Category Archives: il canto

La dedica

Niente rende irrequieti più del restare soli con uno dei due capi del dialogo. Ti senti continuamente parlare con lei!
Una volta ho letto dell’abitudine degli indiani Mohavi di continuare a parlare anche quando il partner si è congedato da un pezzo e è andato via. Lo stesso succede a me. L’indiano ed io non badiamo alle normali distanze; crediamo che le nostre parole raggiungano ancora il partner, anche quando non lo si vede più.

Non ho mai trovato maggior libertà e sicurezza di linguaggio che nel dialogo condotto sotto l’influenza del desiderio fisico. Desiderio e memoria si eccitano a vicenda, l’una si esaltava protetta dall’altro. Non si trattava di niente di particolare, ci si confidava, ecco tutto. La privazione del dialogo ha lo stesso effetto di quella di una droga. Gli organi che una volta venivano stimolati si ammalano, l’intelligenza, il piacere e la gioia di muoversi, la voce.

da La dedica, Botho Strauss, Guanda, trad. di Vittoria Ruberl

allattamento al museo

allattamento al museo

 

…È manifesto da sè che infinite cose naturali e primitive furono per gli antichi quando più quando meno, prima sommamente poi mezzanamente, sempre più comuni e famigliari che non sono per noi, anzi molte furono comuni per loro, che sono quasi sparite dal mondo; non già che la natura la quale non solamente ne circonda e preme da ogni parte, ma sta dentro di noi vivente e gridante, possa mai divenire straordinaria per gli uomini; ma il mantello dell’incivilimento che nasconde tante parti della natura, non all’animo nè al desiderio nostro, ma pure agli occhi, nascondeva assai meno agli antichi, molto meno ampio e molto più rado, e un tempo scarsissimo e trasparente;…

da Discorso intorno alla poesia romantica, Giacomo Leopardi

appunti per Mi chiamo M.M. n.10

xilografia di mila

In realtà, dopo un quarto d’ora di posa, il modello non era più in grado di guardare l’artista in quel modo, ed era appunto dal momento in cui lo sguardo si assentava che occorreva ritrovarlo vivente sulla tela.

da Ritratto dell’artista scimmiotto, di Michel Butor, Einaudi, trad.di Oreste del Buono

Termometria

A una certa tenera età, ho forse sentito una voce, un contralto profondamente commovente…

Questo canto dovette mettermi in uno stato di cui nessun oggetto mi aveva mai dato l’idea. Esso ha impresso dentro di me la tensione, l’attitudine suprema richiesta, senza offrire un oggetto, un’idea, una causa (come fa la musica). E io senza saperlo l’ho assunto come misura degli stati e ho mirato, per tutta la mia vita, a fare, cercare, pensare quel che avrebbe potuto direttamente riprodurre in me, esigere da me – lo stato corrispondente a quel canto fortuito; – la cosa reale, introdotta, assoluta il cui incavo era stato preparato fin dall’infanzia da quel canto – dimenticato.
Il caso vuole che io sia forse graduale. Ho l’idea di un massimo di origine nascosta, che aspetta ancora dentro di me.
Una voce che scuote fino alle lacrime, alle viscere; che funge da catastrofi e scoperte; che riesce a spremere, senza incontrare ostacoli, le mammelle sacre/ ignobili/ dell’emozione/ stolida; che in un modo artificiale, di cui il mondo reale non ha mai bisogno, risveglia degli estremi, insiste, rimesta, annoda, riassume eccessivamente, sfibra gli organi della sensibilità, …svaluta le cose osservabili…La si dimentica e non ne resta che il sentimento di un grado al quale la vita non potrà mai avvicinarsi. (1910)

da Quaderni. Volume Primo – Ego, Paul Valéry, Adelphi, trad.di Ruggero Guarini

secondino fammi un favore, porta l’inchiostro con carta e penna

Il Moro della Vedra

Il primo furto da me compiuto
Lo feci in casa di una signora
Io le puntai il coltello alla gola
E di quattrini in quantità.

E quattrocento marenghi d’oro
Ma mescolati con quej d’argento
Io me ne andai felice e contento
All’osteria a mangiar e ber.

Appena giunta la mezzanotte
E una pattuglia di polizia
Ha circondato quell’osteria
E al numer dù lor mi han portà.

E a tradirmi fu un amico caro
Ma che di nome si chiamava Nero
Io lo credevo un amico sincero
E invece lù così el me ha tradì.

Oh Nero, Nero ma dove sei
O traditore della vita mia
Sei sempre stato una falsa spia
Io te lo giuro me la pagherai.

Oh sì vendetta, sì fu fatta
Con quattro colpi, ma di pugnale
Io t’ ho mandato all’ospedale
Ti giuro che non uscirai mai più.

O secondino fammi un favore
Porta l’inchiostro con carta e penna
Che voglio scrivere alla mia bella
Che in galera mi venga a trovar.

da I testi delle canzoni popolari milanesi, La malahttp://www.canzon.milan.it

che cos’è l’amor?

circuito oscillante

Un circuito come in figura ha un’impedenza che varia con la frequenza in modo interessante: essa ha un valore estremamente grande (al limite infinito) sia a frequenza bassissime (quando il condensatore blocca la corrente), che a frequenze altissime (quando è l’induttanza che impedisce il movimento delle cariche). Fra questi due estremi, l’impedenza complessiva del circuito è minore, con il minimo (ed il massimo della corrente, a parità di f0) alla frequenza alla quale le impedenze delle due reattanze sono uguali.

1/ωC=ωL

 

ω0= 1/√LC

Chiamata la frequenza di risonanza.
La potremmo definire la ‘frequenza preferita’ dal circuito.
Per capirlo pensiamo ad un circuito oscillante semplificato, ideale, con solo gli elementi L e C:

 

circuito ideale senza R

Iniziando con la capacità carica, alla chiusura del circuito questa tenderà a scaricarsi nel modo più efficace e rapido possibile, cercherà di trasferire la propria energia all’induttanza con la massima efficienza, ciò che si ottiene quando le due impedenze sono adattate, cioè uguali.
Si instaura perciò una corrente sinusoidale (cioè di frequenza ben definita) alla frequenza di risonanza, con un continuo travaso di energia da condensatore a induttanza e viceversa: in certi istanti l’energia è tutta di tipo elettrico, CV2/2, in altri tutta di tipo magnetico, Li2/2.
Nel caso ideale questa oscillazione non si smorzerebbe mai; nella realtà ci sono però sempre delle resistenze che ad ogni ciclo dissipano una frazione dell’energia.
Se si vuol mantenere l’oscillazione, l’energia persa dovrà ad ogni ciclo essere reintegrata da un’opportuna f.e.m. che oscilli anche essa alla frequenza di risonanza. In questo caso le oscillazioni si dicono forzate.

da Lezioni di fisica Vol.III, Franco Dupré, CISU