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appunti per Mi chiamo M.M. n.9

 

Balocchi, imprese, illusioni per la vita

La fatina dei giocattoli

La facilità di contentare la propria immaginazione testimonia la spiritualità dell’infanzia nelle sue concezioni artistiche. Il balocco è la prima iniziazione del fanciullo all’arte, anzi ne è per lui la prima attuazione e, sopravvenuta l’età matura, le realizzazioni perfezionate non daranno al suo spirito gli stessi fervori, né gli stessi entusiasmi, né la stessa fede.
E anche, analizzate questo “mundus” infantile, considerate il giocattolo barbaro, il giocattolo primitivo, in cui pel fabbricante il problema consisteva nel costruire un’immagine il più possibile approssimativa con gli elementi più semplici e meno costosi possibili: per esempio, il pulcinella piatto mosso da un solo filo; i fabbri che picchiano sull’incudine; il cavallo col suo cavaliere in tre pezzi, quattro pioli per le gambe, la coda del cavallo che forma un fischietto e a volte il cavaliere ornato d’una piccola piuma, che è un gran lusso;
– è il giocattolo da cinque soldi, da due soldi, da un soldo.- Credete che queste immagini semplici creino nello spirito del fanciullo una realtà minore che quelle meraviglie di Capodanno, che son piuttosto un omaggio della servilità parassitica alla ricchezza dei genitori che un regalo alla poesia infantile?

da Morale del giocattolo, Charles Baudelaire in Morale del giocattolo, Baudelaire, Rilke, Kleist, Stampa Alternativa, trad.di Leone Traverso

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Luca Cambiaso

Grandi scrosci, sempre più fitti pullulano i fantasmi del mare,
il marinaio è corso su per la scala, state pronti, figlioli!
è corso su, si è steso, si è sospeso in una rete invisibile,
come un ragno che spia le scosse della tela.

Vento! – vento! La nave imbizzisce, e strappa le briglie,
cade sul fianco, affonda nella spumosa bufera,
s’impenna, ha calpestato le onde e prende di scorcio il cielo,
taglia di fronte le nuvole, acciuffa il vento sotto le vele.

E il mio animo l’albero innalza a volo in mezzo al vortice,
l’immaginazione si gonfia come la treccia di queste vele,
involontariamente un grido si unisce al coro festoso;

apro le braccia, cado sul petto della nave,
mi sembra di incalzare il suo slancio col mio petto:
mi sento leggero! forte! felice! so cosa sia essere un uccello.

da I sonetti di Crimea e altre poesie, Adam Mickiewicz, Adelphi, a cura di Elena Croce e Elisabetta Cywiak

te lo faccio vedere io chi sono

Leopardo di Alfredo Biagini

Qui non si tratta di egocentrismo, quanto di autoesaltazione, di un indomabile senso di sé che rasenta la buffoneria.

(…)

Il diseredato, il nostalgico, finisce così per coincidere con un eroe delle fiabe e diventa un piccolo Don Chisciotte.

(…)

Una millanteria di questo genere non vuole ingannare, bensì correggere l’inganno, sia pure in modo singolare; lo fa indubbiamente in maniera infantile e illusoria, ma in ogni caso corregge la falsificazione e il detestabile esser situati nei quali la maggior parte della gente è costretta a vivere.

da Il Conte Mirabeau in Tracce, Ernst Bloch, Coliseum, a cura di Laura Boella

12 luglio 1820

mira

Il sentimento della nullità di tutte le cose, la insufficienza di tutti i piacer a riempirci l’animo, e la tendenza nostra verso un infinito che non comprendiamo, forse proviene da una cagione semplicissima, e più materiale che spirituale. L’anima umana (e così tutti gli esseri viventi) desidera sempre essenzialmente, e mira unicamente, benché sotto mille aspetti, al piacere, ossia alla felicità, che considerandola bene, è tutt’uno col piacere. Questo desiderio e questa tendenza non ha limiti, perch’è ingenita o congenita coll’esistenza, e perciò non può aver fine in questo o quel piacere che non può essere infinito, ma solamente termina colla vita. E non ha limiti 1. nè di durata, 2. nè per estensione. Quindi non ci può essere alcun piacere che eguagli 1. nè la sua durata, perché nessun piacere è eterno, 2. nè la sua estensione, perché nessun piacere è immenso, ma la natura delle cose porta che tutto esista limitatamente e tutto abbia confini, sia circoscritto. Il detto piacere non ha limiti che per durata, perché, come ho detto non finisce se non coll’esistenza, e quindi l’uomo non esisterebbe se non provasse questo desiderio.

dal Pensiero 165 dello Zibaldone, Giacomo Leopardi

Non vorrei crepare senza (cit. Boris Vian):

– aver letto tutti i libri di Giovanni Amelotti (escluso Il Leopardi maggiore, che possiedo);

– aver compiuto un viaggio fino a Recanati nel 12 luglio 1820 (una volta arrivata là, saprei arrangiarmi);

– RD 70 → ∞ ;

– essere riuscita a trovare e vedere a Moneglia il quadro di Luca Cambiaso  in una inarrivabile sagrestia

ciò che verso la vita spinge forte

Giulia Zingali

Ciò che verso la vita spinge forte, è concausa di morte.
– Se or copro il tuo corpo e ne fo scempio, all’empio esempio adempio più ampio del creato ch’è un tempio.
Le guardò intensamente la colmezza del seno. Nel volume convesso il richiamo del sesso. Eppur che tenerezza in quel latteo biancore, qual speranza, che amore! E ancor più forte chiama il recondito sito, al centro del candore il bersaglio brunito, la macchia cespugliosa che nasconde la rosa, mirabil fonte di vita futura, segno di sepoltura.
In quel pelo si vince per un pelo l’ampio sbilancio tra cielo e sfacelo.

da Controcielo. Romanzo grottesco, Mauro Marè, All’insegna del pesce d’oro

Io non sono una brava maestra

io non sono una brava maestra

Io non sono una brava maestra perché non ho le famiglie dalla mia parte. Loro, questi bambini-genitori, sono armati insieme ai figli contro chi vuole rompere il tepore del silenzio, la pace del disinteresse, la potenza della cecità, la semplicità della parola.
Contro chi vuole sostituire la giustificazione con la responsabilità.
Questi bambini-genitori hanno paura e non vogliono sapere, non vogliono guardare né tanto meno guidare i loro figli.
Ma io governo la mia barca con fermezza sapendo che il mare è vasto e profondo e non sempre incontra il favore dei venti.
Guardo l’orizzonte e non mi lascio distogliere dalle correnti contrarie, le scruto e imbriglio la loro potenza verso la meta più ambita, la crescita mia e dei miei bambini-alunni.

da Io non sono una brava maestra, Giusi Tartaro, Lorusso Editore, intro. di Lucio Zinna

Ultima cavalcata di Don Chisciotte

ultima cavalcata di don chisciotte

Sancio aveva indossato la zimarra nera a fiamme dipinte, dono della Duchessa, e pareva una torre, gli brillavano le pupille d’una brace regale, le parole gli uscivano esenti della usata rusticità, ma s’impennavano e sventolavano come bandiere.
“Guardatemi,” diceva. “Un servo, un villano, a vedermi. Pure ho compiuto fatti d’eroe. Né lo avrei creduto prima che mi sbendassero gli occhi; quando vivevo contento del mio piatto d’olive, ignaro di libri, e ogni rigo di scrittura mi somigliava a una fila di formicole scure…Ma ora ho tanto viaggiato, pugnato, patito. Ora so finalmente chi sono: una memoria e una forza di giornate famose…E quante ve ne potrei raccontare! Di quel giorno che, vinto da un sortilegio di re, in una reggia in apparenza simile a un albergo come questo, dovetti più volte saltare in aria su una coperta di muli…e di quando misi in fuga col solo grido il famoso Ginesio da Passamonte…e di quando mi diedero un arcipelago da governare e così bene lo governai, raddrizzando i torti e riparando i danni, da meritarmi la mitria che per sdegnosa umiltà ho delegato in capo al mio asino. Asino, dico, ma dovrei dire Pegaso, se tante volte sulla sua groppa ho volato, dirigendolo a mio piacere con due semplici scalcagnate! Ché insieme siamo stati per sierre e pianure, abbiamo conosciuto principesse e mandriane, fatto cadaveri risuscitare…Voi dite: che guadagno t’è venuto da tanti moti? Una scienza sola ma immensa, ed è che sbagliavo a fidarmi dei miei sensi d’uomo grosso e piccino. Ora so che in ciascuna  miseria carnale può celarsi un visibilio celeste. E che quelli che scorsi un mattino, mostri arcani roteanti nell’aria, contro il rigo dell’orizzonte, trenta, quaranta…chi poteva contarli? Quei mostri che bravamente il mio signore affrontò…erano, ora lo so, veri e montuosi giganti, Encelado, Tifeo, Briareo dalle molte braccia. E che valeva il suo prezzo sfidarli a costo di cadere e morire…”
Ma Don Chisciotte, che aveva ascoltato non visto dietro di lui: “Sancio, ritorna in te,” umanamente gli disse. “Erano solo mulini. Mulini a vento, niente di più.” E con un fischio chiamò Ronzinante.

da L’ultima cavalcata di Don Chisciotte in L’uomo invaso, Gesualdo Bufalino, Bompiani

Ritratto di Don Chisciotte di Goffredo Petrassi

la prodigiosa chimera è esistita

adolf wolfli campbell

Immaginiamo un uomo non americano che trentadue anni prima di Andy Warhol metta in un quadro l’immagine fedele di una lattina di zuppa Campbell’s: già lo sbalordimento ci pervade. Ma sbizzarriamoci: immaginiamo che questa lattina non sia un caso, ma rientri in una tecnica di contaminazione di ritagli pubblicitari e disegno che anticipa di decenni l’intero corpus della pop-art; immaginiamo che lo stesso uomo, senza essere stato mai in Francia e senza aver mai incontrato un dadaista né un surrealista, componga calligrammi serpentiformi alla Apollinaire e tratti artisticamente delle radiografie  come farà Man Ray con i suoi “Rayographs”. Spingiamoci oltre e immaginiamo che preceda Picasso nel recupero del primitivismo e disegni volti che sono simultaneamente di fronte e di profilo; immaginiamo che senza aver letto Borges quest’uomo chieda un numero spropositato di fogli di carta per realizzare una mappa di Berna in scala 1:1; immaginiamo che scriva poesie fondate su associazioni foniche e giochi di parole degni delle filastrocche di Lewis Carroll o dei limericks di Edward Lear, e che costelli la sua prosa di parole inventate o deformate ricorrendo a morfemi ebraici, latini e dialettali come aveva fatto Rabelais, come faceva Joyce e come avrebbero fatto Céline e Gadda; immaginiamo che quest’uomo (che a questo punto, è chiaro, non può essere esistito) abbia tanto spirito da associare in un quadro una figura a un’altra solo perché i loro nomi rimano fra loro; e abbia inoltre un così forte senso del ritmo da organizzare i suoi disegni secondo leggi metriche (“Che peccato che non ci siano due stelle in più”, disse una volta lamentando la mancanza di spazio, “perché allora sarebbe stata proprio una bella marcia”); e che senza aver mai studiato musica inventi un personale sistema di notazione musicale prendendosi il lusso di utilizzare il pentagramma e le note tradizionali solo a fini decorativi;

adolf wolfli note

e che nelle sue composizioni associ alle bestie feroci di un Rousseau o di un Ligabue gran quantità di animali fantastici e di animali stilizzati fino a essere simboli di animali: e che senza aver mai visto una mostra o il salone decorato di un albergo, un ristorante o una stazione, abbia un linguaggio figurativo che sembra fortemente influenzato dall’art déco.
Per poter aspirare all’esistenza una simile chimera avrebbe avuto bisogno di una vasta e profonda cultura, di viaggiare molto e conoscere diverse lingue, di incrociare i percorsi dei maggiori artisti e pensatori del proprio tempo, di frequentare i caddè o i campus dove certe svolte decisive sono state sognate per la prima volta… E invece la prodigiosa chimera non solo è esistita, ma era del tutto illetterata (non sappiamo quanto tempo abbia frequentato le scuole elementari, probabilmente solo il tempo di imparare a leggere e scrivere), non si mosse mai dal circondario di Berna, non frequentò altri che contadini e manovali, non ebbe maestri di musica o di disegno.

(continua per altre imperdibili 17 pagine!!!)

Adolf Wölfli in I demoni e la pasta sfoglia, Michele Mari, Cavallo di Ferro

adolf wolfli volti paesaggi