Category Archives: il disegno

Le storie, i sentimenti, i personaggi, la descrizione: riuscire a renderli totale provvisorietà; levare a ogni frase la terra sotto i piedi, levarle il fondamento, col gesto stesso con cui ci sforziamo di affidarla alla stabilità. Ogni racconto ci appare oggi simultaneamente del tutto  fondato e al tempo stesso del tutto infondato. Questo secolo ci ha educato alla memoria di entrambe tali condizioni. Questo continuo e duplice carattere di fondatezza e infondatezza della narrazione è una dimensione di probabilità. È ciò che risuona oggi nel limite estremo della scrittura: un movimento sotterraneo ed essenziale di probabilità e improbabilità continue. Ha a che fare, forse, proprio con l’ombra, con la quantità di ombra che il linguaggio porta con sé, che ogni parola porta con sé nel suo medesimo far luce, dunque dell’ombra che ciascuno di noi riesce a trattenere, a conservare e a far «parlare» all’interno della continua e probabile, puramente probabile luce delle parole.

da In questa luce, Daniele Del Giudice, Einaudi

Perin del Vaga – Luca Cambiaso – scuola lombarda – Georges de la Tour

Cristo davanti a Caifa
Genova, Galleria di Palazzo Bianco (deposito dell’Accademia Ligustica)

“è stato ben a ragione definito il più grande notturno del ‘500 ed in verità le soluzioni luministiche attuate in questo dipinto ebbero larga eco specialmente nel secolo successivo. Particolare significato presentano le relazioni con l’opera del La Tour (Mostra didattica del 1951 a Palazzo Bianco”

da Luca Cambiaso e la sua fortuna, AA.VV. (Angelo Costa, Caterina Marcenaro, schede redatte da Giuliano Frabetti e Anna Maria Gabbrielli, allestimento della mostra curato dal pittore Eugenio Carmi), Ente Manifestazioni Genovesi, Palazzo dell’Accademia, Genova, Giugno-Ottobre 1956

L’unico tranello inventato dall’uomo

La pittura, secondo l’esempio dei grandi pittori, è l’al di là del reale, il conferire alla fisionomia un valore inusitato, quale non ebbe nella considerazione diretta dei contemporanei. È la relazione di una sopravvivenza, che non è quella dell’immortalità comandata del cielo o dell’inferno.

(…)

È pittore colui che, noncurante dei critici d’arte che lodano fiumi e fiumi di pittura mediocre, fa uso dei colori nel modo che più gli piace, sempre però lasciando trasparire il grado di pallidezza o di rossore proprio della sua epoca.
Dipingere significa far chiose in modo insolito all’eterna verità con la sua protervia e il suo anelito futuro, il tutto realizzato con pitture opache e al tempo stesso tralucenti.

(…)

Pittura è tumefazione penzolante che si decompone solo di quel tanto cui è costretta a decomporsi, poiché i suoi strati di olio sono strati vermifughi, se li compose il genio.
La pittura è mistificatrice in questo, che, assieme con la letteratura -tutto il resto rimarrà indietro a causa di errori o di invecchiamenti-, è l’unico tranello inventato dall’uomo per fargliela al trascorrere del tempo, l’unico stratagemma contro natura, tenendo conto che natura significa morte, passaggio, oblio.

da El Greco, visionario illuminato, Gomez de la Serna, Abscondita, trad. di Enrico Miglioli

p.s.: a proposito della Signora, che non fu mai sposa ma compagna, scrive Gomez de la Serna: ” ne la Trinità, questi angeli hanno la bellezza del primo amore-il quadro è del primo periodo del Greco, intorno al 1578-, e la misteriosa amata del pittore, che apparirà poi molte volte nei suoi quadri, volta le spalle allo spettatore, perché El Greco volle dipingere le sue gambe vigorose, quelle gambe che perdono nel loro abbozzo e nella loro bianchezza tutti gli altri particolari della loro struttura. In questa rappresentazione della seconda discesa che fu l’ascensione ai cieli nello stanco volo del resuscitato, queste gambe costituiscono il complesso ultraumano del quadro. Direi siano le migliori nella pittura, che tanto di gambe si è pasciuta. Sono messe lì con indifferenza, come se la cosa non avesse alcun interesse, e attraggono invece tutta l’attenzione canagliesca dei citrulli visitatori di musei. Abbandonate alla loro pallidezza, ricurve come colte di sorpresa mentre si denudavano, grassocce, come se non potessero essere belle per la contemplazione, sono le gambe che principalmente attrassero l’artista nel primo incontro con l’inverosimile donna. Esse gravitano con tale erotica pesantezza che le nubi di questo quadro toccano terra e il globo mistico si abbassa grazie a questa zavorra femminea. Il valore di questa estremità, che furono lo scandalo taciuto dei rigorosi contemplatori, il peccato ipocrita dei pignoli osservatori barbuti, getta un’ombra di dubbio sullo spirito religioso del quadro.”

Fuga dal fuoco

(…) Dobbiamo fidarci dei titoli, dal momento che Troia in fiamme non si vede affatto (…)
La fuga da Troia mostra una famiglia, in cui son presenti tre generazioni, che scappa a precipizio. È osservata da una prospettiva insolita e potente, dall’alto e di tre quarti, per meglio suggerire l’urgenza della fuga stessa. Il pesante corpo del padre di Enea, Anchise, è raffigurato a cavallo delle spalle del figlio, all’altezza del nostro occhio, per farci sentire l’incombenza del suo peso, ulteriormente aggravato dalla pia ostinazione del vecchio nel voler portare con sé le divinità familiari. Oppure si tratta di un dio solo? La statuetta rappresenta una figura col turbante, forse appartenente a una tradizione ancora più antica della medesima Troia. Il movimento della famiglia lungo la diagonale di fuga è rapido e deciso, e la sposa e madre lo chiude in modo emblematico. Sappiamo anche troppo bene ciò che avvenne a Enea. E Anchise ebbe onorata morte in Sicilia. Che cosa accadde alla sposa di Enea? Qualcuno dice che si perse nelle tenebre. Qualcun altro afferma che morì arsa viva. Non riuscì a tenere il passo. Rimase indietro. Era necessario che sparisse, affinché Enea potesse amare Didone senza commettere adulterio. Anche Didone morì in fiamme. Su di una pira funeraria. Enea si accompagna a donne ardenti.

da Volare via dal mondo, Peter Greenaway, Abscondita, trad. di Roberto Rossi Testa

Americana

I primi aruspici della terra, l’uomo
Nel campo, l’uomo sul lato del colle, tutti
In una salute del clima, sapendo qualche vecchia cosa

(Remoti dal mortifero uomo in generale,
La sovrapposizione dell’idea, le voci
Difficili da distinguere dai pensieri, il rimbombo

Di altre vite che diviene un totale rimbombo,
Un senso separato che riceve e trattiene gli altri,
Quel che è umano eppure conclusivo, come

Uno che si guarda allo specchio e trova
Che è l’uomo nello specchio quello vivo, non lui.
Egli è l’immagine, il secondo, l’irreale,

L’astrazione. Abita in un altro uomo,
Altri uomini, non quest’erba, quest’aria valida.
Non è se stesso. Soffre d’una privazione essenziale…)

A questo pensa mentre la kermesse scamosciata,
In un ritorno, una sembianza di ritorno,
Sbandiera quella prima fortuna che tanto desiderava.

da Il mondo come meditazione, Wallace Stevens, Guanda, trad. di Massimo Bacigalupo

il mio tavolo di 68x120x80 cm

Fra tutte le distanze la migliore possibile
è quella di un tavolo di normale grandezza,
di ristorante per esempio o di cucina,
dove possibilmente io possa raggiungerti
ma in verità non lo farò.
E fuori la stessa luce di ieri, lo stesso azzurro
aprono altre distanze
e chiedo alla gentilezza delle nuvole
di intervenire, meglio grigie che bianche,
per svelare l’imbroglio degli azzurri
che fingono la grandezza, fingono l’infinito,
la luce effimera – la ladra.

da Poesie (1974-1992), Patrizia Cavalli, Einaudi