Category Archives: icaro

uno sta lavorando in biblioteca…

foto di Alan P. Müller

(Nella vita corrente non si sente la volontà di vivere ma questo e quel desiderio).
Sentir la volontà di vivere perché la necessità inerente alla propria illusione è accomplievoilà la joie de vivre, l’illusione della vita.
Sentir la volontà di vivere perché l’illusione è rotta (anche solo interrotta): ecco la tristezza (o malinconia). L’uomo vive felice finché crede d’aver volontà e d’essere qualcuno. Qualunque ragione lo porti fuori da questa fede ed egli diventa melanconico. Melanconia è una pioggia uguale lenta perché dice all’uomo l’infinita monotonia, l’immutabilità, la mancanza di scopo delle cose. – Melanconico è il riconoscimento dell’illusione altrui: uno sta lavorando in biblioteca a un lavoro storico che gli piace e gli si siede di fronte una  di quelle solite vecchie mummie che non mancano mai in nessuna biblioteca, che vi stanno in permanenza, copiando enciclopedie, o leggendo e spuntando tutti gli autori che hanno parlato anche per incidenza per esempio…dei gatti bianchi o che li hanno nominati soltanto; che ammassano incredibili masse di schedine in vista di una colossale pubblicazione…che non sarà mai pronta. Se quello che lavora con entusiasmo al suo lavoro storico comincia a osservare il suo vicino (e non potrà fare a meno, appunto perché gli dà noia) – io credo che un certo inconscio terrore di non essere essenzialmente dissimile da lui gli fa sbollir l’entusiasmo almeno per quel giorno.

da La Melanconia, in La melodia del giovane divino, Carlo Michelstaedter, Adelphi

appunti per Mi chiamo M.M. n.9

 

Balocchi, imprese, illusioni per la vita

La fatina dei giocattoli

La facilità di contentare la propria immaginazione testimonia la spiritualità dell’infanzia nelle sue concezioni artistiche. Il balocco è la prima iniziazione del fanciullo all’arte, anzi ne è per lui la prima attuazione e, sopravvenuta l’età matura, le realizzazioni perfezionate non daranno al suo spirito gli stessi fervori, né gli stessi entusiasmi, né la stessa fede.
E anche, analizzate questo “mundus” infantile, considerate il giocattolo barbaro, il giocattolo primitivo, in cui pel fabbricante il problema consisteva nel costruire un’immagine il più possibile approssimativa con gli elementi più semplici e meno costosi possibili: per esempio, il pulcinella piatto mosso da un solo filo; i fabbri che picchiano sull’incudine; il cavallo col suo cavaliere in tre pezzi, quattro pioli per le gambe, la coda del cavallo che forma un fischietto e a volte il cavaliere ornato d’una piccola piuma, che è un gran lusso;
– è il giocattolo da cinque soldi, da due soldi, da un soldo.- Credete che queste immagini semplici creino nello spirito del fanciullo una realtà minore che quelle meraviglie di Capodanno, che son piuttosto un omaggio della servilità parassitica alla ricchezza dei genitori che un regalo alla poesia infantile?

da Morale del giocattolo, Charles Baudelaire in Morale del giocattolo, Baudelaire, Rilke, Kleist, Stampa Alternativa, trad.di Leone Traverso

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Luca Cambiaso

Grandi scrosci, sempre più fitti pullulano i fantasmi del mare,
il marinaio è corso su per la scala, state pronti, figlioli!
è corso su, si è steso, si è sospeso in una rete invisibile,
come un ragno che spia le scosse della tela.

Vento! – vento! La nave imbizzisce, e strappa le briglie,
cade sul fianco, affonda nella spumosa bufera,
s’impenna, ha calpestato le onde e prende di scorcio il cielo,
taglia di fronte le nuvole, acciuffa il vento sotto le vele.

E il mio animo l’albero innalza a volo in mezzo al vortice,
l’immaginazione si gonfia come la treccia di queste vele,
involontariamente un grido si unisce al coro festoso;

apro le braccia, cado sul petto della nave,
mi sembra di incalzare il suo slancio col mio petto:
mi sento leggero! forte! felice! so cosa sia essere un uccello.

da I sonetti di Crimea e altre poesie, Adam Mickiewicz, Adelphi, a cura di Elena Croce e Elisabetta Cywiak

te lo faccio vedere io chi sono

Leopardo di Alfredo Biagini

Qui non si tratta di egocentrismo, quanto di autoesaltazione, di un indomabile senso di sé che rasenta la buffoneria.

(…)

Il diseredato, il nostalgico, finisce così per coincidere con un eroe delle fiabe e diventa un piccolo Don Chisciotte.

(…)

Una millanteria di questo genere non vuole ingannare, bensì correggere l’inganno, sia pure in modo singolare; lo fa indubbiamente in maniera infantile e illusoria, ma in ogni caso corregge la falsificazione e il detestabile esser situati nei quali la maggior parte della gente è costretta a vivere.

da Il Conte Mirabeau in Tracce, Ernst Bloch, Coliseum, a cura di Laura Boella

12 luglio 1820

mira

Il sentimento della nullità di tutte le cose, la insufficienza di tutti i piacer a riempirci l’animo, e la tendenza nostra verso un infinito che non comprendiamo, forse proviene da una cagione semplicissima, e più materiale che spirituale. L’anima umana (e così tutti gli esseri viventi) desidera sempre essenzialmente, e mira unicamente, benché sotto mille aspetti, al piacere, ossia alla felicità, che considerandola bene, è tutt’uno col piacere. Questo desiderio e questa tendenza non ha limiti, perch’è ingenita o congenita coll’esistenza, e perciò non può aver fine in questo o quel piacere che non può essere infinito, ma solamente termina colla vita. E non ha limiti 1. nè di durata, 2. nè per estensione. Quindi non ci può essere alcun piacere che eguagli 1. nè la sua durata, perché nessun piacere è eterno, 2. nè la sua estensione, perché nessun piacere è immenso, ma la natura delle cose porta che tutto esista limitatamente e tutto abbia confini, sia circoscritto. Il detto piacere non ha limiti che per durata, perché, come ho detto non finisce se non coll’esistenza, e quindi l’uomo non esisterebbe se non provasse questo desiderio.

dal Pensiero 165 dello Zibaldone, Giacomo Leopardi

Non vorrei crepare senza (cit. Boris Vian):

– aver letto tutti i libri di Giovanni Amelotti (escluso Il Leopardi maggiore, che possiedo);

– aver compiuto un viaggio fino a Recanati nel 12 luglio 1820 (una volta arrivata là, saprei arrangiarmi);

– RD 70 → ∞ ;

– essere riuscita a trovare e vedere a Moneglia il quadro di Luca Cambiaso  in una inarrivabile sagrestia

ciò che verso la vita spinge forte

Giulia Zingali

Ciò che verso la vita spinge forte, è concausa di morte.
– Se or copro il tuo corpo e ne fo scempio, all’empio esempio adempio più ampio del creato ch’è un tempio.
Le guardò intensamente la colmezza del seno. Nel volume convesso il richiamo del sesso. Eppur che tenerezza in quel latteo biancore, qual speranza, che amore! E ancor più forte chiama il recondito sito, al centro del candore il bersaglio brunito, la macchia cespugliosa che nasconde la rosa, mirabil fonte di vita futura, segno di sepoltura.
In quel pelo si vince per un pelo l’ampio sbilancio tra cielo e sfacelo.

da Controcielo. Romanzo grottesco, Mauro Marè, All’insegna del pesce d’oro

Io non sono una brava maestra

io non sono una brava maestra

Io non sono una brava maestra perché non ho le famiglie dalla mia parte. Loro, questi bambini-genitori, sono armati insieme ai figli contro chi vuole rompere il tepore del silenzio, la pace del disinteresse, la potenza della cecità, la semplicità della parola.
Contro chi vuole sostituire la giustificazione con la responsabilità.
Questi bambini-genitori hanno paura e non vogliono sapere, non vogliono guardare né tanto meno guidare i loro figli.
Ma io governo la mia barca con fermezza sapendo che il mare è vasto e profondo e non sempre incontra il favore dei venti.
Guardo l’orizzonte e non mi lascio distogliere dalle correnti contrarie, le scruto e imbriglio la loro potenza verso la meta più ambita, la crescita mia e dei miei bambini-alunni.

da Io non sono una brava maestra, Giusi Tartaro, Lorusso Editore, intro. di Lucio Zinna

Ultima cavalcata di Don Chisciotte

ultima cavalcata di don chisciotte

Sancio aveva indossato la zimarra nera a fiamme dipinte, dono della Duchessa, e pareva una torre, gli brillavano le pupille d’una brace regale, le parole gli uscivano esenti della usata rusticità, ma s’impennavano e sventolavano come bandiere.
“Guardatemi,” diceva. “Un servo, un villano, a vedermi. Pure ho compiuto fatti d’eroe. Né lo avrei creduto prima che mi sbendassero gli occhi; quando vivevo contento del mio piatto d’olive, ignaro di libri, e ogni rigo di scrittura mi somigliava a una fila di formicole scure…Ma ora ho tanto viaggiato, pugnato, patito. Ora so finalmente chi sono: una memoria e una forza di giornate famose…E quante ve ne potrei raccontare! Di quel giorno che, vinto da un sortilegio di re, in una reggia in apparenza simile a un albergo come questo, dovetti più volte saltare in aria su una coperta di muli…e di quando misi in fuga col solo grido il famoso Ginesio da Passamonte…e di quando mi diedero un arcipelago da governare e così bene lo governai, raddrizzando i torti e riparando i danni, da meritarmi la mitria che per sdegnosa umiltà ho delegato in capo al mio asino. Asino, dico, ma dovrei dire Pegaso, se tante volte sulla sua groppa ho volato, dirigendolo a mio piacere con due semplici scalcagnate! Ché insieme siamo stati per sierre e pianure, abbiamo conosciuto principesse e mandriane, fatto cadaveri risuscitare…Voi dite: che guadagno t’è venuto da tanti moti? Una scienza sola ma immensa, ed è che sbagliavo a fidarmi dei miei sensi d’uomo grosso e piccino. Ora so che in ciascuna  miseria carnale può celarsi un visibilio celeste. E che quelli che scorsi un mattino, mostri arcani roteanti nell’aria, contro il rigo dell’orizzonte, trenta, quaranta…chi poteva contarli? Quei mostri che bravamente il mio signore affrontò…erano, ora lo so, veri e montuosi giganti, Encelado, Tifeo, Briareo dalle molte braccia. E che valeva il suo prezzo sfidarli a costo di cadere e morire…”
Ma Don Chisciotte, che aveva ascoltato non visto dietro di lui: “Sancio, ritorna in te,” umanamente gli disse. “Erano solo mulini. Mulini a vento, niente di più.” E con un fischio chiamò Ronzinante.

da L’ultima cavalcata di Don Chisciotte in L’uomo invaso, Gesualdo Bufalino, Bompiani

Ritratto di Don Chisciotte di Goffredo Petrassi