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Appunti per CAPSULA PETRI n.19

La composizione cinetica soddisfa per così dire l’esigenza di attività facilitando la comprensione spontanea di nuovi momenti di vita e di visione, mentre invece l’immagine statica lascia che essi prendano forma lentamente. Ciò decreta senz’ombra di dubbio la legittimità di entrambe le forme di configurazione, che risiede nella necessità di raffigurare esperienze ottiche: che siano statiche oppure cinetiche, questa è una questione che riguarda l’equilibrio nella sua bipolarita’ e il ritmo che regola la nostra condotta di vita.

da Pittura Fotografia Film, Lazlo Moholy-Nagy, Einaudi, Nuova edizione a cura di Antonio Somaini

Appunti per CAPSULA PETRI n. 13

Alcune delle ventuno tesi di Victor I. Stoichita sulla rappresentazione delle visioni:

– Raffigurare pittoricamente un atto visionario significa mettere in scena un personaggio privilegiato (generalmente “un Santo”) nel momento di un’azione privilegiata (l’estasi visionaria);

– Il quadro di visione assume le caratteristiche di documento visivo (di testimonianza) riguardante un’azione per sua natura inverificabile;

– Lo spettatore di un quadro di visione ha funzione di testimone dell’atto visionario comprovante la “realtà visibile” dell’apparizione; benché né il visionario stesso né il testimone che assiste alle sue estasi possa completamente affermare o negare la “realtà” della visione;

– Si chiede allo spettatore del quadro di visione di assumere un ruolo: quello di “colui che guarda colui che vede”;

– Il quadro di visione è un oggetto meta-figurativo: è un’immagine il cui soggetto è un’esperienza di immagine;

– Il quadro di visione è un oggetto di intermediazione. E’ il “filtro” mediante il quale la trascendenza si manifesta allo spettatore;

– Il quadro di visione è un quadro doppio: rappresenta l’irruzione dell’irrealtà nella realtà;

– Il registro superiore del quadro di visione è sottoposto alla stilistica dell’incertezza e dello sfumato;

– L’oggetto figurativo emblematico della rappresentazione della ierofania è la nuvola;

– L’estasi visionaria è un’esperienza di immagine che impegna il corpo di colui che vede;

da Cieli in cornice, V.I. Stoichita, Meltemi

 

Appunti per CAPSULA PETRI n. 12

Questa figura di spalle viene a trovarsi, come ogni altra figura di spalle, in un rapporto di sostituzione empatica con lo spettatore.

da p. 99 di Cieli in cornice, Victor I. Stoichita, Meltemi

In questo brano possiamo ritrovare gli elementi di una poetica della rappresentazione della visione incentrata sull’alterità dell’invisibile visualizzato:

E stimo io che non avrebbe usati colori fissi e di corpo, ma dolci e soavi, atti a dimostrare una sopraumana sostanza et una pura e semplice divinità (...). Inoltre è da sapere che le cose divine, che alcuna volta appaiono, sono sempre accompagnate da un graziosissimo splendore et adombrate da una luce dolcissima (ed implicano) una prospettiva della distanzia (che) a molti pittori è incognita (...), essendo necessarii diversi piani e diverse distanze.
Crisoforo Sorte, 1580, Osservazioni sulla pittura, vol.I, pp. 293-296

Americana

I primi aruspici della terra, l’uomo
Nel campo, l’uomo sul lato del colle, tutti
In una salute del clima, sapendo qualche vecchia cosa

(Remoti dal mortifero uomo in generale,
La sovrapposizione dell’idea, le voci
Difficili da distinguere dai pensieri, il rimbombo

Di altre vite che diviene un totale rimbombo,
Un senso separato che riceve e trattiene gli altri,
Quel che è umano eppure conclusivo, come

Uno che si guarda allo specchio e trova
Che è l’uomo nello specchio quello vivo, non lui.
Egli è l’immagine, il secondo, l’irreale,

L’astrazione. Abita in un altro uomo,
Altri uomini, non quest’erba, quest’aria valida.
Non è se stesso. Soffre d’una privazione essenziale…)

A questo pensa mentre la kermesse scamosciata,
In un ritorno, una sembianza di ritorno,
Sbandiera quella prima fortuna che tanto desiderava.

da Il mondo come meditazione, Wallace Stevens, Guanda, trad. di Massimo Bacigalupo

Tutti i miei sensi raccolti in uno

Tutti i miei sensi raccolti in uno
che era tutti e non era nessuno.
Un impasto densissimo amoroso
che riassorbiva il mondo nel riposo.
Si mostrava nella forma di un sorriso
che era di tutto il corpo non più diviso,
luce e riflesso della luce d’ogni corpo,
mi visitava tenerezza di nascosto.

da Poesie (1974-1992), Patrizia Cavalli, Einaudi

l’eternità attraverso gli atomi (senza che questo ci tocchi)

E se il tempo, dopo la morte, adunasse e disponesse di nuovo, come son oggi; i nostri atomi, e ci ridesse la luce del giorno ancora una volta nemmeno cio` potrebbe minimamente toccarci, quando una volta è spezzato il filo in noi della vita.
Ed ora a noi non importa nulla di cio`che già fummo, e non ci angustia il pensiero di quei passati noi stessi.
Perché se osservi l’intero spazio del tempo trascorso, immenso, e quanto sian vari i moti della materia, non stenti a credere come già per l’addietro quegli atomi stessi che adesso ci formano, si sian trovati più d’una volta disposti come ora sono nel modo medesimo.

dal De rerum natura, Libro III, vv. 845-856, Lucrezio, Rizzoli, versione di Luca Canali

Palingenesi (nuova nascita), teoria propria del sistema di Epicuro, secondo la quale col tempo si ripetono combinazioni atomiche identiche a quelle già esistite e dissolte, cosi`che riappaiano mondi spariti e col ricostituirsi tale e quale di precedenti aggregati atomici si verifica il ritorno della stessa anima nello stesso corpo.

le città del tuo passato

Le città del tuo passato sono distese come belle addormentate e basta che ti chini su di loro e baci le loro labbra perché si alzino di nuovo alla vita, perché ti riabbraccino e si mettano a ballare con te seguendo una musica che una volta suonò, e che vive perché tu vivi, dietro tutto, dall’altra parte dei tuoi occhi.

Luis Garcia Montero

 

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Era la mia città,

la città vuota.

funzione specifica

Nel mare vi sono organismi appartenenti al sistema zoologico inferiore, ricoperti di ciglia. Queste ciglia sono l’organo del senso animale che precede la differenziazione in energie sensuali separate, il tatto universale, il rapporto intrinseco con l’ambiente marino.
Si immagini un essere umano ricoperto di tali ciglia, non solo sul cervello, ma sull’intero organismo. La loro funzione è specifica, avvertono gli stimoli in modo netto e distinto; la parola, primariamente il sostantivo, meno l’aggettivo, quasi per nulla la figura verbale. Mirano alla cifra, alla sua immagine stampata, alla lettera nera, ad essa soltanto.
Si trascina la propria vita, la vita delle banalità e delle estenuabilità, in un paese ricco di ore fredde e colme di ombre, dal punto di vista cronologico in un’epoca del pensiero che periferizza induttivamente il proprio ambiente piatto e svuotato di miti, con una professione di genere capitalistico-opportunistico, si vive fra antenne, cloruri, motori diesel, si vive a Berlino.

da Epilogo – Io lirico (1922-1928), Gottfried Benn, a cura di Pietro Kobau, Crocetti Editore, Poesia – Anno II – n.2, Febbraio 1989

il grande, fresco miracolo

Non so se ho fatto bene a prendere la decisione di venire, per adesso penso di sì. Lourdes è un posto di preghiera, di speranza. Ti prende e ti assorbe, tanto che non ho la minima idea di quel che succede nel mondo e non me ne importa nulla. Sono mai stata, prima, così distaccata? E c’è tanto di vita, di realtà, qui, uno va sempre più dentro, sempre più dentro, giù, nell’intera faccenda del vivere: che cos’è la vita, ecc., sai bene.
Un’esperienza che ti rende umile. I problemi di ciascuno e la vita di ciascuno sono qui, nella Grotta e in tutte le noiosissime messe. Proprio come quei Pirenei che abbiamo visto, già all’inizio di tutto, lontani nell’ombra: si allontanano nell’infinità. Incidentalmente prima di ripartire, mi piacerebbe salire fino in cima a uno dei picchi più vicini. Ci sono mille cose che non ho fatto, nella vita.

Che vestiti porto? Gonna di color beige pallido e T-shirt molto sciolta, nuovissima, di cotone, oltre a una sottoveste a vita, fresca, fatta da me, sempre di cotone: è la stoffa più adatta. Infine, un fazzoletto colorato in testa, americano, me lo mandò Susanne anni fa. Veramente dovremmo portare il bianco.
Sono le cinque del pomeriggio, sono distesa sul letto, non mi sono alzata nemmeno per il té. Ho dormito. Ora mi faccio un buon bagno freddo. I pensieri volteggiano nella mia testa. Un bel po’ dei malades sono solo dei vecchi, troppo grassi e curvi, deformati dall’artrite, dal mal di cuore, ecc., vittime di diete sbagliate e di troppe medicine, di régimes. Dio mio! Il grande, fresco miracolo sarebbe per loro un modo di vivere più naturale, forse anche più intensamente spirituale, senza dimenticare l’oggi, le cose che si possono (o si debbono) fare quando arrivano senza che tu le aspetti o le abbia provocate.

da Lourdes in Sette donne. Racconti, Angiolo Bandinelli, Emiliano degli Orfini