Category Archives: frattali

Derriere le Miroir

Se gli incontri avessero una forma e, tra i nostri, ne considerassimo uno a caso, la sua figura avrebbe dimensione compresa tra due e tre: di volume nullo, tuttavia di lunghezza infinita, perché infinita è la distanza che ci separa. E, come nel tratto di costa omoteticamente frastagliato, vedremmo ripetersi in un’alternanza senza fantasia: della testa, r volte l’inclinazione a destra; della stessa, n volte il buttarsi indietro in una risata; o volte uno sguardo con intenzione a mento basso; p volte la distensione della mano ad illustrare un’altezza pasquale; q volte una digitonegazione; r volte un congedo.

da Contemplazioni e zzz, Carmela Moscatiello

Noi

State a sentire. Gli ospedali pubblici delle grandi città dispongono di spazi in cui si rimane parcheggiati su sedie a rotelle o lettighe: sono lì per le urgenze; prima e dopo la risonanza magnetica o un’altra analisi; prima di essere operati, per l’anestesia, o dopo, per il risveglio… Si può aspettare lì da una a dieci ore. Scienziati, ricchi e potenti del mondo, non evitate questi luoghi in cui si viene a contatto con sofferenza, pietà, collera, angoscia, grida e lacrime, talvolta preghiere, esasperazione, suppliche di chi chiama invano o maledice chi non risponde, silenzio teso degli uni, sgomento degli altri, rassegnazione dei più, anche riconoscenza… Colui al quale non è mai capitato di mescolare la sua voce a questo concerto dissonante senza dubbio conosce la propria sofferenza, ma ignorerà sempre che cosa significa “noi soffriamo”, la comune lallazione emanata dall’anticamera della morte e delle cure, purgatorio intermedio in cui ciascuno teme e si augura una decisione del destino. Se vi ponete la domanda: che cos’è l’uomo?, attraverso questo vocio date, sentite, capite la risposta. Prima di averlo ascoltato, anche un filosofo non è che uno sciocco.
Ecco il rumore di fondo e la voce umana che sovrastano i nostri discorsi e parlottii.

da Elogio degli ospedali in Non è un mondo per vecchi. Perché i ragazzi rivoluzionano il sapere, Michel Serres, Bollati Boringhieri, trad. di Gaspare Polizzi

Foto di Renato Ferrantini

 

Il testimone

Sapere chi mi guarda. Con chi scrivo, con chi parlo sottovoce, con chi resto in silenzio. Chi mi fa delle domande alle quali non so rispondere. Con chi condivido la mia lingua muta, la mia scrittura disegnata. Sempre, continuamente, sono con qualcuno, nel mio silenzio e nel suo. Non mi parla ma io lo capisco, è in me, non so niente di lui, o di lei. Questo qualcuno non ha sesso, non vi è differenza tra lui e lei, è un testimone che mi accompagna. Il giorno in cui mi volterà le spalle, morirò. Potrei chiamarlo la mia anima. Ecco, io sento una forma. Se infilassi la mano nel mio petto, la toccherei e saprei forse che lei sono io.
Da un lato porto questa forma che è quasi tangibile. Dall’altro, porto il colore che evolve nel suo focolare. Insieme mi configurano e configurano il testimone. Esso talvolta chiarisce i miei pensieri, talvolta li sprofonda nell’oscurità. Appena sente qualcosa, anch’io lo sento e viceversa. Ciò si ripercuote in me, causandomi un intenso dolore lancinante, o una felicità improvvisa e leggera.
Cosa vuol dire sentire? E in modo così individuale e intrasmissibile che nulla riesce a modificare?
Il sentire si pianta come un coltello. Un’immagine, un pensiero, un ricordo e il coltello affonda la sua punta nella mia carne. Mi scanso ma lui mi ritrova. Cerco di interrogare il testimone ma non so dov’è, chi siamo. Mi avvicino a lui il più possibile per avere una possibilità di conoscermi. Di sapere per quale motivo reagiamo in questo modo.
Cos’è successo? Chi mi ha messo in questa situazione?
Perché questo testimone è sempre lì? Da me a lui il cammino non è lungo, lo percorro coi miei passi, le mie parole, i miei gesti. Lui indietreggia quando io avanzo, cerco di accerchiarlo, di sentire da più vicino il battito che ci unisce. Capita talvolta che mi impedisca di abbordare la realtà e le sue molteplici sfaccettature. Nel cammino, da lui a me, vedo sfilare volti amati, pianure dove corrono cavalli, un fiume che si getta nel mare. Le cose che mi mostra sono assenti. Una certezza: noi apparteniamo alla famiglia dell’assenza.

da L’alfabeto del fuoco. Piccoli studi sulla lingua, Silvia Baron Supervielle, Pagine d’Arte, trad. di Anna Bertaccini

Dalla costa ligure a La Secca di Moneglia, ai Bagni Arcobaleno, alla piscinetta

Di un certo segmento, io prelevo il terzo centrale, e vado iterando l’operazione in tutti i segmenti residui. Alla fine di un conto interminabile, resta un insieme fortemente lacunoso. Posso, a mio piacimento, dedicarmi a prelievi del genere, su un cibo, su un selciato, su un volume dello spazio ordinario. Ne tolgo, qua o là, un cubo parziale di lato dato, poi ricomincio l’operazione per ognuno dei cubi che restano nel cubo globale, di volume pari al buco praticato. Mandelbrot la chiama una spugna di Sierpinski (1). Non è più un fantasma prescientifico, è un buon oggetto chiaro e preciso, anche se il caso mette a soqquadro l’iterazione regolare di simili operazioni di forature. Io credo addirittura di aver bisogno di questa spugna per comprendere io mondo. L’idea di omeomeria, in vuoto, è il caso di dire.

pp.128 e 129 di Passaggio a Nord-Ovest, Hermes V, Michel Serres, Pratiche Editrice, a cura di Mario Porro

Per molti versi

Per molti versi

(Una sirena scalza canta il Canto del frattale, dereb., IV, ii [canto], v.16-33)

“Per molti versi l’universo è una rima
nascosta rimalmezzo alla parola
stessa moltiplicata per se stessa
Per questo verso il multiverso è un coso
ipercosato punto
di cui non posso (o posso?) scriver punto
una forma ageometrica ed ametrica
iperdimensionata all’infinito
ed il cui fine è andare a non finire

Ma se il Mondo è un frattale alla potenza
in pieno atto allora allora basta
trovare il primo
numero primo la forma maestra
che c’insegni il sublime isomorfismo
d’Ognicosa del Tutto l’ipoipocoso!

Ma guai a chi cerca le rime fra le cose
e trova le sue cose fra le rime…”

“Dici a me?”

 

Quel che refuse

(La medesima sirena seguita il medesimo canto, dereb., IV, 4 ii, v. 50-63)

“Ho veduto un frantume di frattale
Frastagliato in migliaia di se stessi
Ho veduto nel gioco dei suoi sessi
Moltiplicar la frottola animale

Ho veduto nei canti i suoi riflessi
Che son primo splendore al naturale
Ho visto l’universo e forse il male
Eteroclito ho visto nei suoi nessi

Il Tutto? Uno. E questo sono io
Guardatemi! Ho veduto ho veduto
Nei miei fosfeni gli occhi. Eccone dio

Pregate! Poiché ci è negato il nero
D’ogni colore: luce! (è risaputo
Che non abbiamo palpebre al pensiero)”.

da Rimato a morte, Giulio Braccini, Edizioni Braccine

appunti per CAPSULA PETRI n.1

“Elegia de la ausencia”  di Manuel Ponce

“Preludio op.24 n.4″ di Frédéric Chopin

nelle interpretazioni di Edoardo Müller cd n.2

“Wolf like me” di Anna Calvi

“Round the bend”, Beck

“Little one”, Beck

“I’m straight”, The modern lovers

Capsula petri;

Alfred Kubin ;

Kleist (Pentesilea per la prima parte o solo per quanto riguarda il mimetismo/cannibalico, la Katchen per la seconda-la caduta-);

Dante (salita al Paradiso; s’inluia; “pensa, lettor, se quel che qui s’inizia”, “Amor che nella mente mi ragiona”);

Bloom citando Freud;

Frattali/Pirite.

 

Vedi a me la primavera mi piglia alla gola

Dancing faun my brother Jeno di Andre Kertesz

Lettera 120.  A Paula Michelstaedter

Firenze, 22 marzo 1908

Cara Paula

M’ha fatto un tale spavento sentirmi chiamar Giacomo, che ho dovuto mettermi subito a scriverti. Per l’amor di Dio non chiamarmi più Giacomo; chiamami Antonio, Francesco ma Giacomo no – è orribile anche senza pensare a Giacometto Bolaffio e al povero Giacomo della zia Irene.-Però la posta ha dimostrato una grande intuizione a capire che Carlo Antonini voleva dire Antonio Giacomini[1], e queste sono cose che fanno certo piacere. – Oggi non ti scrive una persona nervosa, übergearbeitet[2], colle vene delle tempie ingrossate,ecc., tutti gli altri segni insomma della mia incipiente degenerazione, – ma un uomo sano e forte e bruciato dal sole. – Oggi è stata dopo un mese di nebbie, di pioggie, di venti la prima bella giornata e noi (Joe ed io e 3 altri) abbiamo camminato tutto il giorno per fare il monte Senario. Sempre sotto un sole pieno – potente, attraverso belle campagne, dirupi, boscaglie. – Io mi sento rigenerato, e mi domando – al solito – perché non vivo sempre fuori, perché vengo qui a intristirmi fra i libri e queste mezze creature incartapecorite che mi sembrano tanti aberrati – a correre il pericolo di impolverirmi come loro. Invece il sole e l’aria, e tutto quel verde fa tanto bene.  E anche la gente; io saluto tutti, parlo con tutti, mi sento veramente à mon aise fra la gente di campagna; in tutti i villaggi alla sera le ragazze passeggiano a gruppi dandosi il braccio; quando passi e saluti, ridono francamente, mostrando i denti sani.
In un paese dei bambini giocavano all’altalena con un palo lungo messo di traverso su una catasta, io andai a giocar con loro e a loro parve la cosa più naturale del mondo. Tutti avevano un’aria tanto allegra oggi, già è la prima giornata di primavera. Vedi a me la primavera mi piglia alla gola – e se non mi agito, se non mi espando, se non vivo – soffoco – è come un’ebbrezza per me. È un guaio la primavera, io la temo e la desidero; forse più la temo… ma lasciamo andare. – E tu lasciamo andare a dormire e accontentati per oggi di tutte queste fregnacce. – Buonanotte.

da Epistolario, Carlo Michelstaedter, Adelphi



[1] Michelstaedter abitava a Firenze in Via Antonio Giacomini 4. La sorella per scherzo aveva indirizzato a Giacomo Michelstaedter, via Carlo Antonini. Sembra peraltro possibile che essa pensaasse, più che a Giacometto Bolaffio o al defunto marito della zia Irene, Giacomo Bassani, a Giacomo Leopardi, tanto più chiamandosi lei Paula, come Paola si chiamava la sorella del poeta di Recanati.

[2] “sovraffaticata”.