Category Archives: frattali

Per molti versi

Per molti versi

(Una sirena scalza canta il Canto del frattale, dereb., IV, ii [canto], v.16-33)

“Per molti versi l’universo è una rima
nascosta rimalmezzo alla parola
stessa moltiplicata per se stessa
Per questo verso il multiverso è un coso
ipercosato punto
di cui non posso (o posso?) scriver punto
una forma ageometrica ed ametrica
iperdimensionata all’infinito
ed il cui fine è andare a non finire

Ma se il Mondo è un frattale alla potenza
in pieno atto allora allora basta
trovare il primo
numero primo la forma maestra
che c’insegni il sublime isomorfismo
d’Ognicosa del Tutto l’ipoipocoso!

Ma guai a chi cerca le rime fra le cose
e trova le sue cose fra le rime…”

“Dici a me?”

 

Quel che refuse

(La medesima sirena seguita il medesimo canto, dereb., IV, 4 ii, v. 50-63)

“Ho veduto un frantume di frattale
Frastagliato in migliaia di se stessi
Ho veduto nel gioco dei suoi sessi
Moltiplicar la frottola animale

Ho veduto nei canti i suoi riflessi
Che son primo splendore al naturale
Ho visto l’universo e forse il male
Eteroclito ho visto nei suoi nessi

Il Tutto? Uno. E questo sono io
Guardatemi! Ho veduto ho veduto
Nei miei fosfeni gli occhi. Eccone dio

Pregate! Poiché ci è negato il nero
D’ogni colore: luce! (è risaputo
Che non abbiamo palpebre al pensiero)”.

da Rimato a morte, Giulio Braccini, Edizioni Braccine

appunti per CAPSULA PETRI n.1

“Elegia de la ausencia”  di Manuel Ponce

“Preludio op.24 n.4″ di Frédéric Chopin

nelle interpretazioni di Edoardo Müller cd n.2

“Wolf like me” di Anna Calvi

“Round the bend”, Beck

“Little one”, Beck

“I’m straight”, The modern lovers

Capsula petri;

Alfred Kubin ;

Kleist (Pentesilea per la prima parte o solo per quanto riguarda il mimetismo/cannibalico, la Katchen per la seconda-la caduta-);

Dante (salita al Paradiso; s’inluia; “pensa, lettor, se quel che qui s’inizia”, “Amor che nella mente mi ragiona”);

Bloom citando Freud;

Frattali/Pirite.

 

Vedi a me la primavera mi piglia alla gola

Dancing faun my brother Jeno di Andre Kertesz

Lettera 120.  A Paula Michelstaedter

Firenze, 22 marzo 1908

Cara Paula

M’ha fatto un tale spavento sentirmi chiamar Giacomo, che ho dovuto mettermi subito a scriverti. Per l’amor di Dio non chiamarmi più Giacomo; chiamami Antonio, Francesco ma Giacomo no – è orribile anche senza pensare a Giacometto Bolaffio e al povero Giacomo della zia Irene.-Però la posta ha dimostrato una grande intuizione a capire che Carlo Antonini voleva dire Antonio Giacomini[1], e queste sono cose che fanno certo piacere. – Oggi non ti scrive una persona nervosa, übergearbeitet[2], colle vene delle tempie ingrossate,ecc., tutti gli altri segni insomma della mia incipiente degenerazione, – ma un uomo sano e forte e bruciato dal sole. – Oggi è stata dopo un mese di nebbie, di pioggie, di venti la prima bella giornata e noi (Joe ed io e 3 altri) abbiamo camminato tutto il giorno per fare il monte Senario. Sempre sotto un sole pieno – potente, attraverso belle campagne, dirupi, boscaglie. – Io mi sento rigenerato, e mi domando – al solito – perché non vivo sempre fuori, perché vengo qui a intristirmi fra i libri e queste mezze creature incartapecorite che mi sembrano tanti aberrati – a correre il pericolo di impolverirmi come loro. Invece il sole e l’aria, e tutto quel verde fa tanto bene.  E anche la gente; io saluto tutti, parlo con tutti, mi sento veramente à mon aise fra la gente di campagna; in tutti i villaggi alla sera le ragazze passeggiano a gruppi dandosi il braccio; quando passi e saluti, ridono francamente, mostrando i denti sani.
In un paese dei bambini giocavano all’altalena con un palo lungo messo di traverso su una catasta, io andai a giocar con loro e a loro parve la cosa più naturale del mondo. Tutti avevano un’aria tanto allegra oggi, già è la prima giornata di primavera. Vedi a me la primavera mi piglia alla gola – e se non mi agito, se non mi espando, se non vivo – soffoco – è come un’ebbrezza per me. È un guaio la primavera, io la temo e la desidero; forse più la temo… ma lasciamo andare. – E tu lasciamo andare a dormire e accontentati per oggi di tutte queste fregnacce. – Buonanotte.

da Epistolario, Carlo Michelstaedter, Adelphi



[1] Michelstaedter abitava a Firenze in Via Antonio Giacomini 4. La sorella per scherzo aveva indirizzato a Giacomo Michelstaedter, via Carlo Antonini. Sembra peraltro possibile che essa pensaasse, più che a Giacometto Bolaffio o al defunto marito della zia Irene, Giacomo Bassani, a Giacomo Leopardi, tanto più chiamandosi lei Paula, come Paola si chiamava la sorella del poeta di Recanati.

[2] “sovraffaticata”.

i puntini

disegno di marta luglio 2007

Il sole e la luna avevano forzato i suoi occhi e invaso il suo cervello, avvolti in uno sciame di visioni roteanti: il cactus delle Capanne di Fango girava intorno alle torri di Gormenghast, le torri vagavano intorno alla luna. Teste umane si precipitavano verso di lei, dapprima come puntini minuscoli su un orizzonte lontanissimo, poi, avvicinandosi, sempre più grandi, ingigantendo intollerabilmente, finché non le esplodevano in faccia: il marito morto, la signora Stoppa e Fucsia, Braigon, Lisca, la Contessa, Rantel, e il Dottore col suo sorriso da cannibale.

da Tito di Gormenghast, Marvin Peake, Adelphi, traduzione splendida di Anna Ravano

Filippo Bentivegna Sciacca

(-) ma sedendo e mirando …

LUCIFERO:
Come quando il mortale, che sulla terra dimora,
apprende che il cielo pieno di stelle
è di altri mondi popolato, nell’infinita
pluralità del creato,
e un abisso gli si apre nell’anima
e una realtà invisibile gela
il suo sentimento dell’esistenza,
e un nuovo aspetto del tutto si rivela;
così pensando, e a mio modo guardando
nell’interiore immensità dello spazio astratto,
conobbi, come un dio molteplice,
gli astri, tutti gli astri
che sono eterni e infiniti.

da Faust, Fernando Pesso, Einaudi, trad. di Maria José de Lancastre

sul piacere di farsi sé

no gender luca donnini

Pensavo a Mariposa, a Redaelli, e a quanto sia tortuosa la natura dell’uomo. O piuttosto la Natura al maiuscolo. Per come intreccia fittamente norma e eccezione. Mi chiedo se non abbia ragione Placido con la sua teoria dei frattali estensibile a tutti i fenomeni dell’esistenza, se è vero che perfino le aritmie del mio cuore, con le loro impennate e decelerazioni, sono meno schiave d’un capriccio che d’una legge, accidenti a loro…Lo stesso vale per l’equivoca Mariposa? è un disordine dentro un ordine? un ordine dentro un disordine? “Io non mi travesto, io mi vesto” mi disse una volta, e voleva significare che si abbigliava da donna non per farsi altro da sé ma per il piacere di farsi sé, di esibire di sé l’immagine nuda attraverso il sofisma di un’impostura.

da Tommaso e il fotografo cieco, Gesualdo Bufalino, Bompiani

proprietà emergenti

In fotografia la successione delle riscoperte è più rapida che in qualsiasi altra arte. Illustrando quella legge del gusto, di cui T.S. Eliot diede una formulazione definitiva, secondo la quale ogni nuova opera importante modifica necessariamente la nostra percezione dell’eredità del passato, le nuove fotografie cambiano la maniera in cui noi guardiamo le vecchie.

da Sulla fotografia, Susan Sontag, Einaudi, trad.di Ettore Capriolo

Donnini Nadar

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donnini elbow

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donnini al lago

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Donnini

diane arbus

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donnini concessione

Hugo Erfurth

appunti per Trentasei e dieci vedute n.3

appunti trentasei e dieci vedute

Alla ricerca di una differenza:
Il Café de la Mairie è chiuso (non lo vedo; lo so perché l’ho visto scendendo dall’autobus)
Bevo una vittel mentre invece ieri prendevo un caffè (in che cosa questo trasforma la piazza?)
Il piatto del giorno del Fontaine St Sulpice è cambiato (ieri c’era il merluzzo)? Non c’è dubbio,ma io sono troppo lontano per decifrare cosa c’è scrito sulla lavagna dove viene annunciato il piatto.
(2 pullman di turisti, il secondo si chiama “Walz Reisen”): i turisti di oggi possono essere gli stessi di ieri (ma una persona che fa il giro di Parigi in pullman un venerdì ha voglia di rifarlo il sabato?)
Ieri, c’era sul marciapiede, proprio davanti al mio tavolino, un biglietto della metropolitana; oggi, ma non è detto che sia nello stesso posto, c’è l’involucro di una caramella (cellophane) e un pezzo di carta difficilmente riconoscibile (più o meno grande come una scatola di “Parisiennes” ma di un blu molto più chiaro).

da Tentativo di esaurimento di un luogo parigino TELP1, Georges Perec, Voland, a cura di Alberto Lecaldano

ma appena ti desti…

Figures in the castle, Manuel Álvarez Bravo, 1920

15 aprile

(…)

sera

Sul declinar del meriggio Tardegardo chiuse i suoi libri ed avviossi per la solita passeggiata sul colle, e com’ei mi sembrò meno ombroso de’giorni passati, gli chiesi di portarmi con sè. Egli parve alquanto esitare, poi, com’altri prende una decisione cruciale, dissemi “Andiamo”.
Il colle era tutto quiete e silenzio, e come giungemmo nel sito caro a Tardegardo mi sentii separato dal mondo, e credo che anch’ei l’ami tanto per questo. Dopo esser rimasto per oltre mezz’ora in silenzio e con gli occhi semichiusi in contemplar l’orizzonte, Tardegarso parlò. “Se non pensi, se non sogni e non ricordi e non temi, ed i sensi si stanno tranquilli senz’esulcerare i loro organi, sei felice, Orazio mio, o almen non sei infelice; e sai dond’avviene? Perché allora è come se le nostre passioni non parlassero romorosamente siccom’esse fan perlopiù, ma sussurrassero fra lor piano piano senza svegliare il nostro essere, che può così seguitare il suo placido sonno nel seno della Madre Natura, che ci culla, e vezzeggia, e riscalda al suo tepido fiato. Ma appena ti desti ti sgomenterà la sua infinità disumana, ed il suo aspetto mostruoso: allor cercherai di fuggire dimenando le membra ed urlando, ed Essa, con suprema indifferenza, ti schiaccerà nella sua medesima mole”.
Si fermò per calmare l’agitazione del respiro, poi riprese pallidissimo in volto: “Perché ciò non avviene ai bambini? Essi temono l’Uomo Nero e la Strega, certo, ma non conoscono quest’angoscia straziante del sapersi vivi; il lor terrore è lo straordinario: l’ordinario si è il nostro. Tu ‘l sai, essi son nella Natura più addentro di noi, e per quanto parli in lor timidetto il pensiero, e’ agiscono sempre secondo Essa ditta: ed anco gli Antichi, tanto di noi più felici, eran con Essa in un rapporto più intrinseco e stretto, e bene osserva al proposito il profondissimo Vico potersi la Storia dell’Umanità partirsi in etadi coma la vita d’un uomo, e doversi imaginare gli Antichi non già come gravissimi vegli muniti di barbe canute, siccome soliamo, ma come teneri infanti. Solamente la vasta famiglia de’bruti, Orazio diletto, non conosce cangiamenti restando fedele a sé stessa di millennio in millennio, e sol tu vedi ch’appresero l’arte dell’infelicità, in una picciola quota, quelle Specie che studiarono alla scuola dell’uomo, come i cani domestici, che soffrono se il padrone non parla loro con voce benigna o se nega l’usata carezza, e certi cavalli ed asini de’più sensibili, ed anco certe simie e certi papagalli, che s’affezionano a’marinaj a tal segno che quando i lor padroni defungono, e’ lasciansi morire di fame”.
dopo queste parole arrestossi più lungamente della prima volta, e non ripigliò se non dopo lenti sospiri. “Rimembri tant’anni fa, quando il signor Padre ci chiamava le sue Bestjuole, e noi ruzzavamo tutto il giorno per terra? Quaj versi, quali informi grugniti emettevamo mentre ci azzuffavamo con le unghie e co’ denti, e più ‘l giuoco sapea di bestiale più noi godevamo? Ed anco il giuoco del nascondersi, non era la caccia del lupo al cerbiatto, e l’union di due palpiti opposti? Non fummo mai così vivi com’allor che ci uccidemmo e morimmo, resuscitando per morire ed uccidere ancora. Solo allora, fratellino mio, solo allora eravamo in armonia con la legge della Natura, e con il mistero della sua arcana energia. Ascoltami Orazio, io son venuto recentemente scoprendo cose tremende e insieme maliose, ed in esse come in un sogno m’aggiro cercando di capir cos’è vero o cosa sarallo o lo fu, ma sempre n’esco prostrato e confuso, com’avessi bevuto del vino. Per cui non posso dirti ancor nulla, né ‘l voglio, ad eccezione del poco che a sufficienza riluce. Conosci ‘l secreto di tornare bambino? No, certissimamente che no. Conosci tu un Mito, anch’uno solo, che narri d’uomo o d’un dio ritornato bambino? Nemmeno, perché la legge del Tempo tiene delle Scienze esatte, e non consente illusioni. Ma prendi il Minotauro o le Sfingi, prendi gli amanti di Circe o i Centauri, vedrai che le leggende dell’uomo son piene di mostri mezzo uomini e mezzo animali, d’animali che furono uomini, d’uomini che furo animali. Sai tu donde questo procede? Non d’altro, Orazio mio, che da nostalgia”.

da Io venìa pien d’angoscia a rimirarti, Michele Mari, Cavallo di Ferro, 2012

 

Sempre grata a Maurice Sans Terre per le scoperte fotografiche