Sicione) inventa è dunque la grande figurazione, quella che non si interessa agli aspetti esteriori di una persona o una cosa, bensì alla loro possibile e piena presenza: una speranza che queste linee in rottura con il semplice visibile, questi colpi di gomma che aprono altri orizzonti, riflettono e disseminano nello spazio dell’opera, divenuto in tal modo un luogo.

da Osservazioni sul disegno – Il disegno e la voce, Yves Bonnefoy, Pagine d’Arte

pace?

disegnamo insieme

marta e elio a milano gennaio 2014

L’unità vissuta dal bambino piccolo: che stringe una mano, trova poi un polso, un braccio, e imparerà a capire come questi siano aspetti, cose, che possono essere distinti, dissociati, possono ricevere un nome, uno dopo l’altro; ma che ancora sa, nel più profondo della sua coscienza senza parole, che essi sono ‘uno’, in quanto vivono, respirano; e sperimenta quindi l’unità come intimità, come felicità. Passare, allora, con il contatto delle dita, da una ‘parte’ del corpo, se questa è la parola, a un’altra. E non sarà carezzare, ma l’esercizio di un senso di cui i cinque più tardi, compresa la vista, non saranno che vane ombre. Così sarà amare. Così sarà, così dovrebbe essere disegnare.

da Osservazioni sul disegno – Il disegno e la voce, Yves Bonnefoy, Pagine d’Arte, trad.di Margherita Belardetti