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infanzia reintegrata

 

Bruno Schulz scrisse ad Andrzej Plesniewicz il 4 marzo 1936:

Il genere d’arte che mi sta a cuore è appunto la regressione, è l’infanzia reintegrata. se fosse possibile riportare indietro lo sviluppo, raggiungere per qualche via circolare un’infanzia reintegrata, avere ancora una volta la sua pienezza e la sua immensità: sarebbe l’avveramento dell’epoca geniale, dei tempi messianici, che da tutte mitologie ci sono promessi e giurati. Il mio ideale è di maturare verso l’infanzia. solo questo sarebbe l’autentica maturità.

(dall’introduzione di Ripellino ne Le botteghe color cannella, einaudi)

danilo dolci


danilo dolci

 

‘…nel 1956, in occasione del famoso “sciopero al rovescio”
“i lavoratori occupati fanno valere le loro ragioni scioperando; in che modo possono far valere le proprie i disoccupati?” domandava danilo. “lavorando!”, rispondevano i disoccupati di partinico. decisero allora di riparare la trazzera vecchia, un’arteria agricola sulla quale non potevano avanzare nemmeno i carretti. il ministro scelba la considerò un’azione eversiva, e decise di impedirla usando come pretesto l’occupazione di suolo pubblico. arrivarono camion di poliziotti. una ventina di persone, tra cui danilo, vennero incarcerate. un mese dopo ci fu il processo: piero calamandrei lo definì “il processo all’articolo 4 della costituzione”, quello che dice che lo stato si impegna a garantire il lavoro a tutti i cittadini.’

tratto dal prezioso articolo-intervista a lorenzo barbera di luca martinelli “quando danilo accusò lo stato“, altrconomia maggio 2007


ministro mario scelba

scrivere il curriculum

cos’è necessario?
è necessario scrivere una domanda,
e alla domanda allegare un curriculum.

a prescindere da quanto si è vissuto
il curriculum dovrebbe essere breve.

è d’obbligo concisione e selezione dei fatti.
cambiare paesaggi in indirizzi
e malcerti ricordi in date fisse.

di tutti gli amori basta quello coniugale,
e dei bambini solo quelli nati.

conta di più chi ti conosce di chi conosci tu.
i viaggi solo se all’estero.
l’appartenenza a un che, ma senza un perché.
onorificenze senza motivazione.

scrivi come se non parlassi mai con te stesso
e ti evitassi.

sorvola su cani, gatti e uccelli,
cianfrusaglie del passato, amici e sogni.

meglio il prezzo che il valore
e il titolo che il contenuto.
meglio il numero di scarpa, che non dove va
colui per cui ti scambiano.
aggiungi una foto con l’orecchio in vista.
è la sua forma che conta, non ciò che sente.
cosa si sente?
il fragore delle macchine che tritano la carta.

wislawa szymborska da gente sul ponte, scheiwiller

cherry-brandy

Varlam Šalamov
Il racconto è di Varlam Šalamov dedicato alla memoria di Osip Mandel’štam (1891-1938), morto in un lager di transito vicino a Vladivostok, lo stesso da dove era passato un anno prima l’A. diretto alla Kolyma. Il titolo è quello di una poesia di Mandel’štam, scritta nel marzo 1931 durante un incontro conviviale al Museo Zoologica di Mosca; “cherry-brandy”, negli scherzi tra amici, significava “sciocchezzuola” (testimonianza di Nadežda Mandel’štam).
Osip Mandel’štam
Cherry-brandy
 
Il poeta stava morendo. Le sue grandi mani, rese gonfie dalla fame, con le bianche dita esangui e le unghie sporche, lunghe, cilindriche, erano appoggiate sul petto e non cercavano più riparo dal freddo. Prima se le ficcava in seno, sul corpo nudo, ma adesso neanche lì c’era abbastanza calore. Le manopole gliele avevano rubate da tempo; per rubare era sufficiente la sfrontatezza, lo facevano in pieno giorno. Un sole elettrico smorto, lordato dalle mosche e ingabbiato in una griglia circolare, era fissato al soffitto in alto. La luce cadeva sui piedi del poeta: egli era disteso, come in un cassetto, nell’oscura profondità di un giaciglio al piano inferiore dell’ininterrotta teoria di tavolacci a castello. Di tanto in tanto le dita si muovevano, schioccavano come nacchere, tastavano un bottone, un’asola, un buco della giubba imbottita, toglievano granelli di sporcizia e si fermavano di nuovo. Il poeta moriva da così tanto tempo che aveva smesso di capire che stava morendo. Talvolta sopraggiungeva qualche pensiero semplice e forte che si apriva un varco a fatica dolorosamente, in modo quasi percettibile, attraverso il cervello – gli avevano rubato il pane che si era messo sotto la testa. E questo pensiero era così spaventosamente bruciante da far sì che lui fosse pronto a litigare, insultare, battersi, cercare, perorare le proprie ragioni. Ma non aveva le forze per farlo e il pensiero del pane si affievoliva…e immediatamente cominciava a pensare a qualche altra cosa, al fatto che lui e gli altri dovevano essere trasportati al di là del mare, ma che per qualche motivo il piroscafo era in ritardo ed era un bene trovarsi lì. E con la stessa levità e mutevolezza rivolgevo il pensiero al grosso neo sulla faccia del “piantone” della baracca. Passava la maggior parte del giorno e della notte ripensando agli avvenimenti che gli riempivano la vita laggiù. Le visioni che gli passavano davanti agli occhi non appartenevano all’infanzia, alla giovinezza, ai suoi successi. Per tutta la vita si era affrettato verso qualcosa. Ed era magnifico non doversi affrettare, poter pensare lentamente. E senza affrettarsi pensava alla straordinaria uniformità dei movimenti che precedono la morte, a ciò che i medici avevano capito e descritto prima degli artisti e dei poeti. La facies ippocratica – la maschera dell’uomo prima della morte- è nota a qualsiasi studente della facoltà di medicina. Questa misteriosa uniformità dei movimenti prima della morte aveva dato a freud lo spunto per le ipotesi più ardite. L’uniformità, la ripetitività – ecco il terreno obbligato della scienza. Ciò che nella morte è irripetibile, l’hanno cercato non i medici ma i poeti. Era piacevole constatare di essere ancora in grado di pensare. Alla nausea provocata dalla fame si era abituato da molto tempo. Ed era tutto sullo stesso piano: ippocrate, il piantone con il grosso neo e la propria unghia sporca.
La vita entrava in lui e poi ne usciva, e lui stava morendo. Ma la vita tornava a manifestarsi, gli occhi si aprivano, riapparivano i pensieri. Solo i desideri non riapparivano. Viveva da molto tempo in un mondo in cui spesso si doveva far tornare in vita qualcuno con la respirazione artificiale, il glucosio, la canfora, la caffeina. Il morto ritornava a vivere. E perché no?egli credeva nell’immortalità, nella vera immortalità dell’uomo. Gli veniva spesso da pensare che dal punto di vista biologico non c’era semplicemente nessun motivo perché l’uomo non potesse vivere in eterno…la vecchiaia non era altro che una malattia curabile, e se non fosse stato per quel tragico equivoco, non ancora chiarito fino a quel momento, egli sarebbe potuto vivere in eterno. O almeno fino a quando non si fosse stancato. Ma lui non si era affatto stancato di vivere. Perfino adesso, in quella baracca di transito, in quella tranzitka, come la chiamavano affettuosamente gli abitanti di quaggiù. Essa era la soglia dell’orrore, ma non ancora l’orrore. Al contrario. Lì viveva lo spirito della libertà, e tutti lo avvertivano. Davanti c’era il lager, alle spalle la prigione. Era un “mondo in cammino”, e il poeta lo capiva.
C’era anche un’altra strada per l’immortalità, quella di Tjutcev:
 
beato colui che visitò un tal mondo
nel suo più fatidico momento.
 
Ma se pure non gli fosse stato dato – come ormai appariva evidente- di essere immortale in quanto persona fisica, elemento individuale, si era comunque meritato l’immortalità come artista.
L’avevano definito prima poeta russo del XX secolo e spesso gli capitava di pensare che era proprio vero. Egli credeva nell’immortalità dei propri versi. Non aveva discepoli, ma i poeti possono forse tollerare di averne? Aveva scritto anche della prosa, mediocre, aveva scritto degli articoli. Ma solo nei versi aveva trovato qualcosa di nuovo per la poesia, qualcosa di importante, come aveva sempre ritenuto. Tutta la sua vita passata era stata letteratura, libro, favola, sogno, e solo l’oggi era la vita vera.
Pensava a tutto questo senza animosità, in segreto, in qualche luogo interiore. Le sue riflessioni erano scevre di passione. Da tempo era preda dell’indifferenza. Che sciocchezze, tutte quante, che vano agitarsi a paragone della triste pesantezza della vita! Si meravigliò di se stesso – come poteva starsene lì a pensare ai versi quando tutto era stato ormai deciso, e lui lo sapeva perfettamente, meglio di chiunque altro? A chi mai poteva servire la sua presenza lì, e di chi era pari? Perché era stato necessario che comprendesse tutto questo? Lui aveva aspettato…e compreso.
Nei momenti in cui la vita tornava a fluire nel suo corpo e i suoi occhi torbidi e socchiusi riprendevano all’improvviso a vedere, le palpebre a contrarsi e le dita a muoversi, tornavano anche i pensieri, e non gli veniva mai in mente che potevano essere gli ultimi.
La vita entrava per conto suo dentro di lui, come una dispotica padrona: lui non la chiamava, ma lei gli pervadeva egualmente il corpo, il cervello, entrava come poesia, ispirazione. E, per la prima volta, il significato di questa parola gli si rivelò in tutta la sua pienezza. La poesia era la forza vivificante di cui lui viveva. Precisamente così. Lui non viveva per la poesia, viveva della poesia.
E adesso era evidente, chiaro in modo tangibile che proprio l’ispirazione era la vita; prima della morte gli era dato di comprendere che la vita era l’ispirazione, precisamente l’ispirazione.
Ed era felice che gli fosse stato dato di conoscere quest’ultima verità.
Ogni cosa, il mondo intero era poesia: il lavoro, lo scalpitio di un cavallo, una casa, un uccello, una roccia, l’amore – tutta la vita entrava con levità nei versi e vi si accomodava. E non poteva che essere così, poiché la poesia è parola.
Anche adesso le strofe si componevano con facilità, una dopo l’altra, benché da molto tempo non trascrivesse i suoi versi, e neppure fosse più in grado di farlo, le parole gli venivano egualmente con facilità, secondo un ritmo in qualche modo prestabilito e ogni volta sorprendente. Era la rima lo strumento di ricerca, il rivelatore magnetico di parole e concetti. Ogni parola era un frammento del mondo, reagiva alla rima, e insieme ad essa il mondo intero balenava con la rapidità di un apparecchio elettronico. Ogni cosa gridava “prendimi”, “no, prendi me”. Non c’era bisogno di cercare niente. Bastava scartare ciò che non serviva. Era come se in lui ci fossero due uomini: quello che componeva e che aveva lanciato la sua trottola a tutta velocità, e un altro che sceglieva e di tanto in tanto fermava il congegno ormai fuori controllo. E quando si rese conto di essere questi due uomini insieme, il poeta comprese anche che in quel momento stava componendo vera poesia. E che importanza poteva avere che non trascriveva i versi? Trascrivere, pubblicare – tutto ciò era solo vanità delle vanità. Le cose che nascono in modo interessato non sono le migliori. Il meglio è ciò che non viene scritto, che è stato creato ed è scomparso, svanito senza lasciar traccia, e solo la gioia creativa che si avverte e non può essere confusa con nient’altro sta a dimostrare che è stata creata una poesia, che è stato creato il bello. Ma lui non si stava forse sbagliando? La felicità creativa era davvero infallibile?
Ricordò gli ultimi versi di Blok, mediocri e poeticamente fiacchi, e come Blok apparentemente non se ne rendesse conto…
Il poeta si impose una pausa. Qui era più facile che in qualsiasi altro posto, a Leningrado o a Mosca.
E a questo punto si rese conto che da molto tempo non pensava più a niente. La vita lo lasciava di nuovo.
Restò a giacere, immoto, per molte ore, e all’improvviso notò non lontano da sé qualcosa che assomigliava a un bersaglio da tiro a segno o ad una carta geologica. La carta era muta ed egli si sforzò invano di riconoscere ciò che vi era raffigurato. Passò non poco tempo prima che riuscisse a capire che si trattava soltanto delle sue dita. Sulle estremità c’erano ancora le tracce marroni delle sigarette di machorka che aveva fumato, succhiato fino in fondo –sui cuscinetti spiccava nettamente, simile al tracciato curvilineo di un rilievo montano, il disegno dattiloscopico. Identico su tutte e dieci le dita: piccoli cerchi concentrici come la sezione di un albero. Si ricordò di quella volta, quand’era bambino, che era stato fermato per strada dal cinese della lavanderia situata nella cantina della casa dov’era cresciuto. Il cinese gli aveva preso prima una mano, poi l’altra, le aveva voltate a palme in su e con tono concitato s’era messo a gridare qualcosa nella sua lingua. A quanto si seppe poi, aveva detto che il bambino era fortunato e aveva sulla mano il segno certo della buona fortuna. Il poeta aveva spesso ripensato a questo segno della buona fortuna, specie quando era stato pubblicato il suo primo piccolo libro. Adesso ricordava il cinese senza rancore né ironia –gli era del tutto indifferente.
Non era ancora morto –la cosa più importante. A proposito, che cosa voleva dire “morire come un poeta”?ci doveva essere qualche cosa di infantilmente ingenuo i quella morte. O qualcosa di premeditato, di teatrale, come per Esenin, per Majakovskij.
“e morto come un attore”: questo ancora poteva capirlo. Ma morire come un poeta?
Sì, poteva indovinare qualcosa di ciò che l’aspettava. Durante il trasferimento aveva avuto il tempo di comprendere e indovinare molte cose. E gioiva, gioiva quietamente della propria estenuazione e sperava di morire. Ricordò una discussione di tanto tempo prima, in carcere: se era peggio, più terribile il lager o la prigione? Nessuno in realtà ne sapeva niente, le argomentazioni erano campate per aria. E ricordò il sorriso crudele di quell’uomo che era stato portato in cella da un lager. Quel sorriso gli si era impresso per sempre nella memoria, e in modo tale da fargliene temere il ricordo.
Ah, come li avrebbe gabbati per bene, quelli che l’avevano portato lì, se adesso fosse morto!di qualcosa come dieci anni li avrebbe gabbati! Tempo prima era stato condannato al confino e sapeva di essere stato iscritto nelle liste speciali per sempre. Per sempre?! La scala dei valori era cambiata e le parole non avevano più lo stesso significato di prima.
Improvvisamente gli venne voglia di mangiare, ma non aveva la forza di muoversi. Si ricordò, lentamente e con fatica, di aver dato la sua razione di minestra al vicino e che dal giorno prima aveva mandato giù solo una caraffa d’acqua calda. Oltre al pane, naturalmente. Ma il pane l’avevano distribuito molto, molto tempo prima. E quello di ieri glielo avevano rubato. Qualcuno aveva ancora la forza per rubare.
Se ne restò disteso così, leggero e senza più pensieri, finché non si fece mattina. La luce elettrica diventò un po’ più gialla e come ogni giorno portarono il pane su grandi vassoi di compensato.
Ma lui non si agitava più, non cercava con occhi avidi il pezzo con la crosta, non piangeva se la crosta toccava a un altro, non si ficcava in bocca con dita tremanti il pezzetto di pane, quel pane che si scioglieva all’istante mentre gli si dilatavano le narici e con tutto il suo essere assaporava il gusto e l’odore del pane fresco di segale. Nella bocca il pane non c’era già più anche se non aveva avuto neppure il tempo di deglutire o di muovere le mascelle. Il boccone si era sciolto, era scomparso e in questo c’era qualcosa di prodigioso – uno dei tanto prodigi di quel luogo. No, ormai non si agitava più. Ma quando gli misero tra le mani la sua razione per le ventiquattr’ore, la strinse forte con le dita esangui premendosi il pane contro le labbra. Morse il pane con i denti indeboliti dallo scorbuto, le gengive sanguinavano, i denti traballavano, ma lui non sentiva nessun dolore. Con tutte le sue forze si premeva il pane contro la bocca, lo spingeva dentro, lo succhiava, ne strappava dei bocconi e rosicchiava…
I vicini cercarono di fermarlo:
– non mangiartelo tutto, conservane per dopo, per dopo…
e il poeta capì. Spalancò gli occhi senza allentare la stretta delle sudice dita bluastre sul pane insanguinato
– dopo quando?-articolò in modo chiaro e distinto. E chiuse gli occhi.
Verso sera morì.
Ma venne depennato dai registri soltanto due giorni dopo: per due giorni gli ingegnosi vicini riuscirono a farsi dare la razione del morto; durante la distribuzione giornaliera del pane, il morto alzava il braccio come una marionetta. E fu così che il poeta morì due giorni prima della data della sua morte –un dettaglio di non poco conto per i suoi futuri biografi.
Osip Mandel’štam
libri necessari, laura stor, linoleum


linoleum di laura stor
postato da: milaaudaci alle ore 11:05 | Permalink commenti (1) 

Commenti:
 

#1 16 Febbraio 2007 – 20:41
grande mila, grande.

un bacio e grazie.

ciao.

Utente: MariaStrofa
mariastrofa

morte di giampiero cassio

 

ieri alla fermata garbatella della metropolitana della linea B, icaro è morto.

da “Il Corriere della Sera”

Cieco travolto dal metrò “Le stazioni sono insicure”.
Le associazioni: mancano indicatori acustici e luminosi.
Roma, finisce tra due vagoni mentre tenta di salire.
ROMA – Stava andando al lavoro.
Centralinista di Bankitalia, autonomo da sempre, malgrado fosse cieco dalla nascita.
Giampiero Cassio, 61 anni, moglie e due figli, prendeva la metropolitana ogni mattina, accompagnato solo dal suo bastone bianco telescopico.
Ma ieri dev’essersi confuso.
Qualcosa, fatalmente, deve averlo ingannato.
Quando alle 8.40 è arrivato il treno alla stazione Garbatella forse ha pensato che quello spazio vuoto fosse la porta aperta del metrò. Ha allungato il bastone.
Si è fidato.
Invece, era il buco esterno tra i vagoni, 50-60 centimetri di misura, l’equivalente di mezza porta.
Giampiero Cassio è caduto tra i binari.
Il convoglio, pochi secondi dopo, è ripartito.
Una morte orrenda, il bastone bianco è stato ritrovato a 60 metri.
Il macchinista non si è accorto di nulla.
E così pure, stranamente, gli altri passeggeri.
Neanche le telecamere di sicurezza hanno ripreso la scena.
Solo una donna, sulla banchina opposta, l’ha visto cadere e ha cominciato a urlare, a sbracciarsi, per attirare su di sé l’attenzione dei sorveglianti.
Troppo tardi.
All’inizio si era pensato a un suicidio, poi qualcuno ha notato quel bastone bianco, rotto e insanguinato.
E la storia è diventata un’altra.
Il pm Maria Bice Barborini ha già aperto un fascicolo.
La società che gestisce la metropolitana di Roma (Met.Ro) ha avviato a sua volta un’inchiesta.
Si è scoperto, così, che nella stazione di Garbatella, linea B, mancano i percorsi tattili per i ciechi, previsti dalle nuove norme. “Il governo, però, ha definanziato la legge 211, con quei fondi avevamo già adeguato almeno 11 fermate tra linea A e linea B – si difende Mario Di Carlo, assessore ai Trasporti del Comune di Roma -. La verità è che dopo l’11 settembre 2001 tutte le risorse destinate all’ammodernamento del metrò sono state impiegate per le misure antiterrorismo nelle stazioni.
Così abbiamo dovuto trascurare gli altri interventi”.
In Campidoglio, dopo la tragedia, il consigliere delegato per i problemi dell’handicap Ileana Argentin (Ds) ha presentato un ordine del giorno per chiedere di rimuovere entro il 30 settembre prossimo le barriere sensoriali lungo tutta la linea B. “Come amministrazione – ha detto – siamo in parte responsabili di quello che è accaduto.
Sono sconvolta.
I ciechi, così come tutti gli altri cittadini, hanno diritto all’uso dei trasporti pubblici”. Il sindaco Walter Veltroni ha appoggiato l’iniziativa del consigliere, esprimendo profondo cordoglio alla famiglia di Giampiero Cassio: a sua moglie Rita, insegnante, e ai figli Simone, 21 anni e Benedetta di 12.
Ma ai responsabili delle metropolitane di Roma, Milano, Napoli e Genova, ieri, il presidente nazionale dell’Unione Italiana dei Ciechi, Tommaso Daniele, ha inviato una lettera durissima: “Una morte non per errore, non per distrazione, quella di Giampiero Cassio – ha scritto il presidente -. Non una morte per caso, ma una morte per mancanza di protezione”.
“Non possiamo non chiederci – prosegue Tommaso Daniele nella sua lettera – se per ipotesi le aziende non preferiscano rischiare di pagare danni ai superstiti delle vittime, piuttosto che porre mano efficacemente alla realizzazione di sistemi di protezione per i passeggeri.
Purtroppo questo incidente è soltanto uno di una lunga serie.
Ogni volta il cordoglio e l’indignazione sono esplosi, ma poi nulla è cambiato.
Nessuna misura efficace è stata presa”.
Già, le misure. “Più volte – conclude amaro il presidente dell’Uic – ci siamo rivolti alle amministrazioni competenti chiedendo di installare sistemi di annuncio delle fermate, di creare strisce di protezione lungo le banchine, di predisporre indicatori di direzione, acustici e luminosi come in molte città europee.
Ma nulla o quasi nulla è stato fatto”

quasi

 

un poco più di sole…ed ero brace
un poco più d’azzurro…ed ero oltre.
per riuscire mi è mancato un colpo d’ala…
potessi almeno restare al di qua…

stupore o pace? invano…tutto è svanito
in un basso mare di spuma ingannatore;
e il grande sogno svegliatosi in bruma,
il grande sogno – ahimè! – quasi vissuto…

quasi l’amore, quasi il trionfo e il fuoco,
quasi il principio e la fine – quasi l’espansione…
ma nell’animo mio tutto si scioglie…
eppure niente è un’illusione!

tutto ho iniziato sempre…e tutto errato…
– ah, il dolore senza fine di esser-quasi…-
io fallii per gli altri, ho fallito in me,
ala che si slanciò ma non volò…

momenti d’anima dissipati…
templi dove mai misi un altare…
fiumi smarriti e non condotti al mare…
ansie sofferte, che non ho fissato…

se mi vagheggio trovo solo indizi…
ogive a mezzogiorno – sono sbarrate;
e mani di eroi, empie, intimorite,
hanno cinto di grate i precipizi…

in uno slancio fradicio di accidia,
tutto intrapresi e nulla conquistai…
oggi di me rimane il disincanto
di ciò che senza vivere baciai…

……………………………….
……………………………….

un poco più di sole…ed ero brace
un poco più d’azzurro…ed ero oltre.
per riuscire mi è mancato un colpo d’ala…
potessi almeno restare al di qua…

Mario de Sa-Carneiro Parigi, 13 maggio 1913 (da Dispersione, Einaudi)

 

appunti per una rivista di giovani

 

Vita e non ombra di vita. “Concetto di attualità considerato inesistente”, secondo la parola di Hofmannsthal. E in luogo della solita retta lanciata nell’infinito, la forma che si ricerca sia il cerchio. Ricondurre alla totalità del tempo, al ritmo ciclico del tempo, un pubblico ciecamente perduto in quella retta.

 Concetto di attualità sostituito dal concetto di presenza, con tutte le responsabilità che esso implica. Presenza significa attenzione, unica via per realizzare e realizzarsi. Parola discreta che ne implica altre: tutte le altre, forse, che conservino un significato.

 Attenta lettura della realtà e dell’arte. Dunque lettura totale, a piani multipli: poetica, umana, spirituale, religiosa e simbolica. Che leghi tempo a tempo, spirito a spirito, crei rapporti, sveli analogie.

 Vita e non ombra di vita. Animazione di testi antichi o già noti, di ogni paese. Ritorno a una cultura vivente, che salvi del nostro tempo solo ciò che è vivente – cioè valido ed esemplare – oltre i valori convenzionali di un’epoca e di un ambiente.

 La giovinezza come istanza morale. Con tutti i suoi tremendi doveri, col suo diritto inappellabile di non essere fuorviata.

 Attenzione applicata al mondo in cui questa giovinezza si muove. Nessun timore di riconoscerne il pauroso sfacelo (sintesi di questo mondo, il motto di spirito di Moravia: “Il solo personaggio storico che si troverebbe a suo agio nel nostro tempo è l’uomo delle caverne”). Tranquilla opposizione allo spirito di questo tempo, al feticismo del “fenomeno storico”, del “valore documentario”, delle “esigenze del costume”, dei “casi”. Ma assidua e appassionata ricerca di ciò che in questo tempo sia vita e non ombra di vità: secondo la norma più elevata di valori umani, spirituali e formali.

 Un discorso, dunque, che sia del tempo e fuori del tempo. In ogni numero ciò che potrebbe chiamarsi “stella polare”: lettera, testimonianza, frammento, poesia, non importa di quale epoca ma perfetto, che rappresenti come in un’immagine quanto si cerca di esprimere. In ogni numero la stessa parola, ripetuta da voci diverse e disparate, in epoche diverse e disparate.

 Ricerca di una nuova forma cristallina, sia nei testi citati che nei nuovi contributi: una forma che sia ugualmente distante dallo specialismo delle varianti, dalla psicologia, dal realismo documentario e dall’immaginazione gratuita (“Cahiers du Sud” su Omero, “Focus Three” su Eliot). Primo tentativo di attenzione integrale in una probità assoluta del linguaggio, innanzitutto del linguaggio critico.

 Una rubrica in cui venga segnalato quanto di vivente sia apparso durante il mese nelle riviste italiane e straniere, siano pure soltanto quattro versi o dieci righe di prosa, non imprta chi le abbia scritte o stampate. Il “gioco delle novità” considerato inesistente. Estrema attenzione ai libri poco letti, magari non letterari.

Cristina Campo da Sotto falso nome, Adelphi