Category Archives: icaro

L’anima secca

Nella sua introduzione a Per il tuo bene  (Mondadori, 2009), Emanuele Trevi scrive di Rocco Carbone:

Si era identificato con un detto di Eraclito, che ripeteva spesso – l’anima secca è di tutte la migliore e la più saggia. “Secca” non significa arida, incapace di dare frutti. L’aggettivo semmai si riferisce alla natura ignea dell’anima, che quando è libera dagli impedimenti arde e sale verso l’alto. (…)

 

la cannuccia

Tratto dal sogno in cui mi trovo a cercare con una cannuccia nei cantoni di una casa vuota, in supporto del ragazzo cieco M. H., le belle esperienze da lui vissute in Europa.  L.M. ritiene, insieme a me, che M.H. sia la controfigura di Sule, che si osserva solo da una prospettiva vittimistica e autoindulgente.

Nell’acquerello, la folle regina sul trono del regno degli scontenti.

mea culpa

Secondo la formula indiana l’uomo pianta il seme e non bada alla sua crescita. Il seme germoglia e matura, e allora ciascuno deve mangiare del frutto del proprio campo. Non solo le nostre azioni, ma anche le nostre omissioni diventano il nostro destino. Anche le cose che non abbiamo saputo volere sono annoverate tra le nostre intenzioni e i nostri successi, e possono svilupparsi dando luogo a eventi di grande importanza. Tale è la legge del karma. Ciascuno diviene il proprio carnefice, ciascuno la propria vittima, e, esattamente come nel caso di Abu Kasem, il proprio zimbello. La risata del giudice è la risata che i diavoli all’inferno rivolgono ai dannati, che hanno pronunciato la propria sentenza e bruciano nel proprio fuoco.

dal racconto La babbucce di Abu Kasem, in Il re e il cadavere. Storie della vittoria dell’anima sul male, Heinrich Zimmer, Adelphi, a cura di Joseph Campbell

Il risveglio di Don Chisciotte in Russia

“Compagno Kopenkin” proseguì Dvanov. “Sai che ti dico? Avrei voglia di andare in città. Aspettami qui, ci metterò poco. Per ora fai da presidente del soviet per non annoiarti, i contadini saranno d’accordo. Vedi anche tu come sono…”

“Tutto lì?” si rallegrò l’altro. “Vacci pure, fammi il piacere, ti aspetterò anche un anno. E farò da presidente, questo distretto va stuzzicato.”

Quella sera si abbracciarono in mezzo alla strada e tutti e due sentirono un irragionevole pudore. La notte stessa Dvanov avrebbe preso il treno.

Kopenkin rimase a lungo fermo sulla strada, perduto ormai di vista l’amico; poi tornò al soviet e pianse nel locale deserto. Tutta quella notte stette in silenzio senza dormire, il cuore spossato. Il villaggio intorno non si muoveva, non si faceva notare neppure con un suono, quasi avesse rinunziato per sempre al proprio destino che si trascinava avanti, spiacevole. Solo di tanto in tanto i salici spogli frusciavano nel cortile deserto del soviet rurale, permettendo al tempo di procedere verso la primavera.

Kopenkin osservava le tenebre agitarsi fuori dalla finestra. A volte erano percorse da una pallida luce appassita odorante di umidità e di noia del nuovo giorno desolato. Forse era il mattino vicino o forse uno smorto raggio errante della luna. Nel lungo silenzio della notte l’uomo andava insensibilmente allentando la tensione, quasi rinfrescato dalla solitudine. A poco a poco nasceva nella coscienza una flebile luce di dubbio e di compassione per se stesso. Rivolse la memoria a Rosa Luxemburg, ma vide solo una donna smagrita in una bara, simile ad una puerpera estenuata. Non sorse in lui la tenera passione che gli dava al cuore un trasparente leggero vigore.

Stupito e sgomento egli si andò avvolgendo di firmamento notturno e di pluriennale stanchezza. Non si vedeva nel sogno e se si fosse visto avrebbe preso paura: sulla panca dormiva un vecchio esausto con profonde rughe da martire su un viso estraneo, un uomo che in tutta la sua vita non aveva fatto il minimo bene a se stesso.

da Il villaggio della nuova vita, Andreij Platonov, Mondadori, trad. di Maria Olsufieva

Io considero l’amore

Io considero l’amore, come pure l’amicizia, non solo come un sentimento ma come una vera azione, che come tale richiede di fare delle cose e di affaticarsi, con la conseguenza di essere esausti e impotenti.

Un amore sincero è come una benedizione, ritengo, benché nulla vieti che ci possano essere occasionalmente tempi duri.

Vincent Van Gogh in una lettera al fratello Theo dell’11 febbraio 1883

da Lettere a Theo, Guanda, 1990, a cura di Massimo Cescon, con un saggio introduttivo di Karl Jaspers