Category Archives: i vivi

I go love U

– sono andato storto

– contratto a tempo indeterminato

– ho condannato un dente per due

– Tombellamonaca (per Torbella)

– Ogallinagallina

– Dialoghetto nel paese dei Buonanima:

“Giovana, hai saputo che è morto xxx?”

“Chi è? Non lo conosco..”

“Ma come no?! Xxx, quello che faceva sempre elemosina fuori dalla chiesa”

“Ahhh, ho capito, BUONANIMA..”

“Ma che buonanima, Giovana, non gli hai dato mai niente, ma dai, uno di meno..”

“Luciana, ma che dice questo?”

– schei

– “tu prendi la mia bocca” per “non mi fai finire di parlare”

 

 

Je suis publiphobe

Vingt ans séparent la Jetée de Sans soleil. Et encore vingt ans jusqu’à présent. Dans ces conditions, parler au nom de celui qui a fait ces films, ce n’est pas une interview, c’est du spiritisme. En fait je crois bien n’avoir ni accepté, ni choisi ; quelqu’un en a parlé, et ça s’est fait. Qu’il y ait une certaine relation entre les deux films, je le savais, mais je ne voyais pas la nécessité de m’expliquer… Jusqu’à ce que je trouve dans un programme publié à Tokyo une petite note anonyme qui disait : «Bientôt le voyage approche de sa fin… C’est alors seulement que nous saurons que la juxtaposition des images avait un sens. Nous nous apercevrons que nous avons prié avec lui, comme il convient dans un pèlerinage, chaque fois que nous assistions à la mort, au cimetière des chats, devant la girafe morte, devant les kamikazes au moment de l’envol, devant les guérilleros morts dans la guerre d’Indépendance… Dans la Jetée, l’expérience téméraire de recherche de la survie dans le futur se termine par la mort. En traitant le même sujet vingt ans après, Marker a surmonté la mort par la prière.» Lorsqu’on lit ça, écrit par quelqu’un qui ne vous connaît pas, qui ne sait rien de la genèse des films, on éprouve une petite émotion. «Quelque chose» a passé.

(…)

Essayer de donner la parole aux gens qui ne l’ont pas, et quand c’est possible les aider à trouver leurs moyens d’expression. C’était les ouvriers de 1967 à la Rhodia, mais aussi les Kosovars que j’ai filmés en l’an 2000, qu’on n’avait jamais entendus à la télévision : tout le monde parlait en leur nom, mais une fois qu’ils n’étaient plus en sang et en larmes sur les routes ils n’intéressaient personne.

(…)

mais comment font les gens pour vivre dans un monde pareil ? D’où ma manie d’aller voir «comment ça se passe» ici ou là.

(…)

da Rare Marker

Il compagno

Dvanov usciì per dare un’occhiata ai cavalli. Fuori lo rallegrò la vista d’un passerotto, affaccendato sopra una sostanziosa fatta di cavallo. Erano forse sei mesi che Dvanov non vedeva passerotti e mai aveva pensato dove fossero rifugiati. Molte cose buone erano passate oltre la povera mente augusta di Dvanov, anche la stessa sua vita spesso le scorreva intorno come un ruscello scorre intorno ad un sasso. Il passerotto volò sulla siepe. I contadini nostalgici uscirono dal soviet. Allora il passerotto si staccò dalla siepe e volando cinguettò il suo grigio canto da poveri.

(…)

I passerotti si affaccendavano intorno alle isbe, come animali da cortile. Per quanto belle siano le rondini, in autunno se ne volano via verso paesi lussureggianti, mentre i passerotti rimangono a condividere il freddo e la miseria degli uomini. E’ il vero uccello proletario che becca i suoi amari granelli. Le delicate creature della terra possono perire per le diuturne squallide avversità, ma quelle vitali come il contadino e il passerotto rimarranno e riusciranno a sopravvivere fino ai giorni caldi.

da Il villaggio della nuova vita, Andrej Platonov, Mondadori, trad. di Maria Olsufieva

Ogni incidente naturale contribuisce a riaprire un terreno chiuso

Punto VI°

Ogni incidente naturale contribuisce a riaprire un terreno chiuso. Può essere considerato come un riciclaggio del residuo su se stesso, che permette una nuova comparsa di specie pioniere.

In nota, l’esempio:

La caduta di un albero permette la comparsa in ambiente forestale di piante di ambiente luminoso. Le digitali e gli epilobi a spiga hanno animato le radure aperte dall’uragano Lothar a partire dalla primavera del 2002. L’esposizione Jardins des tempetes (Vassivière, 2002; Saint Denis de la Réunion, 2003) ha messo in mostra il potere di “giardinaggio” dei traumi naturali.

da Manifesto del Terzo paesaggio, Gilles Clément, Quodlibet, 2005

Punto del manifesto valido anche per traumi non dovuti a incidenti naturali: dedicato a George Floyd e al movimento #blacklivesmatter (e alla bocca di leone che s’è presa uno dei miei residui)

Grabbing hand

Zachar Pavlovic, nonostante lo sgomento, pensava al futuro:
“Basta ululare, Nikìforovna” disse a una delle contadine che singhiozzava ad alta voce gridando i tradizionali lamenti funebri. “Se urli, non è per il dolore, ma per essere pianta anche tu quando morirai. Prenditi piuttosto il bambino, tanto ne hai già sei, uno in più in qualche modo camperà”.
Nikìforovna tornò immediatamente nel suo senno di donna e il suo viso si asciugò assumendo un’espressione feroce: piangeva con le sole grinze, senza lacrime:
“Lo dici tu! Ora camperebbe, sì, in qualche modo, ma aspetta che cresca! Quando comincerà a rimpinzarsi e a strappare i calzoni, chi ce la fa a mantenerlo?”
Un’altra donna, Mavra Dvànova, madre di sette figli, si prese il bimbo. Lui le prese la mano, lei gli asciugò la faccia con la gonna, gli soffiò il naso e condusse l’orfanello nella sua isba.

da Il villaggio della nuova vita, Andréj Platonov, Mondadori, 1972, trad. di Maria Olsùfieva

Io considero l’amore

Io considero l’amore, come pure l’amicizia, non solo come un sentimento ma come una vera azione, che come tale richiede di fare delle cose e di affaticarsi, con la conseguenza di essere esausti e impotenti.

Un amore sincero è come una benedizione, ritengo, benché nulla vieti che ci possano essere occasionalmente tempi duri.

Vincent Van Gogh in una lettera al fratello Theo dell’11 febbraio 1883

da Lettere a Theo, Guanda, 1990, a cura di Massimo Cescon, con un saggio introduttivo di Karl Jaspers

Pan

Mi danzava una macchia di sole

tiepida sulla fronte,

c’era ancora un frusciare di vento

tra foglie lontanissime.

Poi venne

solo: la schiuma di queste onde di sangue

e un martellio di campane nel buio,

giù nel buio per vortici intensi,

per rossi colpi di silenzio – allo schianto.

Dopo

riallacciavano le formiche

nere fila di vita tra l’erba

vicino ai capelli

e sul mio – sul tuo volto sudato

una farfalla batteva le ali.

Antonia Pozzi

27 febbraio 1938, da La vita sognata, in Poesia che mi guardi, Luca Sossella Editore

Sebbene tu cerchi

Sebbene tu cerchi che la tua stessa
fugacità sia l’arpa, il flauto, il ruscello,
sai che su la fronte è il segno
di una malinconia senza fine;
e se l’aria della notte che avanza
scioglie la maggiorana, i mirti,
il chiaro calice della datura
in fumo umido di fragranza,
sai che la favola sboccia,
poco dura, s’allontana
e l’amaro è dell’ultima goccia.
Anche se il disperso ritrova
il confine, il lume notturno, il riposo,
anche se il tumulto gioioso
delle campane irrompe
nell’aria della sera,
e la corona da le gemme invernali
dolce si curva a la Primavera dei bianchi sponsali.
Ora su le colline oscure, su le curve dei monti
le terse cinture, le cacce di scintille
prende il primo scoramento che poi trascolora
e saranno in fondo a le valli, brusio, brina,
all’eriche sonaglio di stille che vapora,
breve fluire di fonti che l’erba disperde,
che la terra densa ai raggi caldi beve.

da Bosco il prestigiatore, in Antologia poetica, Lucio Piccolo, All’Insegna del Pesce d’Oro di Vanni Scheiwiller, 1999